La comunicazione responsabile – Iryna e gli altri incolpevoli



Qualche giorno fa ho visto una controllora avere dei problemi con un tizio. Quando mi è passata accanto le ho chiesto: “Tutto bene?” e lei mi ha risposto di sì, con un mix di tensione ed orgoglio. Se mi capitano situazioni in cui qualcuno si trova in difficoltà (viaggio molto) intervengo quasi sempre, chiamando la polizia o mettendomi davanti al potenziale aggressore tentando di calmarlo e distrarlo. Per fortuna non ho mai dovuto alzare le mani, anche perché l’idea di prendere a pugni una persona fuori dalla palestra mi terrorizza. La vita non è un film, potrei ucciderlo o lui potrebbe essere armato. Il caso della povera Iryna è tuttavia diverso: troppo rapido, troppo improvviso l’assalto, troppo sconvolgente. Inoltre, lui aveva un coltello e quel tipo di arma è ancor più ingovernabile di una pistola (io mi sono trovato in mezzo agli spari, ma non avevo la paura che proverei di fronte ad una lama). Per questo non  punterei  il dito contro i presenti e non parlerei nemmeno di “effetto spettatore”; semplicemente, come ho già detto, Charles Bronson o Superman esistono solo al cinema. Purtroppo.

Appunti di comunicazione – I  mega pregiudizi della Fagnani?


Francesca Fagnani ha risposto con incredula ironia a Taylor Mega, quando l’influencer le ha detto di amare la lettura,  Seneca e i classici. In questo caso, la giornalista  e presentatrice ha dimostrato di (s)cadere in una tipica rappresentazione stereotipata, secondo cui un’influencer, bella e all’apparenza disimpegnata, dovrebbe essere, “ipso facto”, superficiale ed ignorante (a tal proposito è bene ricordare come Elisa Todesco, vero nome della Mega, sia laureata in Psicologia).

Come già detto, aver innalzato Fagnani ad icona “femminista” (quale sarebbe stata la sua reazione davanti ad un uomo?) e di un giornalismo “impegnato” e “coraggioso”, è stato forse un po’ prematuro ed avventato.

Appunti di comunicazione – L’ambasciatore improvvisato

Nel 2001 un informatico italo-americano di nome Jonah Peretti inviò provocatoriamente alla NIKE la richiesta di personalizzare le proprie scarpe con la scritta “Sweatsop”*, termine che indica un luogo di lavoro caratterizzato da condizioni povere e socialmente inaccettabili per il dipendente. L’allusione era alle fabbriche della multinazionale nei paesi del Secondo e Terzo Mondo.

Il vivacissimo scambio di mail che ne derivò (“potete mandarmi un paio di scarpe del colore della pelle della bimba vietnamita di dieci anni che ha lavorato per farle?”) fu reso virale da una catena partita dagli amici dell’informatico, che nel giro di poche settimane si ritrovò famoso a livello globale e a dibattere sui media dei diritti dei lavoratori. Lui, senza alcuna competenza ed esperienza a riguardo, come infatti ebbe a riconoscere per primo.

L’aneddoto è emblematico non solo dei meccanismi della viralità ma pure dell’informazione, specialmente al giorno d’oggi; più del messaggio, in sé, conta chi lo veicola. Anche il caso di Gino ed Elena Cecchettin può essere per certi versi paragonabile a quello di Peretti.

*la NIKE aveva lanciato un sito tramite il quale i clienti avrebbero potuto scegliere colore e scritta delle loro scarpe

Appunti di storia e comunicazione -L’invidia “qualunque” e il nemico colto, ieri e oggi

( Di CatReporter79)

Ormai affermatosi come autore di opere teatrali e soggetti cinematografici, alla fine degli anni ’30 Guglielmo Giannini disse tuttavia di sentirsi inadeguato e a disagio nel doversi relazionare con “i dottori col bollo, i poeti laureati, la gente in regola con gli studi”. Pur di famiglia alto-borghese e colta (il padre era un giornalista e scrittore e la madre, britannica, figlia di scrittori), il futuro leader dell’UQ scelse infatti una formazione da autodidatta, vedendo (questa almeno fu la sua versione) nell’istruzione di Stato un’indebita intrusione nella vita del cittadino.

Una scelta libera, dunque, ma le cui conseguenze sembrarono pesare non poco sull’autostima di Giannini. Qualche anno dopo, in un articolo sulla rubrica satirica “Le Vespe*”, lo ritroviamo non a caso sull’argomento, scrivendo dell’orgoglio di aver brevettato (alla fine della Grande Guerra) “grazie soltanto “alla modestia della mia licenza elementare” un sistema di intercettazione telefonica poi adottato dal Regio Esercito.

Non è pertanto da escludere che l’avversione mostrata dal commediografo verso l’impegno politico, la politica “colta” e gli ideologi, fosse dovuta a questo complesso latente. Ad accreditare la tesi, il fatto che una volta sceso in politica fu proprio il Partito d’Azione, uno dei partiti con la più alta concentrazione di uomini istruiti e di cultura, ad essere oggetto dei suoi strali; gli azionisti vennero a più riprese definiti “vanagloriosi e pieni d’acqua”, “i quattordici gatti della setta dei professori”, i “caporali di filosofia”, i “quattro professori in fregola di prebende”, i “laureatissimi fregnoni”, gli “austeri imbroglioni”.

La rabbia di Giannini e dei qualunquisti contro il mondo intellettuale, politico e non politico, era ed è una costante anche in altre sigle a vocazione populistico-demagogica, spesso prive di personalità di alto profilo culturale e costituite da una base elettorale scarsamente scolarizzata.

*”Le Vespe”, 8 agosto 1945. S trattava di una rubrica satirica all’interno del giornale di partito “L’Uomo Qualunque”

Schegge di spin – Il buco nella rete

(Di CatReporter79)

Nel preparare alcune lezioni on line sullo spin doctoring e, più in generale, sulla consulenza al politico ed ai partiti (strategia, comunicazione, ecc) ho inserto due casi riguardanti le scorse comunali massesi.

Da una parte abbiamo un signore attempato, che non ha un account Facebook e che forse non usa nemmeno internet o lo fa in modo molto sporadico. Dall’altro abbiamo un giovane, attivissimo sul web.

Entrambi candidati.

Il primo è passato, il secondo no.

Il primo ha preso moltissimi voti (è puntualmente un recordman), il secondo è andato parecchio a di sotto delle aspettative.

Perché?

Perché il primo vanta una rete fittissima di contatti ed amicizie “reali”, anche legati al lavoro (nel pubblico) che svolgeva, mentre il secondo (un libero professionista) si è speso essenzialmente sulla rete, trascurando altre modalità.

Nelle competizioni locali, soprattutto nei contesti di medie e piccole dimensioni, il web può risultare una buona opportunità, ma solo e soltanto come appoggio. La chiave del successo sta invece nel contatto, diretto, continuo, costante, con la gente, e ciò a partire da mesi, se non anni, prima del voto. I social a volte sono utili, altre indispensabili, ma molto spesso brillano di una luce fasulla. Lo sconfitto del mio esempio sembrava non a caso popolarissimo, on line.

Perché è giusto dire “non sono razzista, ma”. Il totalitarismo irrazionale del pensiero unico.

Consacrata come la dimostrazione e il palesamento di un razzismo subdolo ed inconscio, la formula “no sono razzista, ma” risponde, in realtà e molto spesso, all’esigenza di sottrarsi ad una forzatura concettuale e ideologica che impone un pensiero uniformante e idealizzante l’immigrato o lo straniero, al di fuori del quale si è accusati di pregiudizio xenofobo.

Festa del Papà…. anche per loro.

Un pensiero ai padri separati, vittime invisibili inghiottite dal cono d’ombra di un controcultura che confonde il rispetto della donna con la mortificazione e la banalizzazione della figura maschile.

Nessun megafono, per loro.

Nessuna alterazione strumentale di questa o di quella statistica.

Nessuna schiera di giornalisti od “esperti” a gridarne il dolore, questa volta autentico, vivido e pulsante.

Un pensiero a loro, un pensiero ai loro bambini.