Gli USA, il Venezuela, la Russia, le potenze vere e quelle da social:  cosa ci dice (per adesso) il blitz di Donald



Sebbene sia ancora troppo presto per averne un quadro completo, chiaro e dettagliato, il blitz in Venezuela ci consente già alcune considerazioni

Più nel dettaglio:

1) manda nel caos il blocco (trasversale ai partiti) anti-americano ma trumpiano, che si beava della convinzione che il tycoon non facesse guerre, a differenza dei “guerrafondai democratici” (limitare l’ “hard power” significherebbe, per un Paese come gli USA, perdere influenza, ecco perché a costoro piaceva l’idea che Washington mettesse in cantina  la forza)

2) manda nel caos il movimento d’opinione filo-russo (spesso
sovrapponibile a quello anti-americano/trumpiano), che adesso si trova a dover condannare un’azione per certi versi simile a quella del 22 febbraio 2022

3) manda nel caos lo stesso movimento d’opinione filo-atlantico, che adesso deve giustificare un’azione forse al di fuori del diritto internazionale (il riferimento è di nuovo al 22 febbraio 2022)

4) arreca un gravissimo colpo a Mosca, di cui il Venezuela maduriano era un fedele alleato, tra i pochi rimasti (anche se Trump e Putin si fossero accordati sul raid, resterebbe l’enorme danno di immagine per la Russia)

5) liquidando in pochi minuti la leadership venezuelana, gli USA mostrano al mondo la differenza tra una vera potenza (loro) ed una potenza di cartone (la Russia, impantanata da quattro anni nelle paludi ucraine)

Nota: la “legge del più forte” non è un’anomalia nuova, risultato dei nuovi non-equilibri. Gli USA, come del resto le altre potenze globali di ogni taglia, hanno fatto ampio ricorso ai muscoli anche dopo il 1945 ed il 1989/1991

L’attualità del “security dilemma”

Il linguaggio della geopolitica anglosassone, identifica con la formula “security dilemma” uno dei maggiori problemi nelle relazioni interstatuali*.

La dotazione di un apparato militare nettamente superiore a quello dei propri antagonisti, può infatti creare negli stessi un senso di inferiorità, preoccupazione ed una sindrome da accerchiamento capace di spingerli ad aumentare, a loro volta, il proprio potenziale bellico, offensivo come difensivo.

Una mano pericolosa sul tavolo degli equilibri internazionali, vincente (ma con rischi elevatissimi) in epoca reaganiana ma oggi gravida di incognite.

*Si parla, ovviamente, dei maggiori fattori di potenza.

Perché il Re di Giordania vestito da soldato piace alla gente. Le folle ed il maschio alpha, da Benito Mussolini a Vladimir Putin

giordania_re_abdallahPer meglio comprendere e leggere l’ondata di popolarità che ha investito il Re di Giordania dopo la diffusione di una sua foto in divisa militare, dovremmo, ancora una volta, rifarci alle teorie sulla psicologia delle folle e sui meccanismi del consenso di Gustave Le Bon (1841-1931) e Jürgen Habermas (1929-).

Grossolane ed immature nelle loro sensibilità percettive (indipendentemente dalla qualità culturale ed intellettuale dei singoli componenti), le folle sono dunque particolarmente sensibili al “capo” ed ai richiami a quel muscolarismo ancestrale ed essenziale di cui una divisa, nel caso di specie, potrà essere rappresentazione.

In un processo basato sulla semplificazione e da esso scaturito (un capo di Stato non va mai in prima linea né decide in modo esclusivamente autonomo la politica estera), la folla ha quindi identificato in ʿAbd Allāh II vestito da soldato, da “guerriero”, dopo la barbara uccisione di un suo militare, l’uomo forte, il “maschio alpha” che proteggerà il “branco” da chi ne minaccia la sopravvivenza.

Lo stesso meccanismo scatterà ed è scattato dinanzi alle fotografie di quasi tutti i leader dittatoriali (non a caso quasi sempre in tenuta militare, a sottolinearne la “potenza” e l’autorità) e dinanzi a quelle di Vladimir Vladimirovič Putin con in mano un fucile da caccia ed a petto nudo; qui, l’immagine del capo-combattente si salda e si coniuga alla memoria del virilismo termonucleare e kappagibbista sovietico.