Appunti di comunicazione – Meloni l’italiana: molto più di una passerella



L’Italia si è sempre contraddistinta (e questo già prima del 1860) per la qualità della sua diplomazia, elemento andato rafforzandosi dopo il 1945 allorché  i limiti, formali ed informali, imposti dalla sconfitta, hanno indebolito l’ “hard power” di Roma in maniera significativa.

La visita di Giorgia Meloni a Washington andrà pertanto letta all’interno di tale quadro storico-politico; scegliere la linea “dura” contro un alleato così importante, oltretutto in una fase così delicata per l’intero blocco occidentale/atlantico e tenendo conto della psicologia di Donald Trump, sarebbe un errore dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche e irreversibili e la PdC ne è consapevole. Preferibile sarà dunque cercare il dialogo, laddove possibile e fin quando possibile, memori del fatto che in ogni caso la Casa Bianca cambierà inquilino tra tre anni. Chiedere un approccio oltranzista e muscolare, simmetrico, sull’onda dell’ avversione ideologica per “The Donald” (e per Meloni stessa), è invece un approccio ideologico, emotivo, tarato sul breve/brevissimo periodo, su una presunta contingenza del momento o, peggio, su interessi particolari.

Non va inoltre dimenticato come Meloni abbia “tenuto il punto” di fronte a Trump, dando prova di carattere e ribadendo, al contrario o meglio di altri, concetti e valori fondamentali per il mondo democratico, non in ultimo riguardo la questione ucraina. Molto più, insomma e volendo concludere, di un’inutile od autoreferenziale passerella.

“La vera diplomazia mira a coltivare un terreno fertile per la cooperazione duratura, indipendentemente dal giardiniere di turno.”

Le grandi intese prima delle grandi intese. L’asse d’Azeglio-Cavour-Rat­tazzi e l’importanza del dialogo tra le forze politiche.

Mazzini-Garibaldi-Cavour-Vittorio_ECon l’esaurirsi dei sussulti rivoluzionari del 1848, un’ondata di contro-riformismo oscurantista si abbatté sul Vecchio Continente, ma mentre nella maggior parte d’Europa e negli stati preunitari venivano abrogate le costituzioni e il dissenso perseguitato e cannoneggiato (si veda il massacro borbonico di Messina), il Piemonte di Vittorio Emanuele II conservava, irrobustiva ed ampliava le le sue prerogative democratiche.

La restaurazione dittatoriale-imperia­le in Francia e la pressione dall’Austria reazionaria, tuttavia, sembravano mettere a rischio non solo la vocazione liberale ma l’esistenza stessa del Regno di Sardegna; di quegli anni, ad esempio, la richiesta a Torino, da parte di Vienna e Parigi, di inasprire le leggi contro il dissenso (il Piemonte offriva riparo ai rivoluzionari di ogni parte d’Europa e d’Italia). I circoli più reazionari della destra piemontese colsero allora l’occasione per cercare di invertire i processi riformisti in atto nel Paese, facendo pressioni sul Governo d’Azeglio, il quale, però, trovo una “stampella” in Cavour (destra moderata) e in Rattazzi ( sinistra moderata).

Si ebbe in questo modo il cosiddetto “connubio”, ritenuto erroneamente da Mack Smith l’inizio del trasformismo italiano, laddove il termine-concetto viene inteso nella sua accezione più negativa. In realtà, si trattò di un progetto necessario per assicurare al piccolo Stato sabaudo la sopravvivenza democratica. Grazie al “connubio”, inoltre, Torino non soltanto scampò alla mannaia liberticida (furono varati soltanto alcuni provvedimenti che limitavano la possibilità per la stampa di insultare i capi di stato stranieri) ma, anzi, poté proseguire nella sua traiettoria innovatrice, ad esempio con il varo delle Leggi Siccardi (che spogliavano la Chiesa dei suoi più anacronistici privilegi) ed il matrimonio civile.