Sul “colpo di stato” italiano del 2011

Memorandum per chi, tra i supporters del Cavaliere, continua a bollare come “colpo di Stato” l’insediamento del Prof. Mario Monti a Palazzo Chigi, nel novembre 2011.

1: In Italia (come nella quasi totalità dei Paesi occidentali) il premier non viene eletto e confermato dal popolo bensì dal Parlamento, a maggioranza.

2: L’esecutivo guidato da Mario Monti ebbe, durante tutto il tempo della sua esperienza storica, la fiducia ed il sostegno del centro-destra, all’epoca maggioranza in entrambe le Camere.

Un piccolo “cadeau ” alla provocazione: o non c’è stato nessun golpe oppure, in caso contrario, Berlusconi ne è l’autore ed il protagonista. Delle due, l’una.

P.s: la nomina di Mario Monti fu caldeggiata anche dal leader del M5S, Giuseppe Piero Grillo.

Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.

Servizio pubblico: tutto purche’ faccia audience

Servizio Pubblico ieri ha totalizzato 2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share. Dispiace per i militOnti di Disservizio Pubblico”.

Questo il commento facebookiano della giornalista Giulia Innocenzi in merito alle polemiche sulla scorsa puntata della trasmissione condotta da Michele Santoro.

Ferma restando tutta la perplessità di chi scrive per lo sguaiato infantilismo dell’ opzione retorica utilizzata dalla più brava ed illustre collega (“militOnti”), simili orientamenti ed esternazioni palesano e dimostrano quello che, senza tema di smentita, è l’impoverimento in senso qualitativo di una fetta consistente del giornalismo italiano, sempre più attenta alle esigenze di cassetta che non alla qualità della proposta. Non importa che il programma sia stato formulato sulle rivelazioni di una “escort” con il volto plastificato in merito alla (presunta) omosessualità di Francesca Pascale, così come non importa che Marco Travaglio sia sceso sotto l’asticella dell’eleganza professionale definendo il Ministro dell’Interno “Angelino Jolie”. Non importa, ancora, che l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti sia stato attaccato, da più parti, non potendo opporre una difesa, dal momento in cui non era stato invitato. “2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share”; questo è il volgare refrain, il punto di svolta della quaestio, l’asse attorno al quale ruota e deve ruotare la narrazione cronistica. L’audience, quindi la visibilità, quindi il profitto. L’asservimento all’ Ego ed alle traiettorie convenienziali dell’inserzionista. Esattamente come quell’ “infotainment” capace di distruggere, negli anni ’90, l’ultima testimonianza di “gatekeeping” e di professionalità ed eleganza rimasta nell’universo mediatico statunitense. Santoro e i suoi collaboratori non si sono dimostrati diversi da Matt Drudge, dal “Washington Post” e dai canali ABC, NBC e CBS, che inchiodarono la pubblica opinione, per mesi e mesi, sugli affari di letto (o di scrivania) di Clinton e della sua giunonica stagista (all’affaire venne dedicata una media di 6 servizi per ogni telegiornale), salvo tralasciare, poco tempo dopo, il terribile episodio dei brogli elettorali nei collegi della Florida.

Rimane davvero poco di Walter Lippmann, di William Sheperd, di Ray Baker o del nostro Eugenio Torelli Viollier.

“Un giornale oggettivo intendiamo fare noi; un giornale che, prima e piuttosto di discutere le questioni, le studi, che innanzi di sostenere un punto, lo elucidi; ed anziché parteggiare, esponga. Questo è il compito che si impongono principalmente i giornali inglesi, i giornali del popolo che meglio intende e pratica la libertà; ed è quello che vien più trascurato da molti fogli italiani, soliti a tenere come dimostrare le questioni ed i fatti che a loro piacimento piacciono, ed a sostituire al ragionamento l’affermazione” – Eugenio Torelli Viollier, ideatore e cofondatore del “Corriere della Sera”.