Le bombe di Gerusalemme. Le colpe, antiche e moderne, del mondo musulmano nei confronti di israeliani e palestinesi.

Catalogato dagli storici come il secolo dei risvegli nazionali, l’800 vide la riaffermazione delle istanze indipendentiste e unitarie non solo in Germania, Italia e Grecia ma anche nel mondo ebraico. Sono di quel periodo, infatti, la nascita del Sionismo e il ritorno dell’emigrazione ebraica di massa in Palestina dopo le diaspore, drammatiche, delle epoche precedenti, ed è da questo momento che nasce l’idea dei “due popoli e due stati”.

La comunità arabo-musulmana, preponderante in Terra Santa dopo la conquista del VI sec d.c, si oppone tuttavia da allora al progetto, rifiutando l’esistenza di una nazione ebraica, autonomia e indipendente (a tal fine ed in funzione antisemita, il Gran Muftì di Gerusalemme si alleò con la Germania nazista e l’Italia fascista, prendendo attivamente parte alla Shoah). Una situazione che, a tutt’oggi, si presenta quasi immutata; dei 22 Paesi della Lega Araba (Jāmiʿat al-Duwal al-ʿArabiyya), infatti, soltanto due (Egitto e Giordania) riconoscono Israele e il suo diritto all’esistenza (Muḥammad Anwar al-Sādāt pagò con la vita la decisione di allacciare relazioni diplomatiche con Tel Aviv), mentre nel mondo musulmano più in generale, Iran, Ciad, Niger, Mali, Mauritania, Guinea, Indonesia, Malesia non hanno nessun tipo di legame politico e diplomatico con lo Stato ebraico, evocandone, in alcuni casi, la distruzione.

La stessa cosa per quanto riguarda Hamas, la principale organizzazione politico-militare palestinese, che ha come obiettivo statutario l’annientamento e la dispersione del rivale. A tutto questo, si dovranno aggiungere i tentativi di invasione di Israele perpetrati negli anni dai suoi vicini arabo-musulmani, come ad esempio la Guerra arabo-israeliana del 1948, scatenata da Egitto, Siria, Transgiordania, Libano, Iraq, Arabia Saudita, Yemen, Esercito del Sacro Jihad ed Esercito Arabo di Liberazione il giorno successivo la dichiarazione di indipendenza israeliana.

Al contrario, Tel Aviv ha tradizionalmente mostrato una maggiore flessibilità ed apertura, ritirando le colonie (kibbutz) da Gaza nel 2004-2005 (Piano di disimpegno unilaterale israeliano ) e restituendo il Sinai all’Egitto nel quadro degli accordi di Camp David del 1979.

L’opposizione storica all’esistenza di una nazione sotto la Stella di Davide, è dunque lo scoglio, per adesso insuperabile, che ostacola la nascita di uno Stato palestinese. Il giustificazionismo in merito ad attacchi brutali come quello alla sinagoga di qualche giorno fa, in nome della resistenza ad un ‘ “invasione” da parte israeliana, dovrà quindi essere respinto come inaccettabile, irricevibile ed irrazionale, non soltanto sotto il profilo morale ma anche alla luce dell’elemento storico e documentale.

Gerusalemme o Tel Aviv?Le ragioni di un “equivoco”

Sebbene la capitale “storica” dello Stato di Israele sia Gerusalemme (fondata dal popolo ebraico tra il 2400 e il 2250 a.c ), i media indicano in prevalenza Tel Aviv come riferimento del Paese.

Si tratta di una scelta comprensibilmente sgradita a quella fetta di pubblica opinione vicina ad Israele, che tuttavia trova una spiegazione di tipo politico, diplomatico e “pratico” nel fatto che la città sia oggetto di contesa con l’elemento palestinese e (anche) da esso rivendicata come capitale.

La comunità internazionale, inoltre, non riconosce la presenza israeliana nel settore Est di Gerusalemme (a maggioranza araba) non riconoscendo, di conseguenza, il suo status di capitale del Paese.

Per questo, e per l’ubicazione della stragrande maggioranza delle ambasciate straniere nel suo territorio, Tel Aviv (letteralmente “collina della primavera”) viene citata come massimo centro israeliano. Nda: il settore Est di Gerusalemme venne occupato dal Tzahal con la Guerra dei Sei Giorni, determinata dal blocco egiziano del porto israeliano di Eilat, sul Mar Rosso.