Putin e la “nuova” Russia: ciò che la destra ha capito bene, a differenza della sinistra

Anche nell’approccio alla Russia, la destra si dimostra, di nuovo, molto più pragmatica e lucida della sinistra*. In Putin hanno infatti riconosciuto un affine, “uno di loro”, un potenziale e preziosissimo alleato (molto più di un Trump, che era un alleato “a tempo”), per questo non si sono fatti alcun problema a passare sopra la sua storia recente di comunista kappagibbista ed alla storia recente del suo Paese, a passare sopra la loro stessa storia recente fatta di un atlantismo e di un americanismo che, almeno per adesso, non servono più. Come sono disposti a passare sopra persino al recupero di una certa memoria sovietica e staliniana da parte del Kremlino, dal momento in cui hanno capito perfettamente che è solo propaganda utile a Putin, che un’URSS ormai defunta da 30 anni non rappresenta alcun pericolo concreto. E propaganda è pure il mito della “denazificazione”, che anzi consente alle destre di rifarsi una verginità, ecco spiegato il motivo per cui lo cavalcano o non lo mettono in discussione, perché da buoni pragmatici sanno che ciò che conta davvero è il presente, è il futuro, non il passato con i suoi feticci statici.

A sinistra sono invece cristallizzati ad un’immagine novecentesca e romantica della Russia, il che li costringe ad adattarsi in modo disperato a ciò che la Russia è realmente, snaturandosi e imbrigliandosi in (involontarie?) alleanze paradossali. Il loro stesso anti-atlantismo e a-strategico ed antitetico ad ogni indirizzo leniniano, poiché viene anteposto per partito preso ad ogni altra elaborazione razionale, finendo con l’avvantaggiare e rafforzare gli avversari storici (lo è anche Putin, uomo di destra e reazionario) che al contrario e a dispetto delle “amicizie” dell’ultima ora rimangono, nel profondo, sempre uguali, sempre fedeli ai loro princìpi-guida e ai loro obiettivi.

*termini generici e “amplipensanti” per indicare quei segmenti delle due comunità politiche e ideologiche che guardano a Mosca

La destra italiana e le contraddizioni del putinismo

Nonostante il crollo dell’URSS, la Russia ha mantenuto le sue partnership strategiche con i vecchi alleati dell’era sovietica, rinsaldandole con Vladimir Putin nell’ambito del progetto di rilancio della potenza russa voluto dall’ex ufficiale del KGB.

Questo apre una serie di interrogativi per quei settori della destra italiana (moderata come radicale) “convertiti” al putinismo in reazione alla presenza di Barack Obama alla Casa Bianca; dai rapporti con i paesi socialisti e comunisti superstiti (Cuba, Vietnam, Laos e, soprattutto, Corea del Nord, RPC e Venezuela) a quelli con le teocrazie islamiche (in primis l’Iran) all’amicizia con Israele e alla fedeltà alla NATO, i conservatori di casa nostra si trovano infatti alle prese con le contraddizioni sollevate dalla non facile posizione tra l’incudine e il martello rappresentata, da un lato, dal loro DNA storico e, dall’altro, dalle seduzioni di un potenza precipuamente anti-occidentale e vetero-staliniana.

Ecco dove e perchè Grillo è più debole di Mr.B

Da “L”Unità” (l’ex giornale degli ex amici di Mosca. Ohibò..i “liberali” chiudano pure gli occhi)

“Coerente, in fondo, lo è. Marco Travaglio viene da quella destra italiana che ha sempre avuto come sua ossessione la sinistra. La cui storia descrive con le mani insanguinate e con gli scarponi chiodati. Nel 1994, proprio per far deragliare i nipotini di Stalin, Travaglio accarezzò la Lega. Cioè un movimento ribelle dei territori, ma pur sempre agli ordini di Berlusconi. Nel febbraio scorso ha puntato invece sul M5S, ossia su un movimento ribelle della rete, e tuttavia garante del buon mondo antico presidiato dal grato Cavaliere.

Alla forza meno granitica che ha espresso la storia repubblicana, Travaglio intende prestare un disperato soccorso. E perciò strilla contro il «giornalismo servo» che descrive i mitici deputati di Grillo come divisi, poco esperti, attardati sulle questioni degli scontrini. Urge una rapida controstoria delle eroiche gesta per riscattare l’onore perduto. Ed ecco però come il saggio, lui sì non «prostatico», Travaglio tira le fila: occorre un bel «collegio dei probiviri» che liquidi la senatrice «furbona», «l’altro genio» che andava in Tv, i dissidenti feriti solo «sul nobile ideale della diaria».
Ma come? Senza neppure accorgersene, Travaglio descrive l’esperienza del M5S proprio come abitualmente fanno le spregevoli «guardie del corpo dei partiti» che riempiono di insulsaggini i loro giornali. E però «il cameriere del contropotere» aveva l’intenzione di celebrare la missione storico-cosmica del M5S, santificato come «unico», «primo», «storico» in ogni gesto, opposizione, sogno e proposta.
Non meno confuso il corazziere di Grillo (e quindi un po’ carabiniere anche di Berlusconi) appare quando indossa gli abiti del suggeritore strategico. Oltre alle adunate dei probiviri per rimettere disciplina, i grillini «convochino conferenze stampa e iniziative di piazza» contro «quell’ente inutile che è ormai il parlamento». Perfetto. La memoria lo riporta, con un sospetto automatismo, all’aula sorda e non più grigia ma comunque inutile. Contro di essa occorre scaldare la piazza in un moto di ribellione perpetua contro istituzioni nemiche, con la subdola vocazione al «golpetto» e quindi senza alcun valore normativo.

È quello che Grillo sta già facendo, condannando all’irrilevanza un movimento di quasi 9 milioni di elettori, destinato alla frammentazione e alla fronda per l’assoluta mancanza di guida politica. Senza un briciolo di organizzazione, un confronto sui programmi, una strategia politica di breve e medio periodo non c’è nulla che possa trattenere una forza che sbanda e procede alla cieca: né gli anatemi di un comico arrabbiato né le scomuniche di un giornale amico.

Il disegno che Grillo persegue è quello di un movimento certo dimagrito ma non esangue, che si serve delle istituzioni come di un semplice megafono, che ricorre alla piazza per scopi di propaganda ma ha poi nel blog privato del capo il suo centro assoluto di riferimento. Il mondo è però troppo complesso per rinchiuderlo in un blog. E delle forze centrifughe, al cospetto dello scacco continuo che il non-partito incassa nelle sedi della rappresentanza, spingeranno alla deriva una litigiosa formazione flash da mesi chiusa in un vicolo cieco.

Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici. Anche Grillo dispone di un partito della micro azienda, con alcuni giornali e trasmissioni Tv di supporto. Ma la sua potenza di fuoco, che è stata devastante durante la campagna elettorale, pare spenta dopo l’ingresso trionfale nel Palazzo, occupato per non combinare nulla.
Il mito di un uomo solo al comando anche stavolta non funziona. Senza un’ideologia coerente, una macchina di un qualche spessore, un blocco di interessi sociali di riferimento nessun capo assoluto, seppure coadiuvato da un guru millenarista o da media vicini agli spifferi della polizia giudiziaria, riesce a mantenere il saldo controllo di una schiera di eletti reclutati con provini, autopromozioni, cooptazioni, filmati.
La velleità di raccogliere in ogni piazza un risentimento su una singola istanza e definire così una eterogenea aggregazione di micro-rabbie non porta ad una politica. La fenomenologia della rabbia a febbraio ha gonfiato una metafisica della rivolta. Ma se l’ingresso nel palazzo è sterile, e improduttiva si rivela la partecipazione al gioco politico, difficile pare accendere di nuovo la miccia della ribellione. Neanche se l’ordine di insurrezione lo redige Travaglio, che sogna un vecchio comico al Palazzo e un altro a scaldare la piazza invocando di visitare il suo blog”

Analisi lucida e puntuale che non posso che condividere, eccezion fatta per un passaggio:

“Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici”.

Grillo ha, per struttura caratteriale (personalità forte ed accentratrice come quella di Berlusconi ed ego ipertrofico) l’idea/obiettivo del capo carismatico/monarca assoluto, ma la sua fragilità rispetto al Cavaliere nell’edificazione di un simile progetto non risiede nella diversa potenza di fuoco mediatico dei due partiti o nell’immaturità organizzativa del Movimento, quanto nel fatto che il M5S, a differenza del PdL e di FI, è nato (almeno nelle intenzioni della sua base), proprio come “turning point” rispetto alle vecchie e stantie prassi del sistema, compreso il millenarismo avventista del capo che l’arcoriano incarna e che tanto ammorba ed affossa l’altra metà del cielo politico italiano. Pretendere che i tanti, tantissimi soggetti provenienti dai movimenti o dalle porzioni più radicali e idealiste della sinistra italiana e adesso gravitanti nell’orbita pentastellata, possano accettare epurazioni e diktat di scuola staliniana o xiaopingiana o, peggio ancora, sposare posizioni teonomiche, significa azzopparsi in partenza e consegnarsi ad una rapida ed irreversibile emorragia di consensi e credibilità.