25 Aprile, la libertà di essere asserviti

Con il 25 Aprile 1945, l l’Italia transitò da una dominazione feroce ed umiliante, quella nazi-fascista, ad un tipo diverso di dominazione, non feroce, “soltanto” umiliante: quella americana, statunitense. E’ vero, la nostra condizione mutò, mutò radicalmente: ottenemmo la democrazia, pur con i limiti e le storture che tutti conosciamo, il sistema repubblicano a suffragio universale ed una Costituzione tra le più avanzate del mondo occidentale, ma lo status di potenza perdente, “liberata”, per giunta, dall’ex avversario di Washington, ed il bisogno del loro ombrello difensivo, con il profilarsi del confronto con l’URSS post blocco di Berlino, sottrasse al nostro Paese la sovranità sostanziale, facendo dell’Italia una sorta di protettorato, non “de iure” ma “de facto”, senza potere decisionale se non previa ratifica del potente “alleato” d’oltreoceano. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, esattamente come la vittoria del 4 Novembre, quando una potenza straniera mantiene le proprie basi sul suolo di un altro stato, quando, sul suolo di quello stato, detiene centinaia di testate nucleari e quando, di quello stato, limita, azzoppa e condiziona la politica, interna come esterna, subordinandola ai propri interessi (in questo caso anche a quelli di Israele, vero “ghost director” dello Studio Ovale). Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando i soldati e i cittadini di uno stato possono permettersi di fare quello che vogliono in un altro stato, oltrepassando il perimetro della legalità, uscendone impuniti, arrogantemente certi dell’impunità. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando uno stato piazza sofisticati sistemi radio sul suolo di un altro stato, avvelenandone ed uccidendone i cittadini, nel silenzio vile e complice dei rappresentanti degli ammazzati. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando le istituzioni di uno stato non pagano i servizi che un altro stato garantisce loro, sul suo territorio. Certo, il CERMIS, le risse nei bar di Tirrenia con i locali sfasciati, il caso Knox, magari Chico Forti, forse il MUOS; a questo, chi avrà la cortesia di leggermi, penserà e potrà pensare. Si, anche, ma non solo. Troppo “facile”. Chi ricorda, ad esempio, il caso Stockholm-Andre­a Doria? O meglio, chi ne rammenta i retroscena? Provò, il governo italiano, ad ottenere giustizia nelle sedi della giurisprudenza internazionale,­ ma il suo potente “liberatore” intervenne ad insabbiare la cosa, tappandoci la bocca (come sulle le Foibe 10 anni prima), tappandola alle 46 vittime perite nel naufragio della turbonave italiana, speronata colpevolmente dal battello svedese. Eravamo in Piena Guerra Fredda, la prima, e gli USA non si potevano permettere tensioni tra due membri dell’asse occidentale. Fu così che con l’Andrea Doria colò a picco anche la nostra dignità di popolo. Ancora una volta. Nessuna “Dottrina Sinatra”, per l’Italia. Nessuna “Rivoluzione cantata”, come per le repubbliche baltiche. La nostra cortina di ferro è ancora lì, senza un grammo di ruggine, splendente di anacronismo e ben sorvegliata da Vopos che masticano chewing-gum, a ricordarci chi fummo e che cosa siamo adesso. No, mi dispiace. Non me la sento di festeggiare. So fare a meno di fanfare e retorica roboante di polvere ed ipocrisia. Festeggiate voi, festeggino altri. Oltreconfine, quella sarà vera liberazione. Io non festeggio.

“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta” – Theodor Adorno

Il 25 aprile si festeggia il passaggio da una colonizzazione all’altra

Mi è capitata sotto gli occhi, qui sui FB, una nota a firma di Gino Strada sulla presenza di ordigni nucleari statunitensi (circa 80) sul suolo italiano. Strada indicava, tra le altre cose, l’acquisto degli F-35 come imprescindibile, nei progetti americani e italiani, proprio perché subordinati al trasporto delle bombe atomiche. Quella indicata dal medico di Sesto San Giovanni, prende il nome di “Nuclear sharing” o “Condivisione nucleare”; l’Italia dispone, secondo questo protocollo, di armi nucleari statunitensi a “doppia chiave”, utilizzabili, quindi, solo con il nostro consenso. Ma anche con quello di Washington. Italiane ma non italiane, insomma. Il “Nuclear sharing” comprende anche la Germania, la Turchia e i Paesi Bassi. Al principio degli anni ’80 del secolo scorso, Italia e Francia avevano ipotizzato la creazione di una “Force de frappe” (forza di dissuasione nucleare) congiunta, così da dare vita ad un asse italo-francese in grado di controbilanciare il potere anglo-americano sul “fianco sud” (il Mediterraneo) e , più in generale, in Europa. Una simile strategia avrebbe riattivato quella linea di collaborazione tra Roma e Parigi, già abbozzata da Mussolini e Laval, e poi scelleratamente abbandonata con gli esiti che la storia ci ha consegnato. Il nostro Paese, però, all’ultimo istante si tirò indietro, così come anni prima si era tirato indietro dal progetto del sottomarino a propulsione nucleare “Marconi”. La deterrenza nucleare esclusiva avrebbe consentito all’Italia la riconquista della sovranità nazionale sugli americani e la realizzazione, come detto, di un’alleanza militare, economica, politica e culturale in funzione non solo anti-anglo americana, ma anche anti-tedesca. Purtroppo, prima ancora del giogo yaltiano e dell’infausto Trattato del 1947, pesarono fattori di natura storica e culturale; l’Italia non dispone di una cultura unitaria forte e condivisa, ed era allora (in parte anche adesso) dominata da due forze, cattolici e comunisti, che mai hanno avvertito il senso di patria, il campanello dell’interesse comune. I primi, i cattolici, perché Universalisti e ancora condizionati dallo “strappo” di Porta Pia. I secondi, i comunisti, perché internazionalisti. L’ipotesi di una deterrenza atomica e di un recupero identitario può far storcere i nasi più “spinoziani”, ma ricordiamocene quando sbraitiamo per casi come il CERMIS, Amanda Knox, Chico Forti, ecc. O quando i nostri governi vengono obbligati a mandare le truppe ad ogni latitudine per tutelare gli interessi della UNOCAL.

Tutti gli uomini sono uguali,ma i Maro’ sono piu’ uguali di Forti

Dopo l’entrata in guerra nel 1940, in Italia ci fu, come prevedibile, un brusco calo nell’offerta dei carburanti per le aziende che gestivano il trasporto pubblico (la precedenza veniva assegnata ai mezzi militari). A questo si sommarono l’arresto della circolazione automobilistica privata e la difficoltà nel reperire pezzi di ricambio per i veicoli a motore. Il risultato fu un sovrautilizzo dei bus e dei tram, che in brevissimo tempo si trasformarono in veri e propri carri bestiame stipati fino al limite dell’immaginabile. Dal momento in cui tale condizione favoriva coloro i quali salivano senza biglietto, le aziende del trasporto pubblico imposero che non si potesse salire se non dalla porta posteriore e uscire da quella anteriore, in modo che chiunque fosse costretto a passare davanti al bigliettaio. Enormi erano i disagi per i passeggeri, costretti ad uno slalom soffocante tra decine e decine di persone, ma c’era una categoria che, in barba alle regole, si arrogava il diritto di salire dalla parte anteriore (quella adibita alla discesa) evitando così questa stressante gimkana: i poliziotti. Ad essi si aggiunsero nel giro di brevissimo tempo i Vigli del Fuoco, poi ancora le Fiamme Gialle, i militari della Milizia e via discorrendo. Non avevano nessuna dispensa per godere di un tale favoritismo, ma veniva loro concesso perché indossavano una divisa. Tutto qua. Celebre fu il caso di una vecchietta che, stremata dalla fatica, chiese al controllore di salire dalla parte anteriore, cosa che le fu negata. “Se ne stia a casa. Siamo in guerra!”, fu la sentenza di quel piccolo e “solerte” capetto, anch’egli munito di un’ uniforme, di una parvenza di testosteronica autorità. Ora, i Marò rimpatriati e tenuti in Italia in barba (almeno ufficialmente) agli accordi con l’India, sono rei dell’uccisione di due poveri pescatori, due padri di famiglia, scambiati per pirati. La macchina ideologica patriottarda (spenta e parcheggiata quando il micropartito Lega Nord dice di volersi pulire il culo con il tricolore), si è subito messa in moto per “liberare” i due reclusi, alimentata e sostenuta dalle forze delle istituzioni e dei partiti, in uno sforzo comune che ha prodotto i risultati attesi: Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono e resteranno a casa. Potere di quella divisa, di quel catalizzatore di pulsioni ideologiche che, invece, un Chico Forti non può vantare e mettere in campo. Mentre io sto scrivendo e voi mi state leggendo, Forti si trova in una cella di 2 metri X 2 di un penitenziario federale della Florida, tra spacciatori, mafiosi, stupratori ed assassini, per un crimine che, molto verosimilmente, non ha commesso e sulla base di un impianto accusatorio lacunoso ed indiziario. Ma per lui nessuno si muove, anzi; l’ex ministro degli Esteri Frattini depose il sigillo sul’ amara condizione di quel nostro connazionale con un laconico e sgangherato: “la giustizia americana non è quella dei films”. Qual prodigio di ars bene loquendi, il nostro ministro, nevvero? In un’eterna riproposizione dei ruoli di forza, del concetto orwelliano di disparità mascherata dal garantismo più ipocritamente ecumenico, ai due Marò potremmo assegnare il ruolo di quei poliziotti che montavano sui tram e sui bus dalla parte anteriore, e al povero Forti quello della vecchietta.

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