Ricordiamo che la dottoressa Cécile Kyenge, medico oculista ed attuale Ministro per l’Integrazione, è cittadina italiana a tutti gli effetti e che risiede in Italia dal lontano 1983. Ricordiamo, inoltre, che durante i primi anni nel nostro Paese, la dottoressa Kyenge si pagava gli studi lavorando come badante, senza padri o madri a coprirle le spalle (a differenza di molti tribuni da salotto). L’Italia è, soprattutto dal 476 dc, un melting pot di etnie e culture, una fusione di mondi e percorsi nella quale nessuno si trova nella condizione di rivendicare primati di originalità. P.s: Io stesso ho sangue francese e germanico, ma non per questo sono francese o tedesco.
Ereditarietà del malcostume
Politichetti di lungo corso, consiglieri “ad nauseam”, che passano ai figli il proprio “pacchetto” storico di voti, e con esso il loro seggio, come se si trattasse di un feudo. Rampolli digiuni di politica e di prassi della pubblica gestione che, forse, otterranno addirittura una sedia dietro la grande scrivania, quella al centro della sala. Perché, si sa, una mano lava l’altra, anche se la faccia poi rimane sporca. Ma il pesce non puzza dalla testa, come una vulgata ultimamente tanto in voga vorrebbe far credere alla “massa” tanto desiderosa di assoluzione, bensì dalla coda; colpa prima ed ultima è di chi accetta questi immondi travasi, colpa è dell’uomo qualunque, che sceglie di non scegliere, affossandosi per innalzare il nulla di nulla agghindato Bonne nuit.
P.s: se questo è il nuovo, io sono Georges Jacques Danton
Il pacifismo sconosciuto delle Tregue di Natale
Il movimento pacifista internazionale e, purtroppo, anche la storiografia accademica, hanno relegato in un angolo, se non dimenticato (almeno fino al lavoro di Christian Carion) le “tregue di Natale” del primo conflitto mondiale. Tale fenomeno rappresenta, almeno nel solco della storia contemporanea, l’esempio più alto, perché più genuino, dell’aspirazione dell’uomo civilizzato alla convivenza pacifica, motivo per cui apparre utile, giusto ed opportuno sia riscoperto, riletto, rinarrato (senza limitarsi al fronte nord-occidentale, dato che le pacificazioni si verificarono, fino al 1918, anche sul fronte italiano ed in Asia). La “colonizzazione culturale” americana ha sfortunatamente spostato, anche in questo caso, l’attenzione alle immagini ed alle icone provenienti dal loro vissuto (la bambina di Nick Ut, ad esempio), ed è questa una limitazione che rende monca e viziata la lettura e l’interpretazione di ciò che siamo e della nostra “istologia civile”.
“La piccola pace nella grande guerra. Fronte occidentale 1914: un Natale senza armi”, di Jürgs Michael. Il libro più completo, a tutt’oggi, per chi desideri approfondire l’argomento.
Stati Canaglia e distorsioni mediatiche.
Tra le opzioni messe in campo da Washington per piegare la resistenza vietnamita, vi fu il ricorso all’atomica, caldeggiato dall’allora inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, Richard Nixon, ma osteggiato dal suo Segretario di Stato, Henry Kissinger (una soluzione d questo tipo avrebbe esasperato lo sdegno anti-americano per il conflitto asiatico e scatenato, probabilmente, la reazione nucleare sovietica). Ricordiamo che, in Indocina, gli USA facevano già abbondante ricorso ad armi chimiche, come le bombe al Napalm ed al fosforo (utilizzate in modo massivo e massiccio contro la Cambogia, stato non belligerante). Ricordiamo, ancora, che l’ipotesi nucleare venne presa in considerazione anche ai tempi della Guerra di Corea (Truman e MacArthur avevano individuato oltre 20 bersagli da colpire in Cina); anche in questo caso, l’attacco atomico venne accantonato per il rischio (soltanto per quello) di una reazione di risposta da parte di Mosca. Ricordiamo, infine, l'”Incidente del Tonchino”, “casus belli”, poi rivelatosi fasullo, con il quale l’amministrazione Johnson dette il via all’intervento militare contro Hanoi (“diavolo, quegli imbecilli, stupidi marinai sparavano soltanto a pesci volanti!”, ebbe ad ammettere lo stesso Johnson). Media, “think tank” ed agenzie di PR, riescono a creare una distorsiva lente caleidoscopica, capace di agitare sia la propaganda “grassroots” (diretta agli strati più bassi della popolazione, il “grass”), sia “‘treetops'” (diretta agli strati più alti, il “tree”), sia “grigia” (accreditando notizie parzialmente non vere), sia “nera” (accreditando notizie del tutto fasulle). Questo, però, non sarebbe possibile se il potere, ovvero la leva delle propaganda e dei suoi strumenti, non fosse in grado di contare sul carburante dell’ottusità ideologica, che crea una predisposizione al convincimento (ai tempi della Seconda Guerra del Golfo, la percentuale deglii utenti televisivi che credevano maggiormente al mito delle armi di distruzione di massa irachene, vedeva un aumento esponenziale tra gli abituali del canale “FOX, tradizionalmente vicino al GOP).
Il pessimismo che fa moda..ma che fa male.
Tanto irritante quanto socio-antropologicamente curioso e degno di studio, l’arsenale di idiozie messo in campo dal qualunquismo popolare durante occasioni e ricorrenze quali il Primo Maggio. Ogni anno si ripete lo stesso spettacolo, rutilante di nulla: tutto va male e tutto andrà male. Ovviamente, come nelle migliori tradizioni del disfattismo nazionalpopolare, si evoca ed invoca un passato mitico ed aureo che, vorrei chiedere a costoro, in quale epoca troverebbe collocazione, dato il carattere sempiterno e costante di questo “inverno nucleare” sociale ed economico. Ps. Il pessimismo viene visto come un “must”, prova ed attestato di intelligenza, capacità di scavo ed allergia sensoriale. È, invece, l’esatto contrario, come lo sono tutti gli estremismi e gli arroccamenti aprioristici. Al suo nulla segue il vuoto della non-proposta, in una costante opera e prassi di modaiola lamentazione.
Letta: come salvare sovranità e stile
Meeting Letta – Merkel. Letta: “Confermo che manterremo gli impegni e che tutto starà dentro quegli impegni. I modi e le forme con cui troveremo le risorse è roba di casa nostra e non devo spiegarla a nessuno”. Esistono molti modi per tutelare la propria sovranità e la propria dignità di (grande) Paese, senza dover ricorrere a battute da osteria, sessiste e volgari.
Sulla reale disperazione. Un abbraccio a Giuseppe Giangrande
Uno dei miei amici più cari è ipovedente, un timpano fracassato, problemi osteo-articolari, epatici e un’invalidità al 75%. Vive, da solo, in una casa sporca e fatiscente, con i 300 euro di pensione trasmessigli dalla madre defunta e non lavora, perché il sistema burocratico glielo impedisce, nonostante abbia diritto alla 104. Ah, dimenticavo: è terremotato. Eppure, nonostante questo arsenale di sventure (che la stragrande maggioranza di chi adesso mi sta leggendo non ha, per fortuna, mai vissuto, nemmeno in piccola parte), è ed è sempre stato nel novero delle persone più ottimiste e solari che abbia mai avuto l’opportunità ed il piacere di conoscere e frequentare. Sento parlare di “problemi”, per lo sparatore di Roma. Sento parlare di “disperazione”. E ne sento parlare a sua, irresponsabile, semplicistica, modoaiola e criminogena giustificazione. Giuseppe Giangrande, il militare ferito in modo più grave, ha subito un’importante lesione midollare nel tratto cervicale; questo significa tetraparesi. Il tetraplegico non è “soltanto” impossibilitato all’uso degli arti, inferiori come superiori, ma perde la sensibilità dalla zona della lesione in giù, perde la capacità di termoregolazione, la funzione erettile ed è costretto ad espletare i propri bisogni fisiologici in modo meccanico (deve avere qualcuno che gli metta un dito nell’orifizio anale). Inoltre, nel caso in cui la sezione trasversa sia alta, vivrà il resto dei suoi giorni attaccato ad un tubo respiratore, messo in pericolo dal primo malannetto di stagione, di cui noi ci liberiamo con una spremuta e una spruzzata di Vicx Sinex. Pensateci, pensiamoci, prima di parlare di “problemi”, prima di parlare di “disperazione”, per un beota che getta la propria esistenza su un tavolo da gioco. Non facciamoci abbindolare dal filtraggio di una certa mitologia internetica che stravolge, in senso mistificatorio, la realtà. Pensiamo a chi è costretto a guardare il mondo da un occhio solo ed appannato..o dal letto antidecubito di una stanza d’ospedale, sognando la mano della propria moglie divorata dal cancro pochi mesi prima.
P.s: purtroppo, trova larghissima diffusione una mentalità assolutoria ed autoassolutoria nei confronti del “popolo” e da parte del “popolo”. Si tende ad attribuire pilatescamente la colpa e la responsabilità ultima di qualsiasi male alle istituzioni, come se esse fossero entità astratte, separate dalla gente, dal “popolo”, appunto. Lo Stato, le istituzioni, siamo noi, sono l’insieme del singolo, e lo sono, soprattutto, dalle grandi rivoluzioni liberali del ‘700 e dell’800. Siamo noi, con il nostro quotidiano, a fare la differenza, e solo noi possiamo imprimere quel cambiamento che tanto invochiamo. Una dimostrazione? Non frammentare il nucleo familiare in due, tre, quattro parti, per evitare la tassazione sulla casa, frodando così il fisco e, di conseguenza, il nostro prossimo. (esempio ormai “datato” ma esplicativo)
“Il popolo sopporta di essere derubato, purché non si smetta di adularlo” -Nicolás Gómez Dávila
Governo Letta: il tempo della responsabilita’
La delicatezza dell’ attuale segmento congiunturale impone un ripensamento delle priorità nazionali (e non solo), con il conseguente accantonamento, ad esempio, di ogni “quaestio” legata alla situazione giudiziaria dell’ex premier, Silvio Berlusconi. Come nella forchetta 1943-1947, nel 1976 e , prima ancora, ai tempi degli Zanardelli-Giolitti, il nostro Paese necessita di un esecutivo forte e coeso che sappia rilanciare l’economia nazionale, varando quell’imponente pacchetto di riforme necessario alla rivitalizzazione del tessuto connettivo economico, l’imprenditoria, rinegoziando il debito e le sue modalità di pagamento a Francoforte e Strasburgo. Esasperate partigianerie di bandiera, multicromatici e centrifughi frondismi, fuorvianti populismi e sussulti ideologici di stampo 800-900esco, debbono e dovranno essere defenestrati dal buonsenso che l’ora impone. Nemmeno a me entusiasma un ” appeasement ” con l’uomo peggiore di queste due ultime decadi, ma ancor meno riesce ad entusiasmarmi la gravissima spaccatura, politica, civile, sociale, che una contrapposizione ideologica, in un momento tanto critico come quello che stiamo sperimentando, potrebbe generare.
Quanto a Giuseppe Piero Grillo, nel suo ultimo post mette in campo un corredo lessicale caotico che, come al solito, non dice nulla. Alza la polvere, confonde, estrae dal cilindro tutta la sua pittoresca “ars comica”, crea un montaggio in cui i membri del nuovo governo si trasformano negli Addams, Lupi diventa “Mariangela Fantozzi”, Letta “Capitan Findus” ma, come detto, nessuna proposta, nessuna ipotesi terapeutica, nessuna analisi economica e finanziaria, nessun lavoro di scavo degno di un politico da 8 milioni di voti. Soltanto una parata di rutilanti acrobazie gergali e figure retoriche, un “TRUMP! CRACAAACCKKKK! SDLENG! BUDUMMMM! TRAAAAAAAAMMMMMBUSTIIIIIIIIOOOOOOOOO!!”, riproposizione di un Futurismo, azzoppato e stanco, che nulla riesce a dare. Se non una risata.
Ministro per la cooperazione internazionale
Detesto gli steccati e diffido dagli ultras del primato/fattore biologico, sia esso rappresentato dall’elemento di genere che dal colore della pelle. Per questo motivo non mi unisco al coro esaltatorio, in modo aprioristico ed irragionevole, per la signora Kyenge ; ritengo, comunque, che la sua nomina rappresenti un segnale importante, un “point break” di cui una società come la nostra, ancora poco abituata alla multiculturalità, aveva ed ha bisogno. Buon lavoro e benvenuta, Dottoressa Kyenge