A fronte di un leader nox-vax che muore di Covid o di un altro che si “converte” dopo aver contratto il virus in maniera mediamente severa (in questi casi sarebbe sempre utile conoscere la storia clinica del soggetto), abbiamo migliaia se non milioni di persone che perdono progressivamente fiducia nelle istituzioni, nelle case farmaeutiche e nella scienza a causa delle loro contraddizioni, dei loro errori, della loro pessima comunicazione, delle loro ambiguità, della loro perseveranza più ottusa.
Anche gli alberi che cadono senza far rumore sono un problema. Per tutti.
Come la crisi economica del 2007/2008 fu causata dalle banche, non adeguatamente controllate, e poi fatta “pagare” ai cittadini, anche con il Covid le istituzioni che prima hanno ridimensionato e indebolito drasticamente la sanità pubblica si rifanno oggi sul cittadino comune, riducendone la libertà e i diritti per paura che l’epidemia dilaghi mostrando l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere.
E’ interessante notare come la “svolta” sistemico-elitaristica delle sinistre occidentali abbia subito una brusca accelerazione proprio con la crisi del 2007/2008, in risposta alle posizioni delle destre contro quei settori dell’establishment politico-finanziario accusati di essere i responsabili della recessione.
Il movimento di protesta contro il Green Pass è da intendersi anche come la conseguenza di un malessere profondo, che parte da lontano, dai primi errori nella gestione pandemica. Proprio per questo, tuttavia, sarebbe stato più sensato e strategicamente proficuo agire prima, contro quelle imposizioni restrittive che violavano, sì, i nostri diritti fondamentali e senza avere una ratio scientifica.
Insorgere e “risorgere” adesso, per dire no a un dispositivo che è l’unico mezzo per evitare nuove chiusure e nuove strette liberticide (almeno finché l’Italia avrà l’attuale classe dirigente politico-sanitaria), non è solo strategicamente e politicamente azzardato ma anche illogico. Questo se si considera che il Green Pass esisteva di fatto già da prima, essendo alcune vaccinazioni obbligatorie, come già da prima esistevano requisiti obbligatori per accedere al lavoro e ad altre attività fondamentali.
“Non possono prevalere i pochi che vogliono, rumorosamente, far prevalere le loro teorie antiscientifiche, con una violenza a volte insensata, persino con la devastazione dei centri in cui i nostri concittadini si recano per essere vaccinati e sfuggire al pericolo del virus”.
Così Sergio Mattarella, incontrando i Cavalieri del lavoro nominati nel 2020 e nel 2021.
A chi alludeva, il Capo dello Stato? C’è da sperare che le sue parole non giocassero sull’equivoco, sul non-detto, per mettere i contrari al Green Pass, tra i quali figurano anche giuristi, accademici, scienziati, intellettuali, amministratori e moltissime persone comuni e di buonsenso, sullo stesso piano di no-vax, “complottisti” ed estremisti. Altrimenti si tratterebbe di una semplificazione funzionale a quella strategia di delegittimazione del dissenso che è in servizio attivo e permanente ormai da 20 mesi. Chiunque esprima una critica alle politiche governative di approccio all’ “emergenza” e alla narrazione dominante, viene cioè screditato, attaccato, associato a cliché negativi, respingenti e grotteschi (“proiezione” o “analogia”); prima si era “negazionisti” e “irresponsabili” che avrebbero meritato un giro turistico nelle terapie intensive, ora si è “fascisti”, “violenti”, “no-vax”.
Una linea pericolosa, non solo discutibile sotto il profilo etico e morale, ancor meno accettabile se accolta da chi è investito del compito di rappresentare tutti.
“Dopo una lunghissima battaglia e nonostante settimane di ostruzionismo indegno della Lega, con 13 voti a 11 il Ddl Zan è stato finalmente calendarizzato in commissione Giustizia in Senato.
Un voto per certi versi storico che fa compiere un passo avanti, probabilmente decisivo, verso l’approvazione di una legge di civiltà che estenderà diritti a chi non li ha, colmando una lacuna indegna di un Paese civile per combattere omotransfobia, misoginia e abilismo.
Bye bye Pillon, bigotti e omofobi vari”
Questo tweet di Lorenzo Tosa (scritto il 28 aprile scorso) ci spiega uno dei motivi che hanno portato all’affossamento (temporaneo) del DDL Zan. Un progetto tanto complesso e delicato, la cui approvazione è legata a un iter parlamentare non facile e insidioso, ha infatti bisogno di tutto fuorché della polarizzazione, del “o con noi o contro di noi”, della semplificazione bellicista, di elevare a nemici simbolici figure marginali come quella del senatore Pillon. Nel tentativo di serrare i ranghi, si rischia di scompaginarli, specialmente se non sono solo i numeri in aula a preoccupare ma pure la risposta nel Paese “reale”.
Sempre restando su Tosa, anche il suo vergognarsi di essere italiano, dopo la bocciatura del DDL, (“In questo momento mi vergogno di essere italiano. E chiunque con un briciolo di coscienza civile e politica oggi dovrebbe sentirsi così. E’ la fine di tutto”), è emblematico delle contraddizioni di una certa sinistra, che difende ed esalta la Costituzione e i meccanismi di funzionamento della democrazia parlamentare solo quando la situazione è a suo favore, per poi s-cadere in deliri anti-nazionali e gridare al fascismo e al Medioevo* se le cose non vanno come sperato. A questo proposito riconsideri, la sinistra, il suo modo di guardare alle minoranze; minoranza non è solo la comunità LGBT, minoranza non è solo la comunità immigrata, ma anche quella parte di popolazione che da 20 mesi viene screditata, demonizzata e bullizzata per il suo atteggiamento critico verso le politiche sanitarie del governo e verso una certa narrazione ancora dominante. Ipocrita battersi il petto se all’Altro viene rivolto un insulto omofobo o razzista, quando ad un altro-Altro siamo pronti a dare dell’untore, dell’analfabeta funzionale, del “minus habens” immeritevole del diritto di voto, del teppista da disperdere con gli idranti,
*Medioveo che, è bene ricordare, non fu un periodo oscuro come vorrebbe una certa narrazione
Elementi come il potere di controllo e la libertà di manovra acquisiti in questi mesi, il consenso sulle misure restrittive (favorito da una massiccia propaganda mediatica), la sconfitta di un Trump e il ridimensionamento di una Lega incapaci di affrontare in maniera efficace la “crisi” sanitaria, hanno convinto una parte del centro-sinistra che il Covid, nuovo “deus ex machina”, abbia cambiato il corso della Storia, creando condizioni a loro favorevoli e condannando al declino gli avversari, le “destre”.
Una falsa percezione, ed è la stessa Storia a spiegarlo.
Ad una fase critica segue infatti molto spesso un’esplosione edonistica, dovuta al desiderio di recuperare il “tempo perduto” e alla crescita economica che accompagna la ripartenza di un sistema. E’ stato così anche dopo le grandi epidemie e pandemie del passato, basterà pensare alle fasi successive la peste del ‘300.
Uno scenario, questo, che può favorire il centro-destra molto più che il centro-sinistra. Centro-sinistra che inoltre si troverà a dover fare i conti con gli errori (e sono molti) commessi in questi mesi, senza più poter contare sui meccanismi difensivi d’eccezione che lo stanno mettendo al riparo adesso.
Risucchiato insieme ai compagni dal Maelström, un immenso vortice perenne, un marinaio norvegese è il solo a sopravvivere e ci riesce mantenendo la calma e analizzando in modo lucido e razionale la situazione. Notando che i rottami a forma cilindrica sono gli unici a resistere al vortice, si aggrappa allora ad un barile, venendo sospinto in alto e finendo col guadagnare la riva.
Tratto dal racconto “Una discesa nel Maelström”, di Edgar Alla Poe, l’aneddoto può essere interpretato come un suggerimento valido anche in un momento come quello attuale e in ogni altra circostanza dominata dall’ “infodemia” e da una particolare narrazione: non lasciarsi condizionare dalle pressioni esterne, anche se forti e minacciose, conservare il pensiero critico ed esercitarlo.
Non è facile, ma può salvare noi stessi e persino gli altri.
Monica Cirinnà (e chi la coadiuva nella gestione degli spazi social) non è nuova a certe pessime uscite, anche quando l’interlocutore argomenta in modo razionale come adesso (il DDL Zan è stato effettivamente boicottato dall’interno).
Un atteggiamento che, se da una parte galvanizza la “bolla” della senatrice, dall’altra rafforza il cliché della sinistra radical chic, scollegata dalla gente comune, arrogante, superficiale e narcisista. A peggiorare le cose, il fatto che questo cyberbullismo arrivi proprio da chi si pone come difensore delle minoranze e irriducibile nemico delle discriminazioni.
Nota: il “senza famiglia” è davvero terribile. Lo sfogo di un inconscio incoerente e brutale
Veder solidarizzare con le forze dell’ordine, e invitare alla repressione, certi settori della sinistra storicamente ostili alle divise e vicini a personaggi come Carlo Giuliani e/o a movimenti eversivi o ai limiti dell’eversione, stupisce solo se non si procede ad un’analisi della loro fisionomia ideologica e dei loro trascorsi. Soggetti intrinsecamente illiberali e intolleranti, trovano giuste e normali, nell’ambito del gioco delle parti, la censura e la violenza (anche se e quando non necessarie e giustificabili) nei confronti dell’avversario, che oggi indossa i panni del no-GP.
Sul fronte opposto pecca invece di ingenuità chi pretenderebbe dalla Meloni la sconfessione di certe frange estremiste (e questo al di là di quanto accaduto negli ultimi giorni o da vicende come quella del “barone nero”). Meloni non può farlo, semplicemente perché vorrebbe dire sconfessare la sua stesa identità, l’identità stessa di FdI, forza che riprende idealmente il percorso del vecchio MSI. Un cambio di rotta simile condannerebbe il partito di Via della Scrofa allo stesso destino del (pur valido) progetto dell’ultimo Gianfranco Fini. Purtroppo in Italia manca ed è sempre mancata, quantomeno dagli anni ’20 del secolo scorso, una destra autenticamente liberale che fosse anche competitiva, un “vulnus” che ha finito col penalizzare l’intero Paese.
Tra gli errori commessi in questi mesi dalle istituzioni e da una parte del mondo della scienza e della politica, c’è l’aver trascurato alcuni aspetti fondamentali della “comunicazione d’emergenza” e della sua strategia d’insieme. Non solo, infatti, si è cercato l’allarmismo, in modo quasi continuo e costante, ma anche la spaccatura del “fronte interno”. Uno sbaglio, quest’ultimo, imperdonabile e dilettantesco, forse il peggiore.
La demonizzazione del dissenso, additare come irresponsabile, “complottista”, “negazionista”, fascista o ignorante chiunque muovesse delle critiche alla gestione della crisi o si allontanasse dalla narrazione dominante, deriderlo ed esporlo al pubblico ludibrio, fomentare l’odio, il sospetto e la contrapposizione invece di promuovere la coesione e la partecipazione, ha finito col rendere ancor meno sopportabili le durissime misure restrittive (talvolta già inutili se non dannose ai fini del contenimento del virus) e i loro estensori e sostenitori. Una vera e propria “lotta tra bande, una deriva che corpi intermedi quali ad esempio i sindacati non hanno ostacolato come avrebbero dovuto, venendo meno al loro ruolo e alla loro missione.
All’origine dell’insofferenza e della protesta esplose in questi giorni non c’è dunque solo lo scetticismo verso il Green Pass, così come l’assalto (pur esecrabile) alla sede della CGIL non è riconducibile solo a pulsioni ideologiche novecentesche. Come previsto e prevedibile, l’ “altra” Italia si è avvicinata al punto di rottura, sperando non lo abbia già raggiunto. La propaganda può molto, soprattutto quando arriva dal vertice, ma non può tutto.