Ruby Bridges, la prima bambina afro-americana a frequentare una scuola elementare riservata ai bianchi, esce dall’istituto protetta dagli U.S. Marshals. 1960
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I crimini borbonici: Il complotto delle corde del Cardinale Ruffo
Durante la guerra tra realisti e repubblicani del 1799 , il cardinale Ruffo ricorse ad un particolare stratagemma per aizzare il popolo napoletano contro i nemici dei Borbone: raccontò di aver visto in sogno Sant’Antonio da Padova, il quale lo avvertiva dell’intenzione da parte dei repubblicani di impiccare tutti i Lazzaroni (i fedeli al Re), lasciando in vita i loro fanciulli che sarebbero stati educati all’ateismo ed al giacobinismo. Per dare ulteriore credito al suo racconto, Ruffo fece dipingere un affresco in cui il Santo appariva con le mani piene di corde. Il Cardinale dette inoltre ordine ai suoi di gettare delle funi in casa dei repubblicani (o presunti tali) attraverso le cantine, così da poterli accusare di far parte della congiura e poterli giustiziare. La prima vittima di questa nuova caccia alle streghe fu un incolpevole macellaio, tale Cristofaro, accusato di voler assassinare i realisti perché nella sua bottega furono rinvenuti lacci e cordami utilizzati in realtà per impastoiare gli animali. “Eccole, ecco le corde che dovevano ucciderci tutti!”, iniziarono a gridare i Lazzaroni. Il pover’uomo venne allora ucciso a colpi di spillo, il suo cadavere fatto a pezzi, i brandelli appesi ai ganci della macelleria, la testa “incoronata” con le sue corde da lavoro e infilzata sulla punta di una baionetta.
Scrisse a proposito della vicenda un autore dell’epoca: “ Inoltre, il Cardinale aveva fatto fabbricare una quantità di queste corde, che faceva spargere in certe case per dare a questa impostura l’apparenza della verità: i giovani della città, che erano stati forzati ad iscriversi nella Guardia Nazionale, fuggivano, alcuni travestiti da donne, altri da Lazzaroni e si nascondevano nelle abitazioni le più miserabili ed in case non sospette. Ma quelli stessi che avevano avuta la fortuna di passare in mezzo al popolo senza essere riconosciuti non trovavano nessuno che volesse ricoverarli. Si sapeva pur troppo che le case ove essi fossero trovati, non sarebbero sfuggite ai saccheggi ed all’incendio. Questi infelici, non trovando alcuno che volesse dar loro asilo, furono costretti a nascondersi nelle fogne della città, dove incontravano spesso degli sfortunati come loro, e di dove erano obbligati ad uscire durante la notte, per andare in cerca di qualche nutrimento per non morire di fame e di infezione. I Lazzaroni li scoprivano, trattenendosi verso sera all’apertura dei condotti sotterranei, e facendo spirare quelli che uscivano; in seguito portavano le loro teste al Cardinale Ruffo, che le pagava 10 Ducati l’una”
I crimini del Brigantaggio “politico”.La barbara uccisione de vescovo Francesco Serrao e del suo vicario.
Noto tra fedeli e concittadini per la sua rettitudine morale, la sua magnanimità e la sua vasta erudizione, durante la guerra del 1799 il vescovo di Potenza Francesco Serrao decise di assumere alcuni briganti calabresi per proteggere la sua città dalle bande sanfediste che all’epoca seminavano morte e distruzione (al pari di altre fazioni) nel meridione italiano. I briganti, guidati da tali Capriglione e Falsetta, passarono tuttavia ben presto dalla parte borbonica, decidendo di sbarazzarsi del mite prelato. Pochi giorni dopo l’arrivo della banda, Capriglione fece così irruzione nella stanza da letto di Serrao urlando: “Monsignore, il popolo vuole la vostra morte.” “Benedico il mio popolo”, fu la risposta del Vescovo, che subito dopo stramazzò a terra, colpito alla fronte da un proiettile sparato dal brigante. Non paghi del gesto, gli uomini di Capriglione e Falsetta si abbandonarono alle più efferate rappresaglie ai danni del clero potentino, colpendo, tra gli altri, anche il vicario di Serrao, barbaramente ucciso mentre pregava con il crocifisso tra le mani. Molte furono le tesi sul tradimento della banda, ma la più accreditata vuole che dietro il complotto vi fosse un prete, tal Angelo Felice Vinciguerra, desideroso di vendicarsi del Vescovo da cui era stato ripreso per la sua condotta sessuale non consona ai dettami cristiani. Non molto tempo dopo, Angelo Felice Vinciguerra si unì al gruppo dei briganti.
Le ambiguità del Brigantaggio “politico”: “Pane di Grano” e i timori di Ferdinando I
Fenomeno conosciuto nell’ intera penisola italiana fin dall’epoca romana, il Brigantaggio viene suddiviso dagli storiografi in “criminale” (formula sezionata ulteriormente in “criminale e “giustiziere” da Manhes e Mc Farlan) e “politico”
Spesso collocato nella frazione temporale successiva all’unità d’Italia, il Brigantaggio “politico” si sviluppò in realtà quasi esclusivamente ai tempi dell’occupazione napoleonica del Meridione, quando molti giovani appartenenti ai ceti meno abbienti scelsero di darsi alla macchia per sottrarsi alla coscrizione tra le armate di Parigi. Se è vero che i briganti che decidevano di unirsi alle forze lealiste contro lo straniero erano animati da ideali di tipo patriottico , è comunque necessario che la ricostruzione storiografica non ceda alla tentazione della manipolazione agiografica, valicando i confini dell’indagine razionale (la porzione maggioritaria di questi “partigiani” era infatti costituita da ex delinquenti comuni, spesso graziati da Ferdinando I al solo scopo di essere utilizzati contro i Francesi). E’ il caso di Vincenzo Scalise, detto “Pane di Grano”, rinchiuso in un ergastolo siciliano e liberato dal sovrano in esilio su ordine degli Inglesi, alleati di Napoli, con il proposito di metterlo a capo di un corpo di spedizione antifrancese. Di lui scriveva lo stesso Ferdinando al cardinale Ruffo: “Quale concetto dovranno formarsi di me i bravi calabresi, vedendo in premio della loro fedeltà mandarli tanti scellerati a devastare ed inquietare le loro proprietà e famiglie? Potranno mai credere che ciò siasi eseguito senza mio ordine? Vi assicuro mi sono inquietato che poco non facessi mandare a quel paese Danero: non attendo però che il ritorno del generale Stuart, che si appresta a momenti, per prendere quella rigorosa risoluzione che richiedono le attuali circostanze”.
Le Foibe, l’ Olocausto e il relativismo della memoria.
La schizofrenia etica come baricentro dell’analisi politica e storica.
Anni fa ebbi modo di confrontarmi con un profugo istriano (era originario di Capodistria), il quale, a proposito della tragedia delle Foibe e del conseguente esodo dei nostri connazionali, raccontava come il suo disappunto fosse indirizzato non già a quella porzione della sinistra negazionista che non ricordava e non voleva ricordare, quanto a quella destra che ricordava e voleva ricordare. Secondo l’uomo (un centrista conservatore), la destra offendeva il ricordo degli infoibati e dei profughi istriani, dalmati e giuliani, più di quanto non facessero i neotitini, facendo un uso del tutto strumentale dell’eccidio, adoperato come contrappeso morale alla barbarie nazifascista e brandito come vessillo politico e ideologico. La memoria, secondo l’anziano, veniva quindi svuotata di qualsiasi elemento morale , per diventare il punto d’entrata di un’iniziativa di tipo squisitamente tattico e strategico. Il portato fattuale e documentale avvalora, a parere di chi scrive, la tesi in questione, perché se da un lato le destre ricordano l’agonia degli italiani in quelle terre del nostro Est (già severamente provate dall’occupazione austriaca) scagliandosi contro i contenuti del negazionismo più improbabile perché più ideologico , dall’altro vi è la tendenza a minimizzare, se non proprio a giustificare, i molti orrori commessi in Italia da chi invece combatteva sotto le insegne del Nazismo e del Fascismo. Ecco che la rimozione, il “benaltrismo” ed il revisionismo, anche in questo caso astorico, occupano la scena , spazzando via quelle coordinate etiche apparentemente tanto salde nell’analisi e nella narrazione della tragedia istriana (la recente indignazione per il trattamento riservato alla salma di Erich Priebke , uccisore di centinaia di civili italiani inermi, si staglia quale esempio paradigmatico di questa schizofrenia critica). Già terreno di scontro diplomatico e politico (gli Usa imposero all’Italia democristiana il silenzio sulle Foibe per non urtare i rapporti con il “dissidente” Tito, all’epoca visto come un possibile grimaldello per scardinare il blocco socialista), il dramma dei nostri connazionali uccisi al confine jugoslavo si è trasformato anche in un terreno di confronto e di scontro ideologico, nel quale la doppia morale si posiziona, ancora una volta, come l’atomo primo della speculazione teorica e come chiave di lettura delle incongruenze dello storicismo partigiano. Di nuovo, in poli più antitetici dell’universo politico si dimostrano accomunati dalla propensione al fideismo ideologico irrazionale, sovrapposti e sovrapponibili nella loro insatbilità etica e critica come teroizzato dal sociologo e politologo Moisey Ostrogorsky.
“Io non scordo”. Dipende
Appunti di storia:Quando Torquato Tasso “sconfisse” i briganti senza sparare un colpo
Vero e proprio genio criminale, il brigante abruzzese Marco Sciarra, detto il “Re della Campagna”, seppe tenere in scacco le truppe papaline e quelle spagnole per decenni, respingendo gli attacchi dei corpi di spedizione più numerosi e ben armati, come quello guidato dal Duca di Miranda, Vicerè spagnolo. Durante uno dei tanti assalti ai danni di una carovana, i briganti di Sciarra ordinarono agli occupanti di gettarsi faccia a terra, in modo da depredarli dei loro averi. Soltanto una persona, un signore ben vestito e dall’aria distinta, rifiutò di eseguire l’ “ordine”. “Faccia a terra!”, gli fu intimato ancora una volta dai masnadieri. “Io sono Torquato Tasso”, rispose a quel punto il viaggiatore, senza scomporsi. “Il Poeta!”, fu la reazione confusa e imbarazzata di un brigante, che corse a baciare la mano al Tasso, in segno di riverenza e sottomissione (il gesto sarà successivamente abolito da Garibaldi). Messo al corrente dell’episodio, Sciarra ossequiò Tasso , restituì gli averi sottratti e lasciò ripartire la carovana. Sciarra morirà pugnalato a tradimento da un ex amico, tal Battimello, su ordine di Gianfrancesco Aldobrandini.
Appunti di storia:Tientsin, quando la Cina parlava italiano

La Concessione di Tientsin , altrimenti detta “piccola Italia”, fu una sorta di colonia italiana in territorio cinese, ottenuta come “bottino di guerra” dopo la spedizione internazionale del 1901, alla quale prese parte anche il nostro Paese. Insieme ad un indennizzo per danni di guerra pari a 26.617.00 Taels (pressapoco 100 milioni di Lire del 1901 e quasi 400 milioni di Euro oggi), l’Italia ottenne un’area di 40 ettari, circondata da quelle di Austria-Ungheria e Russia, compartecipanti all’impresa contro i Boxer . Luogo inizialmente malsano ed inospitale, il nostro governo provvide alla sua bonifica ed alla sua urbanizzazione, costruendo più di 150 ville con giardino in stile “marittimo”, scuole, asili, uffici. Una 60ina furono invece le aziende italiane che operarono a Tientsin, compresi il Credito Italiano e il Lloyd triestino. La crisi economica scaturita dal primo conflitto mondiale e la mancanza sul territorio di colossi industriali come FIAT e Magneti Marelli, rese tuttavia complicato l’inserimento delle attività italiane nell’importante mercato cinese. Allo scoppio della II Guerra mondiale, i militari di stanza a Tientsin (circa 300 uomini del battaglione San Marco ) vennero completamente dimenticati e abbandonati a loro stessi, per essere successivamente rimpatriati nel 1947, quando la Cina decise di revocare la concessione all’Italia.
La “padanizzazione” della destra italiana.
Appaltatrice storica dei valori dell’ identitarismo sciovinista, la destra italiana sta assistendo negli ultimi anni ad una radicale mutazione del suo tessuto ideologico, attraverso l’elaborazione di un fenomeno che può essere incapsulato nella formula di “patriottismo antinazionale”. Responsabile primo di questa virata concettuale e programmatica, apparentemente anomala, è la contaminazione con realtà quali la Lega Nord (e, in alcuni segmenti locali, anche la Liga Veneta); anomala, perché se destra e leghe potevano essere divise (in origine) dalle traiettorie dell’ antimeridionalismo e dell’ antiunitarismo, le loro architetture ideologiche e politiche erano e sono, al contrario , perfettamente sovrapponibili (immigrazione, temi etici, protezionismo economico, ecc). Ma c’è di più: libere dall’ingombrante carico storico dell’esperienza mussoliniana, le formazioni secessioniste del Nord potevano e possono muoversi con maggiore libertà e sfrontatezza, senza rischiare di incappare nel fuoco di sbarramento dei dispositivi dell’antifascismo istituzionale e diventando, con la loro disinibizione, particolarmente seducenti per l’elettorato della vecchia comunità più conservatrice e reazionaria. Ecco allora il sostegno dei raggruppamenti nati dal MSI alle proposte leghiste per l’abolizione dei reati contro la bandiera e l’integrità nazionale, ecco allora il fiorire di pubblicazioni a sostegno della tesi revisionistica antirisorgimentale e del revanscismo meridionalista ma contestualmente ad un’insofferenza sempre più montante verso il Sud , ecco l’indifferenza a qualsiasi volgare incursione “padana”, in primis gli inviti bossiani ad utilizzare il tricolore in sostituzione della carta igienica. Separatismo ma unito al patriottismo, dicevamo, perché accanto a posizioni di questo genere vi sono, ad esempio, gli arroccamenti a difesa dei militari (vedi caso Marò) , in nome della salvaguardia della dignità nazionale, o la creazione di partiti che per le loro sigle attingono alle strofe dell’ Inno di Mameli. Il pezzo sotto citato costituisce la prova e il paradigma di questa sterzata, di questo “cocktail” culturale; da un lato, il “Secolo d’Italia” (storica testata missina) giubila per la beatificazione di un membro di Casa Savoia, il casato che portò all’unificazione territoriale del Paese, dall’altro esalata il fenomeno neoborbonico e meridionalista (Maria Cristina di Savoia andò in sposa a Ferdinando II), legittimandone le rivendicazioni e collocandosi in posizione critica ed antiteitca rispetto ai processi risorgimentali.
Giorno della Memoria – I carnefici “dimenticati”
L’ SS austriaco Aribert Heim (1914 – 1992), è spesso menzionato con l’appellativo di “Dottor Morte” (in realtà non completò mai gli studi medici), come il più famoso Josef Mengele. Impiegato nel campo di sterminio di Mauthausen, Heim sera solito fare esperimenti tramite iniezioni di petrolio e fenolo nel cuore delle vittime o, ancora, sezionare i loro corpi mentre i malcapitati erano ancora in vita. “Per la prima volta vedo in un vivente come lavora il suo stomaco”, disse mentre stata aprendo la pancia ad un internato. Ad un bambino steso sul tavolo “operatorio” che gli chiedeva il motivo di tanta crudeltà, spiegò invece, con calma e deponendo il bisturi, come tutto fosse “necessario”, data l’”inferiorità” e la “pericolosità” di alcune “razze”, ebrei in particolare. Terminato il sermone, iniettò una dose di fenolo nel cuore del piccolo, uccidendolo all’istante. Per anni nessuno si occupò di lui, finché il Centro Simon Wiesenthal e le procure di Germania Ovest ed Austria non iniziarono a fargli sentire il fiato sul colo. A quel punto, Heim decise di fuggire in Egitto, dove condusse una vita agiata fino alla morte, garantito dai proventi di una palazzina situata a Massagno, nel Canton Ticino (la foto scelta è stata scatta nel 1971, durante una vacanza di Heim nel Mar Rosso). Negli ultimi anni di vita, il il “Dottor Morte” si era convertito all’ Islam, assumendo il nome di Tarek Hussein Farid.
Giorno della Memoria – I carnefici “dimenticati”
L’SS austriaca Hermine Braunsteiner-Ryan (1919 1999), detta “Kobyla” (la “Cavalla”), prestò servizio come guardiana nei campi di concentramento di Ravensbrück e Majdanek, durante la II Guerra Mondiale. Addetta alla selezione dei prigionieri (soprattutto donne e bambini) da inviare alle camere a gas, la Braunsteiner veniva ricordata dai superstiti in particolar modo per l’abitudine di frustarli sul viso e sugli occhi. Un giorno le passò davanti un prigioniero con uno zaino, e come suo solito l’aguzzina prese a frustare all’impazzita il malcapitato finché un fendente non raggiunse anche il bagaglio. Si udì un lamento. Il prigioniero stava nascondendo un bambino. La guardiana ordinò che il sacco fosse aperto, al che il piccolo prese a fuggire, piangendo disperato. La “Kobyla” lo raggiunse e gli sparò un colpo sul viso. Fuggita negli USA dove si rifece una vita, fu individuata dal Centro Simon Wiesenthal 1971 ed estradata nel 1973. Per gli abitanti della Settantaduesima strada di New York (dove risiedeva) era “una delle donne più gentili che conosciamo”.






