Parlare a Maduro perché (anche) Putin intenda? Il blitz e le sue conseguenze psicologiche.



Non è da escludere che il blitz di Caracas sia anche un “messaggio” a Putin. Se è vero che l’autocrate russo è uno degli uomini più protetti della Storia, la presenza di “talpe” (come sembra nel caso Maduro) potrebbe infatti tradire anche lui, qualora anche lui portasse il Paese vicino, od oltre, una soglia pericolosa o di non-ritorno, e/o perdesse il sostegno delle élites. Gli schiamazzi nucleari del solito Medvedev sembrano proprio voler “tranquillizzare” i russi (o meglio, i putiniani) rispetto ad un simile scenario, tra l’altro già profilatosi con l’ex fedelissimo Prigožin.

Ciò che è certo, è l’enorme rafforzamento dell’immagine muscolare degli USA, elemento che cambia le carte in tavola sia nel teatro ucraino che nel Mar Cinese. Questo offre l’opportunità per analizzare un altro aspetto non secondario della questione, ovvero il trauma “psicologico” patito dal movimento d’opinione anti-atlantico, destabilizzato e costretto a ricorrere alla dissonanza cognitiva per negare l’eclatante manifestazione di potenza di Washington*.

*ad esempio c’è chi parla di boomerang economico per gli USA e l’Occidente a vantaggio di Mosca e Pechino (!), dimenticando che, controllando il Venezuela, Washington potrebbe avere più che mai voce in capitolo  nello stabilire i prezzi del petrolio. Altri ancora vaticinano scenari iracheni e afghani, ma è realistico pensare che alla Casa Bianca abbiano imparato la lezione

La comunicazione responsabile – La barriera immaginaria



Un insigne studioso di psicologia sociale, persona e professionista di grande spessore, mi ha ribadito quanto sia sbagliato “canzonare” chi cade in bias, euristiche e fallacie logiche, in sintesi chi crede nelle “bufale”. Anche perché, tutti ne siamo vittime, nessuno di noi è immune a certi meccanismi.  Ha ragione, senza dubbio.

(Approccio che in teoria ho sempre condiviso , anche se spesso non riesco a metterlo in pratica.)

Appunti di comunicazione- Il dramma ignorato della vigoressia e un approfondimento utile



Intervistata da Caterina Balivo sulle condotte disfunzionali legate all’alimentazione ed alla percezione del proprio sé esteriore, Francesca Fialdini ha menzionato anche la vigoressia. Si è trattato di un momento prezioso di buona ed utile comunicazione poiché la vigoressia, cioè la convinzione di non essere abbastanza muscolosi ed atletici, è alla base di numerose e dolorose problematiche psicologiche spesso con esiti drammatici; percependosi fisicamente inadeguato, il soggetto può infatti ricorrere a soluzioni e scorciatoie quali steroidi, anabolizzanti ed allenamento estremo, andando incontro a danni irreparabili se non fatali (tumori, infarti, mutazioni ormonali, ingrossamento degli organi, ecc).



Una condizione di cui si parla purtroppo poco (escluse lodevoli eccezioni come questa), forse perché va ad interessare in prevalenza gli uomini e per una certa superficialità di fondo nell’accostarsi al mondo delle palestre e del bodybuilding.

Vigoressia: l’ossessione per il fisico perfetto

Appunti di comunicazione”Io c’ero”


L’espressione “flashbulb memories” indica una tipologia di ricordo personale rimasto impresso nella memoria in quanto collegato ad un evento di grande rilevanza per il mondo o la nostra comunità.
Eccezionali meccanismi di “codifica” in entrata come potenziali stimoli per “falsi ricordi”, consentono comunque di rafforzare il sentimento di appartenenza alla nostra comunità ed alla sua storia (“io c’ero”). Nel ricordo, falso come autentico, gioca infatti un ruolo d’importanza fondamentale la sfera emozionale

Appunti di comunicazione – “Se vuoi, puoi!”: non esattamente


Se da bambino il soggetto X non sarà stato incoraggiato, dalla famiglia o dai caregiver, nei suoi “tentativi di padronanza” (fare da solo), svilupperà bisogno di approvazione, ansia, diminuirà la sua percezione interna di competenza (da qui l’ “evitamento” della prova). Questo porta, in senso più ampio, alla cosiddetta “visione entitaria/statica”*: “ho paura di fallire”, “non sono abbastanza bravo”, “se faccio un grande sforzo e poi fallisco nel compito, dimostrerò di non essere capace, quindi meglio dire che non sono riuscito perché non mi sono nemmeno impegnato, non ho nemmeno provato”, ecc. Ad una valutazione fatta sulla persona, per cui se la prova andrà male, X darà solo la colpa a sé stesso (Dweck) e sarà incentrato sui “obiettivi di prestazione” e non di “padronanza”. Ancora, tutto questo potrà sfociare nella cosiddetta “impotenza appresa”; resa completa, in partenza, talvolta alla base di gravi stati depressivi (Seligman).
La motivazione e le sue dinamiche, è bene ricordarlo, fanno capo anche a fattori di tipo biologico.
Il vulnus negli approcci di molti motivatori, mental coach, ecc, è proprio non tener conto (non conoscere?) del potenziale substrato che può “bloccare” un individuo. Non basta, insomma, dire “devi provarci” o “devi credere in te stesso”, ma bisogna agite sulla cause della crisi intesa come stasi, come paura.
*l’opposto è la visione “incrementale” (obiettivi di padronanza”