Come l’affissione qualche giorno fa dei cartelli con l’invito all’unità del Paese (“Non ci hanno lasciato nessuna possibilità di agire diversamente. Restiamo uniti”), anche la decisione di chiudere Facebook e Twitter (e di aumentare le pene per chi dissente) è un segnale di debolezza fortissimo. Il Kremlino si è accorto che non c’è stato lo sperato “rally’round the flag’ effect” , ma che al contrario si sta sviluppando un inedito movimento di protesta.
Come già detto, le difficoltà russe (politiche e militari) possono rappresentare un vantaggio, ma anche un pericolo. Per questo occorre agire presto e al meglio con la diplomazia in modo da favorire un “win win scenario”, ovvero una situazione in cui ciascuna delle parti salvi la faccia e ne esca bene.
La paura della “bomba” e i meccanismi di difesa del fronte putiniano
Nel film “Dieci italiani per un tedesco (Via Rasella)” del 1962 sul massacro delle Fosse Ardeatine, viene mostrato una personaggio, fascista e figlio di fascista, che una volta messo in carcere (si trovava tra i rastrellati) comincia a gridare agli altri che lui non è come loro, non è un comunista, uno “sporco ebreo”, per questo i tedeschi lo libereranno mentre i compagni di cella finiranno davanti al plotone di esecuzione o nei lager. Ad un certo punto afferra anche per un braccio un soldato di guardia e gli dice: “Camerata, io sono un fascista! Mio padre è un fascista!”. Quest’uomo aveva capito benissimo quale sarebbe stato il suo destino, ma così facendo cercava di illudersi di essere “speciale”, dalla parte dei carnefici, e che questa “amicizia”, questa diversità”, gli avrebbe salvato la vita.
Benché la Russia vanti anche delle incontestabili ragioni, nella disputa con l’Ucraina, l’operazione del 24 febbraio l’ha automaticamente messa dalla parte del torto. Molti putiniani d’Italia lo sanno, consciamente o inconsciamente, ma negandolo non difendono solo una posizione ideologica ma si illudono che la loro vicinanza a Putin li renda “diversi” dagli altri, immuni dalle conseguenze di un’escalation, protetti dalla tensione causata dalla crisi attuale. Sono come quel prigioniero e mettono in atto lo stesso meccanismo psicologico di autodifesa. A differenza sua non moriranno, però, per il semplice motivo che un ricorso alle atomiche è impossibile e fuori discussione.
La “Teoria del Pazzo” (Madman Theory) fu una dottrina concepita da Richard M.Nixon in base alla quale gli USA, prima potenza termonucleare e convenzionale, avrebbero dovuto dare l’idea di potersi lasciare andare a gesti dalle conseguenze apocalittiche, imprevisti ed imprevedibili per e da una democrazia occidentale.
In buona sostanza, pur non sotto un pericolo diretto, Washington non escludeva l’ipotesi di un ricorso “preventivo” all’opzione nucleare contro i suoi nemici ed avversari.
Ideata per esercitare pressioni negoziali su Hà Nội ai tempi della guerra del Vietnam (l’utilizzo di ordigni nucleari “tattici” sembrò più volte sul tavolo), si pone come un’ integrazione ed una maturazione della teoria della dissuasione, rivolta in prevalenza contro quei soggetti ed Attori (statuali e non statuali) non controllabili o difficilmente controllabili.
Una forma di “propaganda”, quindi e all’atto pratico, che stavolta sembra aver fatto propria Vladimir Putin nella vicenda ucraina. Il ricorso alla minaccia nucleare (a dire il vero una costante nella storia sovietico-russa dal 1949 ad oggi) e l’affermazione secondo cui sarebbero “pronti a tutto” (appunto come le menti instabili e fragili) stanno non a caso inducendo molti a pensare che il leader del Kremlino sia un folle, un uomo fuori controllo e pertanto pericolosissimo e capace di qualsiasi cosa. E’ tuttavia assai improbabile che uno Stato complesso e articolato come quello russo, in gran parte erede di quello sovietico nei suoi meccanismi di funzionamento, consenta il comando ad un soggetto non più padrone di sé stesso. Un’idea più vicina alla suggestione che alla razionalità pragmatica.
“Il ruggito atomico di Elstin”; “Missili russi puntati sull’Europa”; così titolarono i principali quotidiani italiani, e non solo italiani, nei primi giorni della campagna NATO in Kosovo. Come sappiamo, al di là delle minacce non ci fu nessuna iniziativa frontale della Russia, sebbene non mancarono alcuni momenti di tensione (ad esempio l’incidente di Pristina e il dietrofront aereo del ministro degli Esteri russo Evgenij Primakov mentre era in viaggio diplomatico verso gli Stati Uniti).
Una certa retorica apocalitico-millenaristica non è nata con Putin (“conseguenze mai viste per chi dovesse interferire in Ucraina”, “siamo pronti a tutto”, “conseguenze militari se Svezia e Finlandia entreranno nella NATO”, gli annunci sull’allerta nucleare*, ecc) ma è una costate di Mosca, anche dopo il 1992 e anche ai tempi di Medvedev. Una scelta comunicativa che di fatto tradisce debolezza ma che non può avere nessuno sbocco concreto e pratico (Putin sa di non poter attaccare un membro NATO, per questo ha mosso adesso la sua guerra ibrida a Kiev).
Sempre restando alla comunicazione e alla sfera politica, con la sua mossa Putin ha allontanato giocoforza anche quegli alleati esterni prima irriducibilmente dalla sua parte, ovvero certe destre fulminate sulla via di Mosca (pure grazie a lauti finanziamenti) dopo un settantennio di atlantismo e americanismo fanatico e quelle sinistre radicali ancora legate al mito sovietico che fino a ieri bollavano come “nazisti” e “fascisti” tutti i resistenti ucraini, sulla base di un must tipico delle scuole propagandistiche di impronta socialista. Un errore nell’errore, di nuovo.
L’URSS, è bene ricordarlo, non morì nel 1992, ma molto prima. Morì a Berlino Est, a Budapest e a Praga.
*L’arsenale nucleare russo è sempre in stato di allerta (come quello statunitense) e prevede tre chiavi di attivazione distinte e separate, una per il presidente, una per il ministro della Difesa e una per il capo di Stato maggiore. .A decidere non è solo il capo dello Stato
Le restrizioni e i boicottaggi ai danni degli artisti, degli scienziati, degli sportivi russi e dei figli di loro milionari rientrano in una scelta d’ecezione* che è l’unica possibile per cercare di arginare l’espansinismo putiniano in Ucraina, tuttavia fanno emergere una serie di interrogativi importanti sia sul piano morale che su quello politico-strategico.
Nel primo caso vengono infatti colpiti singoli di fatto incolpevoli, spesso addirittura costretti ad una pubblica abiura come di fronte ad un tribunale della Santa Inquisizione, mentre nel secondo si rischia un autogoal a livello comunicativo e di immagine, che potrebbe rialzare le quotazioni di Putin e dare la stura ad un pericoloso “rally ‘round the flag’ effect” proprio adesso che il Kremlino è in difficoltà su ogni fronte e quindi vulnerabile.
*la questione del corso su Dostoevskij cancellato a Milano è invece ancora da chiarire
Gli USA sapevano di questa operazione da novembre scorso circa. Considerando la sua portata e quella delle sue implicazioni, è difficile pensare non si siano confrontati con i russi a riguardo (nel frattempo c’é stato anche un summit ufficiale tra Biden e Putin). Forse, molte delle nostre analisi sono sbagliate in partenza.
“Senza militari esperti come il maresciallo Achromeev o Kulikov, i quali riconobbero la necessità della politica di Gorbačëv e si impegnarono a farla rispettare tra le proprie fila, il fronte trincerato del complesso industriale militare sovietico non sarebbe mai crollato. Era lì che venivano stabilite le politiche e scelti i segretari generali, o rovesciati, come nel caso di Chruščëv*. Un aereo militare lo aveva prelevato dalla Crimea, dove passava regolarmente le vacanze, e portato a Mosca, per informarlo che da quel momento era stato deposto e mandato in pensione seduta stante. Dunque, senza il sostegno dei leader militari, Gorbačëv non avrebbe mai potuto avere successo con la sua politica di pace e disarmo. Pertanto, è giusto che si riconosca anche il loro ruolo.”; così Hans Modrow, ultimo leader di fatto della Germania Est.
Come vediamo, nella storia sovietica il ruolo dei militari fu sempre decisivo sul piano politico, cosa che peraltro avveniva anche in epoca zarista. E’ così tuttora, essendo il nuovo Stato russo in continuità con i suoi predecessori, almeno nei sui assetti di funzionamento. Non sono quindi irrazionali le teorie di quegli analisti e osservatori che vedono possibile un golpe ai danni di Putin (od una brusca pressione nei suoi confronti), qualora il leader del Kremlino dovesse spingersi troppo oltre.
*”Non resisterò. Ho fatto la cosa principale. Qualcuno si sarebbe mai sognato di dire a Stalin che era vecchio e che doveva andare in pensione? Nemmeno ci avremmo mai pensato di fare una cosa del genere. Ora è tutto diverso. La paura è sparita e possiamo parlare da pari a pari. Questo è il mio contributo. Non voglio nessuno scontro”; sembra che Chruščëv disse queste parole a Bréžnev, mentre questi lo stava deponendo. In un certa misura aveva ragione.
La centrale nucleare di Zaporižžja non è stata “bombardata”, almeno come lo stanno intendendo alcune fonti. Il blitz, che ha colpito solo un edificio amministrativo a centinaia di metri di distanza dai reattori, è servito ai russi per condizionare gli approvvigionamenti energetici del nemico (prassi strategica) e, forse, per evitare gesti sconsiderati di qualcuno se sconfitto e con le spalle al muro (secondo alcuni analisti occidentali le centrali nucleari ucraine sarebbero per questo più sicure in mano russa).
Benché la preoccupazione sia comprensibilissima, data la delicatezza dello scenario e l’enormità delle conseguenze possibili, alludere ad una “svolta” nucleare di Mosca, al superamento di soglie e tabù consolidati, alla “fine della storia”, non è solo disinformazione (propaganda “di guerra”?) ma è un atto irresponsabile per le ricadute che può avere sulla psiche delle persone in un momento così teso.
Dagli anni ’40 ad oggi, l’Occidente e Mosca si sono confrontati diverse volte in maniera indiretta, fornendo l’uno armi agli avversari dell’altro. Gli esempi sono ben noti: Finlandia, Corea, Vietnam, Cambogia, Laos, Afghanistan (campagna occidentale e campagna sovietica), MO, ecc. Vi furono anche scontri diretti, ma non “ufficiali”.
Potenze nucleari si sono invece combattute più volte, in modo diretto. Si pensi alle guerre indiano-pakistane o a quella sino-sovietica tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. La Corea del Nord ha altresì compiuto veri e propri atti di guerra contro la Corea del Sud e il Giappone. In nessun caso si è tuttavia mai verificata un’escalation nucleare, nonostante le minacce (spesso gravi). E’ quindi sbagliato pensare che la fornitura di armi (traa l’atrlo leggere) a Kiev ci porrà automaticamente in guerra con la Russia. E’ una prassi consolidata, “ordinaria”, come lo sono le guerre “per procura”. E Putin lo sa bene, come sa di non poterci attaccare, pena la cancellazione del suo Paese.
Sarebbe opportuno che a parlare sui media di tematiche tanto delicate fossero esperti del settore. L’infodemia tossica ha già causato troppi danni, negli ultimi mesi.
Con un linguaggio colorito, il giornalista russo e premio Nobel per la Pace Dmitrij Muratov dice che le nazioni stanno rischiando la Terza Guerra Mondiale, che “qualcuno al Cremlino sarà tentato prima o poi di premere il bottone rosso” (ricordiamo che non esiste alcun “bottone rosso” e che la Russia prevede tre diverse e distinte chiavi di attivazione per il proprio arsenale termonucleare).
Muratov è sempre stato critico nei confronti di Putin (sebbene non gli sia mai stato torto un capello, a differenza di quanto successo a molti suoi colleghi e collaboratori, e continui a vivere in Russia), pertanto è assai probabile che questo “avvertimento” derivi da una reale e genuina preoccupazione. Ma non è da escludere si tratti di una forma di propaganda “indiretta” tramite una figura ritenuta indipendente e di indubbio prestigio (altra tecnica tipica della propaganda), per esercitare delle pressioni appunto usando lo spettro della mutua distruzione assicurata.