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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

L’Oriana Furiosa,Tina Merlin e Teresina Bontempi

Dispiace dover constatare come molti amici di mentalità aperta e formazione liberale (non nell’accezione del termine consegnata dalla ed alla comune vulgata) (s)cadano nella trappola dell’esaltazione di Oriana Fallaci. Se infatti da un lato, nella prima parte della sua esperienza umana e professionale, Fallaci ha saputo rappresentare una figura importante del giornalismo italiano fungendo da apripista alle donne nel complesso e fino ad allora maschilissimo mondo dei reporter, dall’altro, nelle fasi finali della sua parabola esistenziale, è scivolata nella semplificazione e nella banalizzazione più isterica e volgare, ponendosi de facto alla testa di un ventralismo xenofobo e razzista infoiato ed eterodiretto dal dispositivo mediatico irregimentato post Siddle Commission. Chiunque abbia dimestichezza con la saggistica accademica in materia di scienze storiche, politiche e sociali, sa bene quanto argomenti dell’ importanza, della complessità e della consistenza di quelli proposti da Fallaci debbano passare attraverso il vaglio della metodologia scientifica, fuggendo da qualsiasi orpello-legaccio ideologico e tantomeno da incursioni improntate alla rozzezza retorico-argomentativa, nel caso della giornalista fiorentina più bassa e puerile. Io consiglierei di guardare a figure come quella di Tina Merlin, oppure, virando verso il fronte opposto, Teresina Bontempi.

La battaglia della cronaca nera

La forza della propaganda mediatica berlusconiana è quella di essere, per la maggior parte, subliminale, sottotraccia, non manifesta. Tralasciando momentaneamente il ruolo persuasivo dei programmi di intrattenimento ­ leggero, vere e proprie batterie campali dell’arsenale mediatico dell’arcoriano,­ c’è un altro segmento, altrettanto importante e micidiale: la cronaca nera e i contenitori sulle relative inchieste giudiziarie (in primis “Quarto Grado”). Se esaminiamo le vicende di sangue più eclatanti degli ultimi anni, potremo infatti renderci conto di come Mediaset e i giornali del gruppo Berlusconi abbiano sempre e sistematicament­e assunto le difese dei vari imputati e condannati. Questa strategia è funzionale all’ opera berlusconiana di demonizzazione,­ screditamento e demolizione della magistratura, presentata come forcaiola, accanita, illiberale e nemica del Diritto. L’arringa dei tribuni mediatici targati Mediaset si articola e sviluppa sommariamente attraverso le seguenti formule, ripetute e riproposte ogni volta in modo mantrico e uguale:

1: Processo indiziario. Mancano prove reali. La magistratura si accanisce senza un reale ancoraggio ai principi del Diritto e della Costituzione.

2: Manca l’arma del delitto (come se un’autopsia non potesse risalirvi e come se un omicida che scelga di farla ritrovare fosse tanto sprovveduto da lasciarvi impresse le sue impronte)

3: Manca il movente (impossibile da individuare con certezza in assenza di confessione, data la complessità della psiche di un criminale e, più in generale, dell’essere umano).

Inoltre, eventuali errori nel corso dell’inchiesta vengono enfatizzati, ridicolizzati e attribuiti ai GIP, sempre, comunque ed in ogni caso, anche quando sono opera dei reparti delle forze dell’ordine (RIS, ROS, ecc). Il tutto confeziona, come già evidenziato, il ritratto di una magistratura non solo violenta, liberticida ed antigarantista,­ ma anche pasticciona e dilettantesca. Va rilevato come quest’opera massiva e massiccia di manipolazione e ipnosi catodica riesca a violare con il suo subdolo grimaldello anche le difese intellettuali di chi berlusconiano non è, spargendo come un seme maligno la convinzione di un apparato giudiziario inaffidabile e indebolendone così e implicitamente il lavoro agli occhi della pubblica opinione quando le inchieste toccano Silvio Berlusconi o il suo apparato politico-econom­ico. A tal proposito, trovo paradigmatica la vicenda dell’ingegner Elvo Zornitta, indicato come “Unabomber”, il famigerato bombarolo che insanguinò il Nord-Est negli anni ’90; durante le indagini, il poliziotto e perito della scientifica Ezio Zernar fu accusato di aver alterato una prova (un lamierino) per appesantire la situazione dell’indagato. Zernar, il poliziotto, finì così sotto inchiesta e sotto processo, mentre la posizione di Zornitta fu archiviata (dopo che l’ingegnere veneto fu messo sotto i riflettori, le azioni di Unabomber cessarono). Il risultato fu un pesante attacco mediatico nei confronti della magistratura, con Zornitta dipinto e presentato come il nuovo Enzo Tortora, anche se l’errore, chiamiamolo così, era stato commesso da un poliziotto, non da un GIP. Ancora e per concludere: ogni volta in cui la giustizia mette a segno un colpo importante, la macchina mediatica berlusconiana ne conferisce il merito alle forze dell’ordine o al Ministero dell’Interno (quando al governo c’è il centro-destra),­ mai alle procure. In un Paese alimentato politicamente dall’informazio­ne televisiva, tutto questo rappresenta un veleno letale, in grado di contaminare ed alterare la nostra struttura culturale e valoriale, e, purtroppo, anche percettiva.

Fassinando(?)

Non credo che il M5S sia e sarà un fenomeno destinato a resistere alla distanza. Come tutte i soggetti politici “made on man” e polarizzatori-m­egafonizzatori del dissenso, accusa, infatti, una serie di debolezze endemiche.

1: Eccessivo ancoraggio al carisma (e al destino) del singolo capo-fondatore.

2: Mancanza di una reale identità ideologica, politica e di un’ossatura storica di sostegno.

3: Connessione con gli umori della folla (la fucina del dissenso) e con le dinamiche congiunturali. Ricordiamo, a tal proposito, che cosa avvenne agli inizi degli anni ’90 del secolo XX, quando una fortissima ventata di “giacobinismo” percorse il Paese. L’Italia si trovava allora sull’orlo della bancarotta (rumors la vogliono e volevano anche sull’orlo del golpe), attentati mafiosi seminavano morte e terrore in modo inedito ed inusitato e l’inchiesta Mani Pulite affossava sotto il suo oceano di scandali il monolite pentacefalo che aveva retto la repubblica fin dalla sua proclamazione. I giudici erano acclamati come eroi e i leaders referendari (Segni e Giannini in primis) come campioni della democrazia in grado di svecchiare il sistema e il Parlamento sfornava leggi che andavano nel solco del rinnovamento dell’architettu­ra istituzionale. Nel giro di un paio d’anni, però, l’italiano tornò nel suo alveo di riottoso panciafichismo,­ e con un sorprendente stravolgimento di fronte, i giudici divennero i carnefici e i ladri contro i quali prima si tiravano le monetine, le vittime. I referendum del cambiamento venivano snobbati o affossati nelle urne e i loro promotori bollati come vacui intellettuali disancorati dalla realtà.

4: Entrare nelle stanze dei bottoni significa perdere la “verginità” e quel primato morale, per lo più presunto e scenografico, che l’essere fuori dai giochi conferisce.

Va però detto che il partito di Grillo ha oggi la possibilità di sedersi a capotavola, trattando da una posizione di forza per ottenere quel ventaglio di riforme condivise e condivisibili che riprenderebbero­, ultimandolo, il percorso di rinnovamento civile, politico e culturale interrotto nel 1993 dall’endorsemen­t dell’arcoriano nei confronti dall’allora MSI targato Fini.. Se Grillo sarà in grado di rendere questo servigio al Paese, la storia gliene renderà merito, e, forse, taglierà quel filo rosso lungo 70 anni che va da Guglielmo Giannini a Umberto Bossi. Hope.

Le élites? Comicamente scontate

Generalmente le élites non amano i lavori cinematografici su di loro; la cosa le fa sentire un po’ meno élites. Generalmente le élites sono molto prevedibili. Le monografie possono andar bene, purchè, ovviamente, siano distribuite da case editrici fuori dal “sistema”. Quel “sistema”, mai dimenticarlo, che mette la benzina nelle loro auto, che fa andare i loro pc, i loro cellulari, le loro lampadine e che riempie le cartine che si rullano nei circoli..

Chi ha paura di Grillo? Un nuovo metodo Boffo-Fini

E adesso, l’icona Fo diventa una prostituta politica, un reietto “trotskista” dal quale prendere le distanze, e Grillo viene addirittura accostato ad Adolf Hitler. Il metodo Boffo-Fini è un’anomalia trasversale. In principio fu Filippo Turati; poi, fu Nenni, poi i movimenti e Capanna, il PSIUP e il PDUP, poi fu Craxi (e qui non si avevano tutti i torti ma nemmeno tute le ragioni). Poi, sul recente, Garavini, poi Orlando, poi Bertinotti, poi ancora i movimenti, poi Vendola (ma per poco), poi Ingroia e adesso Grillo. Quando si perde una competizione, di qualsiasi natura essa sia, l’errore più sciocco, più pericoloso e puerile, è quello di dare la colpa all’avversario, o, comunque, agli altri contenders. Faccia, la sinistra italiana “liberal”, un’analisi attenta delle sue strategie comunicative e programmatiche, anche in considerazione del superpotere mediatico berlusconiano, e non punti livorosamente il dito verso il nulla. Si gira in tondo.

Il disfattismo che uccide il Paese. La Sinistra che deve crescere

Deve, la Sinistra, deporre quel complesso messianico-salv­ifico di gramsciana memoria che la convince di essere la sola alternativa e risposta al declino, al tracollo economico, morale ed istituzionale, del Paese. Deve, la Sinistra, deporre la visione manichea delle opzioni elettorali e ideologiche e il conseguente disfattismo mantrico che mette in moto ogniqualvolta il popolo le dice “tu no”. Un esempio: l’affermazione del M5S, benché abbia generato, per adesso, una fase di empasse, rappresenta comunque un’istanza di rinnovamento da parte popolare di inedite e straordinarie proporzioni. Non solo; il nostro Parlamento è passato da essere il più “vecchio” e il più “machista” dell’intero circuito occidentale ad essere il più “giovane” e “rosa” (benché il giovanilismo e la presenza femminile non siano, “ad probationem”, una garanzia ed un valore). Se il M5S saprà fare uso della sua preponderanza numerica in accordo con le altre realtà politiche (PD in testa) per concretizzare quelle idee condivisibili e condivise che ha messo sul tavolo, l’Italia potrà e saprà imboccare il percorso di rinnovamento più importante e significativo dal 1946. Il disfattismo è nemico dell’ interesse collettivo. E non porta voti.

Un passo verso il basso per farne cento verso l’alto. Dove sbaglia la Sinistra.

Una delle cause più eclatanti delle difficoltà che la Sinistra post-Bolognina incontra nel suo approccio strategico, è data dalla disposizione, costante e reiterata, ad una lettura distorta della fisionomia elettorale italiana. Il Pd in particolar modo, tende infatti a confondere l’elettore “moderato” con l’elettore “medio”, che è maggioranza, o meglio, quella che Richard Nixon ribattezzò “maggioranza silenziosa”. Nulla di più sbagliato, dal momento in cui non potrebbero esistere categorie più dissimili e divergenti. Innanzitutto, l’elettore “moderato” rappresenta una porzione largamente minoritaria; non è necessariamente­ conservatore come non è necessariamente­ cristiano-catto­lico, se vota Pdl lo fa “turandosi il naso” e senza tema di smentita non volge lo sguardo a proposte come Lega, La Destra o Fratelli d’Italia. Vanta una base culturale di livello medio-alto (generalmente è un notabile o un professionista)­, segue le dinamiche politiche nazionali con interesse e continuità e la sua “moderazione” abbraccia l’intero ventaglio letterale, senza limitarsi al solo ambito politico. L’elettore “medio”, invece, è quella maggioranza informe e variopinta che non ha reali riferimenti ideologici (vota Grillo per lo stesso motivo per il quale ieri votava Berlusconi, negli anni ’90 Di Pietro e nei ’70 DP), è sensibile al leaderismo, tendenzialmente­ edonista ed autoreferenzial­e, e alla costante ricerca di risposte pratiche per problemi pratici (sicurezza, tasse, occupazione, spesa pubblica). Nel tentativo di cooptare il “moderato”, che confonde appunto con la massa, la Sinistra non si accorge di questo esercito di uomini qualunque, sterminato e decisivo, e procede ad un’alterazione del proprio DNA ideologico rintanandosi e perdendosi in un labirinto che disorienta se stessa e l’elettore.

Grillo-Giannini?

Nel 1947, il quarto governo dell’Italia repubblicana, presieduto da Alcide De Gasperi, si trovò sull’orlo di un collasso che avrebbe messo in pericolo i già fragili architravi della neonata democrazia e gli stessi equilibri che a Yalta avevano sancito l’appartenenza del nostro Paese al circuito occidentale. Il PCI ed il PSI, sganciatisi dalle larghe intese che li avevano visti al fianco della Democrazia Cristiana a partire dal 1943, presentarono una mozione di sfiducia che il Grillo degli anni ’40, il fondatore dell’Uomo Qualunque Guglielmo Giannini, si dimostrò intenzionatissi­mo a votare. “Debbo dare un colpo in testa alla Democrazia Cristiana e glielo darò”, andava ripetendo il commediografo partenopeo, che mai aveva digerito la spocchia con la quale la “balena bianca” e i suoi vertici avevano da sempre snobbato il suo movimento. I colonnelli di Giannini, però, endemicamente liberali ed anticomunisti, fiutarono il pericolo derivante da una crisi istituzionale, ed ignorando le direttive del loro capo optarono per la fiducia al governo con la mediazione di Confindustria e del suo presidente di allora, l’armatore Angelo Costa (il famoso complotto dell’Hotel Moderno). Il leader qualunquista pagò a caro prezzo questo modus cogitandi-opera­ndi ostruzionistico­, e nel giro di una manciata di anni scomparve dalla scena politica nazionale. Grillo ha ricevuto dai suoi elettori il mandato di compiere quelle riforme, sicuramente condivisibili, proposte ed enunciate nel suo programma, e la situazione venutasi a creare dalle urne gli consente di sedersi a capotavola trattando da una posizione di forza, così da ottenere tutto quello che il suo segmento civile sta chiedendo a gran voce. Se non saprà cogliere questa straordinaria ed irripetibile occasione che la storia ha voluto donargli per avviare una nuova fase costituente per la nostra repubblica, ma deciderà di rimanere confinato nel suo eremo telematico ripetendo mantricamente la vuota formula dell'”andate a casa”, relegando in questo modo il Paese nell’immobilità­ più pericolosa, subirà la medesima fine del leader qualunquista, patendo una brusca emorragia di consensi alle prossime consultazioni per trovarsi nel frigorifero politico, anticamera dell’estinzione­ pubblica.