Trump e la Groenlandia, tra equivoci e bastoni


Alternando nel nodo groenlandese minacce di intervento armato, blandizie ed attività diplomatica, Donald Trump riprende (da buon paleo-repubblicano dell’ultima ora), la cosiddetta “politica del grosso bastone” (Big Stick Ideology).

Derivata dalla “diplomazia delle cannoniere” ed inaugurata da Teddy Roosevelt agli inizi del ‘900, era una strategia che consisteva nel sottintendere una minaccia di guerra qualora la controparte non avesse optato per un accordo, ovviamente vantaggioso per Washington.

A coloro che legittimano questo revival ottocentesco, sostenendo che la Groenlandia sarebbe una colonia danese e gli Inuit soggiogati da Copenaghen, andrebbe ricordato come, seguendo tale traiettoria logica, gli USA dovrebbero cessare di esistere in quanto Stato* e il grande capo della tribù dei Nacotchtank avrebbe il diritto di sfrattare “The Donald” dalla Casa Bianca. Le scorse elezioni politiche nell’isola sono state inoltre vinte dai Demokraatit, centristi-moderati tiepidi sul tema relativo all’indipendenza.

*stessa cosa un’Australia,  una Nuova Zelanda o la stessa Russia, mentre molti altri stati e popoli odierni dovrebbero ridefinire i loro confini

Trump, Maduro e quella Dottrina Monroe citata un po’ a sproposito



Il ricorso che  in questi giorni stanno facendo in molti (soprattutto commentatori “comuni”) alla Dottrina Monroe, per inquadrare il blitz di Caracas, risulta  improprio e fuorviante.

Va infatti ricordato come anche dopo il 1917-1918, gli USA non abbiano mai smesso di esercitare un’influenza marcata, invasiva e pervasiva, sul continente americano,  ricorrendo ad azioni “indirette” (guerra ibrida, “Sharp Power”, “Covert Power”, “Soft Power”, PsyOps, MISO, ecc), semi-dirette (forme di Proxy War, si pensi alla Baia dei Porci) e dirette (Repubblica Dominicana nel 1963, Grenada nel 1983 e Panama nel 1989, quando venne prelevato ed arrestato un capo di Stato, Noriega, proprio come oggi).

Washington ha, insomma, sempre considerato l’America un “cortile di casa” (da qui deriva la quasi settantennale spaccatura con Cuba, ritenuta colpevole di un affronto inaccettabile), come del resto ogni potenza ritiene di poter rivendicare diritti e influenze nel proprio spazio geografico vicino (l’Italia lo fa da sempre con il Mediterraneo).

Approfondimento

Grenada e la nascita del giornalismo “embedded”

Forte ai suoi inizi di un consenso diffuso e trasversale, la guerra in Vietnam si trasformò ben presto nella spina nel fianco per gli Stati Uniti, sempre più incalzati dalle proteste e dalle critiche e costretti infine alla ritirata ed alla sconfitta nel 1975.

Complice della progressiva ostilità da parte della pubblica opinione al conflitto, il ruolo dei media, che per la prima volta nella storia portarono “a casa” la guerra, tramite la televisione. Le immagini dei giovani americani uccisi e mutilati, convinsero l’americano medio a dire basta alla campagna militare nata con l’incidente del Tonchino.

Ancora “scottati” da quell’esperienza, le autorità decisero di coprire con la censura l’informazione sullo sbarco di Grenada (1983), ma la scelta si rivelò un errore clamoroso, dal punto di vista politico e comunicativo. Nel tentativo di evitare le polemiche, infatti, l’amministrazione Reagan le attirò, insieme all’accusa di voler ostacolare la libera circolazione delle informazioni e, con essa, la democrazia.

Lo scivolone indusse allora Washington ad un cambio di rotta, che si concretizzò nell’adozione di una “terza via” nel rapporto con i media; né la libertà concessa in Vietnam ma nemmeno la censura adottata per Grenada. Il piano, elaborato dalla “Sidle Commission” (1984), una commissione composta dai vertici militari di allora, era quello, come ebbe a dire il senatore William Fullbright, di una “militarizzazione” della stampa. In buona sostanza, si decise di “ospitare” i giornalisti tra la truppa, consentendo loro di riprendere, fotografare e raccontare, ma, di fatto, sottoponendoli ad un controllo, continuo e costante.

Nasceva così la figura del cronista “embedded” “(dall’inglese “incastonare”). Incastonato, in questo caso, tra l’esercito e le autorità.

Il giornalismo “embedded” è spesso avversato da chi ritiene costituisca una forma di asservimento all’establishment, perché privo di una capacità di movimento autonoma e dipendente dalle fonti politico-militari e dalla loro protezione; se da un lato l’osservazione può trovare accoglimento, è pur vero che l’alto numero di giornalisti uccisi, feriti o rapiti nelle zone “calde” dimostra tutta la difficoltà di svolgere la professione in modo sicuro e consapevole in quelle situazioni.

L’inferno di ghiaccio in Groenlandia



Premesso che un’annessione della Groenlandia richiederebbe il voto favorevole del Congresso, ecco cosa potrebbe comportare un blitz, scellerato, per accaparrarsi l’isola:

1) rifiuto, da parte delle forze armate, di ubbidire agli ordini (diritto sancito dal codice militare statunitense)

2) rimozione e messa in stato di arresto/accusa di Trump (il quale ha già gravi pendenze giudiziarie)

3) intervento militare della NATO (o di alcuni paesi dell’Alleanza), ovvero la WWIII

4) una guerra civile negli USA (anche per i motivi in capo ai punti 1 e 2)

5) una reazione, da parte della comunità internazionale, più dura di quella avuta nei confronti della Russia (la Danimarca è un regno pacifico, senza conti in sospeso con alcuno)

6 (o 5b) ) gli USA di Trump diverrebbero uno “Stato canaglia”, isolato, senza più il loro “impero esterno” europeo e con un’immagine a pezzi

7) reazioni imprevedibili, sullo scacchiere mondiale, di altre potenze (come la Cina)

Per Washington, per il mondo, ma soprattutto per Trump e i suoi, si profilerebbero insomma conseguenze apocalittiche. E’ razionale pensare non siano idioti e sprovveduti a tal punto.

Parlare a Maduro perché (anche) Putin intenda? Il blitz e le sue conseguenze psicologiche.



Non è da escludere che il blitz di Caracas sia anche un “messaggio” a Putin. Se è vero che l’autocrate russo è uno degli uomini più protetti della Storia, la presenza di “talpe” (come sembra nel caso Maduro) potrebbe infatti tradire anche lui, qualora anche lui portasse il Paese vicino, od oltre, una soglia pericolosa o di non-ritorno, e/o perdesse il sostegno delle élites. Gli schiamazzi nucleari del solito Medvedev sembrano proprio voler “tranquillizzare” i russi (o meglio, i putiniani) rispetto ad un simile scenario, tra l’altro già profilatosi con l’ex fedelissimo Prigožin.

Ciò che è certo, è l’enorme rafforzamento dell’immagine muscolare degli USA, elemento che cambia le carte in tavola sia nel teatro ucraino che nel Mar Cinese. Questo offre l’opportunità per analizzare un altro aspetto non secondario della questione, ovvero il trauma “psicologico” patito dal movimento d’opinione anti-atlantico, destabilizzato e costretto a ricorrere alla dissonanza cognitiva per negare l’eclatante manifestazione di potenza di Washington*.

*ad esempio c’è chi parla di boomerang economico per gli USA e l’Occidente a vantaggio di Mosca e Pechino (!), dimenticando che, controllando il Venezuela, Washington potrebbe avere più che mai voce in capitolo  nello stabilire i prezzi del petrolio. Altri ancora vaticinano scenari iracheni e afghani, ma è realistico pensare che alla Casa Bianca abbiano imparato la lezione

Gli USA, il Venezuela, la Russia, le potenze vere e quelle da social:  cosa ci dice (per adesso) il blitz di Donald



Sebbene sia ancora troppo presto per averne un quadro completo, chiaro e dettagliato, il blitz in Venezuela ci consente già alcune considerazioni

Più nel dettaglio:

1) manda nel caos il blocco (trasversale ai partiti) anti-americano ma trumpiano, che si beava della convinzione che il tycoon non facesse guerre, a differenza dei “guerrafondai democratici” (limitare l’ “hard power” significherebbe, per un Paese come gli USA, perdere influenza, ecco perché a costoro piaceva l’idea che Washington mettesse in cantina  la forza)

2) manda nel caos il movimento d’opinione filo-russo (spesso
sovrapponibile a quello anti-americano/trumpiano), che adesso si trova a dover condannare un’azione per certi versi simile a quella del 22 febbraio 2022

3) manda nel caos lo stesso movimento d’opinione filo-atlantico, che adesso deve giustificare un’azione forse al di fuori del diritto internazionale (il riferimento è di nuovo al 22 febbraio 2022)

4) arreca un gravissimo colpo a Mosca, di cui il Venezuela maduriano era un fedele alleato, tra i pochi rimasti (anche se Trump e Putin si fossero accordati sul raid, resterebbe l’enorme danno di immagine per la Russia)

5) liquidando in pochi minuti la leadership venezuelana, gli USA mostrano al mondo la differenza tra una vera potenza (loro) ed una potenza di cartone (la Russia, impantanata da quattro anni nelle paludi ucraine)

Nota: la “legge del più forte” non è un’anomalia nuova, risultato dei nuovi non-equilibri. Gli USA, come del resto le altre potenze globali di ogni taglia, hanno fatto ampio ricorso ai muscoli anche dopo il 1945 ed il 1989/1991