Appunti di comunicazione “Tigre di carta”; quando le parole fanno più male delle sanzioni



La reazione emotiva di Peskov e Medvedev alle dichiarazioni di Trump (la Russia come “tigre di carta”) è dovuta al fatto che il tyconn ha toccato un nervo scoperto per la leadership putiniana. “Middle power” in concreto, alle prese con problemi strutturali mai risolti e che la guerra in Ucraina ha ulteriormente evidenziato ed enfatizzato, la Russia gioca infatti su una comunicazione  psicologica (PsyOps) focalizzata sull’ingigantire la percezione della propria forza. Questo, facendo ad esempio leva sul proprio passato,   sul proprio arsenale non-convezionale, sulle proprie dimensioni geografiche e sulla personalità del proprio leader, elementi che attivano nel target occidentali distorsioni interpretative e cognitive complesse e correlate quali l’ “escalation bias”, la “fallacia della deterrenza assoluta”, il “worst case thinking bias”, il  “negativity bias”, l’ “hostile attribution bias” l’ “euristica della disponibilità”, ecc.

Con le sue parole, Trump ha in un certo senso fatto cadere il velo della retorica persuasiva russa; se al contrario si fosse trattato di una esagerazione, e se i russi fossero davvero sicuri dei propri mezzi, la replica sarebbe stata ben più rilassata, se non assente.

“Immagine” e “identità” si fondono, invece, per Mosca. Se cade la prima, cade la seconda. Nota: è bene precisare come non solo il cittadino “comune”, ma pure analisti strutturati, tendano spesso a cadere negli errori interpretativi sopracitati, scoprendo il fianco alla suggestione propagandistica del Kremlino (quando è diretta alle élites, si parla di “treetops propaganda”).

A pungerli sul vivo potrebbe essere anche il fatto che Trump ha rispolverato una metafora che coniò Mao, in riferimento all’Occidente

https://www.agi.it/estero/news/2025-09-23/attacco-trump-onu-discorso-ue-russia-gaza-33309491/?fbclid=IwdGRjcANAwNhjbGNrA0DA1GV4dG4DYWVtAjExAAEe4cXoSZqp23GIUiJOfNwM0CvAxUZNkfc0QvFzEVS5zP1CP7eRbkppt83CWJ0_aem_DZgAaFdHhZdspcBlQXSmvw

Appunti di comunicazione Sconfinamenti, allarmi, terze guerre mondiali e il paradosso del gorilla: perché Mosca non vuole l’escalation e perché l’Occidente lo sa bene



Parlando (già in un romanzo del 2017) di un’ipotetica vittoria russa sulle democrazie occidentali in meno di una settimana, tesi peraltro giudicata non credibile dalla stragrande maggioranza degli analisti, l’ex vice-comandante NATO Richard Shirreff intendeva delineare quello che è potenzialmente il quadro più estremo per noi. Come sempre, tuttavia, i media italiani hanno riportato la notizia in maniera allarmistico-distorsiva, e questo per ragioni politiche, commerciali e per incapacità analitica. Volendo rendere l’idea, io sono un maschio adulto di 190cmx90kg, faccio pesi e pratico sport da combattimento, il che mi dà una chance pari allo 0,000001% di avere la meglio su un gorilla silverback. Seguendo la traiettoria logica di certa stampa, “vincerei” senza problemi sul primate, perché quello dello 0,000001% è, per lui, lo scenario probabilisticamente peggiore. Nella realtà, mi ucciderebbe, con un paio di zampate.

Benché sia innegabile che il revanscismo putiniano abbia fatto un salto di qualità, cosa che rende indispensabile l’ampliamento ed il rinnovamento delle forze armate del blocco atlantico, ad oggi non c’è però alcun elemento concreto che indichi l’imminenza di un attacco russo, la possibilità di un’escalation.

Più nel dettaglio:

1) il blocco atlantico ha una schiacciante superiorità sotto il profilo militare, tecnologico, economico, demografico, politico

2) Vladimir Putin ha riconosciuto in più occasioni tale superiorità

3) al di là della durezza retorica e di talune provocazioni (all’ordine del giorno ai tempi della Guerra Fredda), Vladimir Putin è sempre stato attento a non avvicinarsi davvero alle linee rosse dell’avversario

4) una guerra con la NATO, persino senza gli americani*, sarebbe devastante per la Russia, che già non riesce a prevalere nel teatro ucraino, non solo sul versante militare, ma pure su quello economico (le sanzioni diventerebbero totali e spietate) , geopolitico (Mosca si ritroverebbe quasi del tutto isolata) e socio-politico (la mobilitazione totale determinerebbe un malcontento incontrollabile, in primis nelle fasce più avanzate e giovani della popolazione)

5) la Cina punta alla crescita economica e non al suicidio termonucleare. Anche un blitz su Taiwan sarebbe un’incognita inaccettabile, per: a) l’estrema difficoltà logistica rappresentata da un’isola montuosa e con pochi approdi disponibili b) il già citato intervento occidentale (USA più, quasi per certo, Australia e Giappone) c) la potenza militare di Taiwan, ben  equipaggiato con missili anti-nave, mine navali e droni a respingere un attacco come quello cinese d) le conseguenze economiche catastrofiche che  deriverebbero per il Dragone, la cui economia è strettamente dipendente dal commercio e dalla tecnologia globale e) il collasso globale dei semiconduttori, della cui produzione Taiwan è leader che colpirebbe ogni settore e l’economia cinese stessa f) Pechino non è un alleato della Federazione Russa, ma un suo nemico storico ed esistenziale

E allora, per quale motivo lo Zar provoca?

Ci sono molte ragioni a riguardo. Ad esempio:

1) suggestionare e dividere l’opinione pubblica avversaria (propaganda “esterna”, “grassroots propaganda”), oggi soprattutto quella dei paesi confinanti. A tale scopo rispondono anche esercitazioni quali  “Zapad 2025” ed il mostrarsi in tuta mimetica

2) galvanizzare la propria opinione pubblica, mediante azioni “a basso costo” (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”)

3) presentare alla propria opinione pubblica le reazioni occidentali come prove di un odio anti-russo, così da avere argomenti forti per aumentare l’impegno militare in Ucraina e rafforzare la propria immagine (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”, “‘rally ‘round the flag effect”)

ATTENZIONE: non lo fa per testare le difese NATO, come suggerito dal cosiddetto “mainstream” , perché in caso di attacco reale la reazione dell’Alleanza sarebbe immediata, automatica ed automatizzata, bypassando il potere politico

Le provocazioni sono pericolose?

No. La NATO sa bene di cosa si tratta e Putin fa attenzione a non valicare certi limiti inaccettabili. Non è inoltre da escludere che il Kremlino “avvisi” l’Occidente, attraverso alcuni canali militari particolari, appunto per evitare escalation, cosa che succedeva spesso ai tempi della Guerra Fredda. Entrambi mostrano i  muscoli, Mosca con le provocazioni e noi minacciando ritorsioni e abbattimenti, ma avendo ben presenti “regole” e confini.

Esiste un pericolo reale?

-solo se l’economia russa o l’esercito russo collassassero in modo plateale e irreversibile, ma è un’eventualità che gli stessi Alleati non vogliono, sia con Biden che con Trump, preferendo logorare Mosca in una lunga guerra di attrito. Pensare di rilanciare la propria economia attaccando la NATO,  equivarrebbe a voler curare un problema ad un piede amputando la gamba, una scelta semplicemente irrazionale per quanto suggestiva. In teoria andrebbe contemplato lo spettro “groupthink”, tuttavia la catena di comando russa è esperta ed articolata.

Perché in Occidente c’è un clima da apocalisse alle porte?

Si tratta, di nuovo, innanzitutto di forme di propaganda “grassroots” , elaborate per convincere l’opinione pubblica della bontà delle politiche di riarmo (in questo giocano un ruolo massiccio anche motivi di natura economica, si pensi alla Germania). Ancora, PsyOps per dimostrare ai russi di essere in stato di prontezza. Il resto lo fa un sistema mediatico/informativo che, soprattutto in Italia, vira sull’allarmismo per le ragioni già citate. Un copione già visto nel 2020-2022, seppur con contorni differenti.

*le teorie sull’inazione di Trump davanti ad un attacco russo non hanno, ad oggi, alcun riscontro affidabile

La comunicazione responsabile – Iryna e gli altri incolpevoli



Qualche giorno fa ho visto una controllora avere dei problemi con un tizio. Quando mi è passata accanto le ho chiesto: “Tutto bene?” e lei mi ha risposto di sì, con un mix di tensione ed orgoglio. Se mi capitano situazioni in cui qualcuno si trova in difficoltà (viaggio molto) intervengo quasi sempre, chiamando la polizia o mettendomi davanti al potenziale aggressore tentando di calmarlo e distrarlo. Per fortuna non ho mai dovuto alzare le mani, anche perché l’idea di prendere a pugni una persona fuori dalla palestra mi terrorizza. La vita non è un film, potrei ucciderlo o lui potrebbe essere armato. Il caso della povera Iryna è tuttavia diverso: troppo rapido, troppo improvviso l’assalto, troppo sconvolgente. Inoltre, lui aveva un coltello e quel tipo di arma è ancor più ingovernabile di una pistola (io mi sono trovato in mezzo agli spari, ma non avevo la paura che proverei di fronte ad una lama). Per questo non  punterei  il dito contro i presenti e non parlerei nemmeno di “effetto spettatore”; semplicemente, come ho già detto, Charles Bronson o Superman esistono solo al cinema. Purtroppo.

L’importanza di Flo, oltre lo schermo (tributo a Polly Holliday, scomparsa in questi giorni)



La Flo di Polly Holliday è (come quella di “Alice non abita più qui”, ma con maggiore intensità e spessore) a suo modo una rivoluzionaria, che vive l’amore sfidando a testa alta il bigottismo del tempo. Non solo, però. Riesce a depotenziare, attraverso il sorriso e l’ironia, la carica negativa del dolore che ha e vede interno a sé negli USA dei blue-collar workers ed è la prima ad aiutare Alice ad ambientarsi, di nuovo riuscendo a farle superare ansie e paure con l’umorismo. Questo la mette  sul medesimo piano di una Mary Tyler Moore o della stessa Alice; donne “avanti”, punti di riferimento  per le donne di allora e di oggi e  per chi, al di là del genere, non vuole restare indietro, ma vincere la sua sfida con la vita. Kiss my grits!

La rosa gialla del Texas, protagonista anche di un gustosissimo spin-off