
Nonostante il trend negativo degli ultimi mesi si confermi, intonare il requiem per il Movimento Cinque Stelle sarebbe un errore di valutazione grossolano.
Anche se il soggetto pentastellato ha da tempo esaurito la sua spinta propulsiva ed imboccato una tendenza declinante, occorre infatti mettere sul tavolo alcune valutazioni: 1) neanche durante i suoi giorni migliori il M5S è stato particolarmente competitivo nelle elezioni di carattere locale e questo perché manca, per ragioni storiche ed “ontologiche”, di un reale radicamento territoriale 2) tra tre anni potrà contare su una fisiologica fase di logoramento e perdita di consenso degli avversari 3) può fare affidamento, in virtù del suo status e di quello dei suoi due leader, su una rilevante esposizione mediatica, che aumenterà a ridosso del voto nazionale 4) Giuseppe Conte gode di buona stampa, soprattutto perché molti “opinion maker” ne hanno apprezzato le politiche “a-là cinese” di contenimento del Covid 5) se prima il Movimento aveva un’identità definita, l’ha invece paradossalmente oggi, ed è un’identità “localista” strutturata intorno al consenso, al Sud, verso provvedimenti quali il RdC, che molti elettori meridionali sperano di veder riattivati
Si è anticipato che i “grillini” non torneranno mai al 30%, ma resteranno, almeno nel futuro prossimo, una forza tra le più rilevanti, intorno ad un 9-11% (come peraltro confermano quasi tutti i sondaggi). Questo, a meno che “Giuseppi” non decida di cambiare nome e simbolo, mettendo così in atto un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili.

