Continuando a resistere, Zelens’kyj fa proseguire il conflitto e, secondo una narrazione poco realistica, favorirebbe il rischio di una escalation, di uno scontro diretto tra noi e la Russia. Con la loro legittima aspirazione a difendere il Paese e la sua indipendenza, lui e i suoi connazionali “violano” quindi la comfort zone degli occidentali, scompaginano i loro piani e le loro vite, agiate e sicure. Ecco perché suscitano antipatia in molti. Questo al netto di ogni altra valutazione di tipo politico sugli errori di Kiev e della sua leadership, ieri e oggi.
Archivio mensile:aprile 2022
Lo Zhokkolo duro

“Insomma state mandando paccate di armi alla feccia dell’umanità – che si compiace di mandare in giro video delle proprie torture, e che bombarda sistematicamente aree esclusivamente civili – mentre i Gramellini di turno ci spiegano che i nazisti in fondo sono brava gente e mentre facciamo campagne di odio etnico contro i russi in quanto russi, lavorando alacremente al progetto di distruggere le condizioni di vita europee e ucraine, il tutto nella speranza che scoppi una guerra mondiale che ci annichili in modo terminale.
Fossimo governati direttamente da Sauron andrebbe assai meglio.
Comunque questo schifo, per piacere, almeno non dite di farlo a nome del popolo che vi ha eletti, dite quello che volete, ma non questo.
Lo fate a nome vostro, perché ricattati, o perché venduti, o perché vigliacchi, o semplicemente perché umanamente inqualificabili, ma non a nome mio, grazie.”
Così il filosofo Andrea Zhok, sulla guerra in Ucraina e le presunte violenze ai danni dei prigionieri russi.
L’approccio di Zhok stupisce per il suo grado di polarizzazione e semplificazione, per la quasi totale assenza di ancoraggi alla verità storica e fattuale. Il filosofo prende infatti per buono un episodio ancora da chiarire e, soprattutto, la narrazione veicolata da Mosca che presenta l’Ucraina come una sorta di IV Reich, dominato da bande neo-naziste. Zhok non è un “addetto ai lavori” e forse certe derive sono riconducibili alla sua ignoranza in materia (se così fosse dovrebbe tuttavia conoscere i propri limiti ed evitare di addentrarsi in argomenti che non padroneggia) oppure è condizionato, come una certa sinistra, dal pregiudizio anti-atlantico (che pur discendendo dall’anti-imperialismo lo/li porta a difendere un imperialismo, nel caso di specie quello russo) e/o da una visione novecentesca della Russia. “Last but not least” la banalizzazione delle parole di Gramellini e l’idea che l’Occidente voglia spingere il mondo ad una catastrofe termonucleare*.
Una pessima performance, quella del filosofo (e sul conflitto in corso non è la sola), che rischia anche di esporre lui e la sua università a pessima figure se dovesse misurarsi con un vero esperto del settore.
*le moderne dottrine nucleari hanno tra l’altro superato la MAD, altra cosa che Zhok ignora o vuole ignorare
Conte e quel “necessario” ma difficilissimo equilibrismo

Se chi scrive si occupasse della strategia e della comunicazione del M5S nazionale, direbbe a Giuseppe Conte di tenere sulle spese militari proprio la posizione che ha scelto. Per cercare di recuperare il consenso dei vecchi elettori dopo la svolta sistemica e istituzionale, ai grillini rimangono infatti ancora pochissimi argomenti ma il tema delle armi è uno di quelli, anche guardando ai sondaggi (e nonostante il professore avesse vidimato, in rispetto degli accordi NATO, l’aumento del budget per le forze armate quando era a Palazzo Chigi).
Per questo dobbiamo aspettarci che il M5S segua, in quest’ultimo anno che lo separa dal voto, la linea del dentro-ma-contro, inserendosi cioè in quegli spazi che gli consentano un recupero dell’antica dialettica populista.
Una strategia di sopravvivenza che non sarà tuttavia facile, non solo per la difficoltà di ricostruirsi una “verginità” dopo aver sconfessato moltissime delle grandi battaglie storiche e fondative ma anche per quella di portare a casa risultati tangibili senza arrivare a rotture interne e/o on gli alleati che sarebbero forse fatali al movimento nella fase attuale della sua esistenza.
Capire Kissinger per capire Putin

“Come lei sa, sono stato molto criticato per la posizione che presi allora nei confronti dell’Unione Sovietica. Ero convinto che l’Unione Sovietica non dovesse abbandonare così di colpo l’Europa orientale. Si stava cambiando l’equilibrio mondiale rapidamente e pensavo che potesse portare conseguenze indesiderate. E ora mi rimproverano per quelle posizioni. Si dice: « Vedete, i sovietici se ne vanno e tutto rimane tranquillo . E voi pensavate che fosse impossibile » . E in effetti pensavo che fosse impossibile. Francamente non capisco perché Gorbačëv ha fatto tutto questo”.
Così Harry Kissinger a Vladimir Putin nei primi anni ’90. L’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti aveva incontrato il futuro leader del Kremlino, all’epoca collaboratore del sindaco di San Pietroburgo Anatolij Aleksandrovič Sobčak, durante un appuntamento della Commissione Kissinger-Sobčak per sviluppare l’ex Leningrado e attirare investimenti stranieri.
Una posizione, quella del politico americano, che Putin condivideva, come ebbe a dire qualche anno dopo: “Non avrei mai pensato che avrei potuto sentire frasi dl genere dette da Henry Kissinger. Gli dissi quello che pensavo e adesso ve lo ripeto: Kissinger aveva ragione. Molti problemi non si sarebbero posti se l’Unione Sovietica non avesse abbandonato così rapidamente l’Europa Orientale “. E ancora: “La sola cosa che rimpiangevo era il ruolo dell’Unione Sovietica in Europa, anche se razionalmente mi rendevo cono che un ruolo costruito su muri e su divisioni non può essere mantenuto. Ma avrei voluto che al suo posto si costruisse qualcosa di diverso. Nessuno invece propose qualcosa di nuovo, ecco quello che mi feriva. Lasciarono semplicemente perdere tutto e se andarono”.
Quanto riportato non è solo utile per la lettura e la comprensione di ciò che sta avvenendo oggi e delle politiche putiniane. E’ infatti ormai accettato dagli storici che l’URSS gorbacioviana-eltsiniana abbia seguito un percorso riformista troppo veloce e improvvisato, abbandonando letteralmente (dopo quasi mezzo secolo di controllo pervasivo) i paesi “fratelli”, come di fatto sé stessa. Un errore di cui si manifestarono subito le conseguenze, anche per una certa complicità degli occidentali; basterà pensare alle guerre jugoslave e alle crisi economiche, politiche e sociali nella nuova Russia, dai default all’instabilità, dai confitti in Cecenia al risorgere degli estremismi di destra e di sinistra.
Negli anni ’80, è bene ricordarlo, il mondo d’oltrecortina godeva di una forte stabilità politica (eredità del breznevismo), un elemento questo che avrebbe forse consentito sviluppi più graduali ed equilibrati.
Con la NATO e con il Patto di Varsavia: dagli errori di ieri ai problemi di oggi
Durante l’incontro del 30 maggio1990 con George H.W. Bush, a Washington, Michail Gorbačëv avanzò la proposta di una Germania unificata (dopo le elezioni di marzo nella DDR la riunificazione veniva ormai considerata inevitabile) membro sia della NATO che del Patto di Varsavia.
Un’idea alquanto singolare, che stupì lo stesso Bush e dimostra e conferma l’impreparazione e la confusione del Kremlino e dei vertici sovietici in quelle fasi delicatissime della Storia.
Molti dei problemi odierni hanno origine proprio da quegli anni, ovvero dall’assenza di un piano adeguato e razionale per il post 1989/1992.
Lo “spin” nucleare di Vladimir Putin

Nel marzo 2021, Vladimir Putin fece un appello a Joe Biden chiedendogli un incontro per parlare dei problemi internazionali. Come capi delle due maggiori potenze nucleari, secondo lui avevano infatti la responsabilità della pace e del benessere del pianeta.
Non si è trattato di un vero invito al dialogo, si faccia attenzione, ma di una minaccia velata, di uno sfoggio di muscoli. Una scelta comunicativa e propagandistica in linea con la tradizione sovietico-russa e assai ricorrente nelle parole dell’attuale leader del Kremlino. Putin sa infatti molto bene che l’arsenale nucleare è ad oggi l’unico strumento che consenta al suo Paese, economicamente “piccolo” e con enormi problemi interni, di mantenere un ruolo centrale, dunque lo getta sul tavolo ogni qualvolta lo ritenga necessario.
Se all’atto pratico è un “gioco di prestigio”, un’arma dall’efficacia limitata e circoscritta proprio perché non utilizzabile, resta comunque una forma di propaganda “grassroots”* spesso decisiva, riuscendo a condizionare (spaventandola) l’opinione pubblica (il “grass”, appunto) del Paese-bersaglio.
*“Grassroots propaganda”, diretta al “grass”, il “prato”, l’uomo comune. E’ “verticale”, ovvero creata da gruppi di potere. La ”treetops’ propaganda“ intende invece quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treetops” sta infatti a indicare i rami più alti dell’albero.
La propaganda russa, alla prova “bulgara”
Nonostante la sua “diversità” etnica, culturale e linguistica, e nonostante sia nettamente maggioritaria, la comunità bulgara del distretto moldavo di Taraclia (in bulgaro Тараклия) non coltiva sentimenti ostili a Chișinău e non chiede maggiori autonomie, bensì una maggiore integrazione. E, si faccia attenzione, le sue istituzioni, come ad esempio l’universià statale, sono le uniche sostenute economicamente da Sofia oltre i confini. Addirittura, il governo locale finanzia gli asili in lingua romena, proprio per favorire l’integrazione dei piccoli bulgarofoni. Questo contribuisce a smentire una certa narrazione russa e russofila che vuole la Moldavia come un crogiuolo di pericolosi nazionalismi (e fascismi-nazismi). Una strategia comunicativa e propagandistica simile a quella adottata contro l’Ucraina (propaganda “agitativa”, tecnica della “proiezione” o “analogia”) e qui motivata dal trentennale contenzioso per la Transnistria (Repubblica Moldava di Pridniestrov o Pridnestrovie)*.
*secondo molti analisti, la Moldavia potrebbe essere per questo il prossimo obiettivo militare di Mosca, sebbene Mosca abbia sempre ignorato le richieste di annessione di Tiraspol
Il fanatico e l’Ucraina (Buča e dintorni)

Il fanatismo politico origina da meccanismi di funzionamento cerebrali simili a quelli alla base del fanatismo religioso e del tifo da stadio. Anche se un’inchiesta indipendente (auspicabile) dovesse attribuire ai russi la responsabilità dei massacri di Buča, il putiniano polarizzato negherà l’evidenza e/o si rifugerà nella divagazione benaltrista (l’Iraq, Hiroshima, la NATO, il Battaglione Azov, ecc). Cercare di convincerlo sarà quindi pressoché inutile come lo è provare a convincere un TdG degli errori storici e filologici contenuti nella sua “Bibbia”. Questo vale, ovviamente, anche per il polarizzato anti-russo o atlantista e al di là del caso di specie.