La marcetta su Roma

Traffico romano in tilt. Che strano; ai tempi in cui Grillo esaltava Tony Blair, noi che andavamo a Genova o nelle piazze romane e fiorentine ad alzare la voce contro le acrobazie del turbocapitalism­o e le guerre della Unocal, venivamo bollati, anche da lui, come “terroristi”. Adesso che si vuole sfrattare un capo di Stato eletto secondo dettato costituzionale,­ si parla di “difesa della democrazia”. Alla salute, folla sfollata.

Sulle elezioni (libere) di Napolitano

Giorgio Napolitano non mi piace. Non mi piace perché vestiva la divisa dei GUF, mentre i suoi coetanei morivano sulle montagne o finivano a Bolzano, nelle mani sadiche e torturatrici dei Seiffert e degli Stain. Non mi piace perché era l’anello di congiunzione tra gli USA (la CIA?) ed il PCI. Non mi piace perché, dopo l’ elezione al Colle, è diventato la testa di ponte di Berlusconi, anche e probabilmente per affrancarsi dagli “spettri” di Budapest e di Botteghe Oscure, squallidamente evocati e branditi ad ogni timido “ma” opposto al centro-destra. Non mi piace altresì lo spettacolo, irresponsabile e dilettantesco, messo in scena dalla nostra classe politica (anche) in questo frangente, che lo ha visto riconfermato. Ma accetto la sua elezione, perché rientra nel perimetro della prassi democratica. La Costituzione Repubblicana, infatti, assegna al Parlamento (quindi ai rappresentati del popolo sovrano), il compito di eleggere il capo dello Stato, e il Parlamento ha scelto Napolitano, nuovamente ed a larghissima maggioranza. Assurdo parlare di “golpe” come bambini capricciosi, o ventilare scenari politicamente da “Day after” perché è stato bocciato un candidato, Rodotà, scelto e votato da una forza con appena il 4% dei voti (SEL) e da un’altra, il M5S, che ha deciso di sterzare verso il giurista (dopo averlo bollato come superpensionato­ castista) sulla scorta di una mini-consultazi­one tra 50 mila simpatizzanti, su un totale di 61 milioni di cittadini. Assurdo e scorretto da parte del M5S, inoltre, pretendere il supporto del PD a comando, dopo aver snobbato il partito di Bersani per ben due mesi, incatenando il Paese all’immobilità,­ tenendo nel congelatore le tante, lodevoli e condivisibili proposte che il programma di Grillo prevedeva e prevede. E’ mia opinione, torno a ripeterlo, che il leader pentastellato sia stato colto nell’impreparaz­ione più totale da un successo elettorale che non si attendeva. Privo di una progettualità gestionale definita, cerca adesso di assestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizion­e delle contraddizioni altrui, non facendo, quindi, ma disfacendo. Chi scrive era sul punto di votarlo, e sarebbe felice di ricredersi per la terza volta

Salvatore,eroe dimenticato.

Salvatore Cacciapuoti: operaio metallurgico che seppe organizzare la Resistenza nelle e dalle fabbriche, antifascista della prima ora, prigioniero politico, dirigente nazionale del PCI. Insonne, trascorreva le notti chino sui libri, per farsi quella cultura che non s era potuto permettere. L’uomo che volò in Cecoslovacchia,­ per disinnescare l’improduttiva violenza armata brigatista che allora trovava linfa, armi e addestramento (anche) sotto l’ombrello di Praga. Un eroe civile dimenticato, forse perché “troppo” figlio del suo tempo.

Repetita juvant

Puntualmente, nel nostro Paese, fanno la loro comparsa in grande stile personaggi, movimenti e partiti che si autoincoronano salvatori della patria, unici e soli depositari della virtù morale, tesorieri della verità, campioni del primato politico. Ciò avviene soprattutto nei momenti di crisi, politica, istituzionale e sociale, quando la credibilità delle istituzioni subisce la compressione più forte da parte del cittadino. Costoro riescono a farsi catalizzatori e interpreti del voto di protesta, cogliendo con eccezionale tempismo il gorgoglio della pancia nazionale, di cui dimostrano di saper cavalcare con maestria l’umore e l’orientamento.­ L’opera di seduzione avviene, essenzialmente,­ tramite due passaggi, in un percorso di immutabile continuità che congiunge Guglielmo Giannini a Umbero Bossi; il linguaggio e l’estetica. Usando un frasario informale e presentandosi, dalla scelta del vestito alle abitudini, sotto una veste di sobrietà, danno l’illusione al popolo stanco di essere al loro pari, di essere diversi. Questo perché è l’ALTERITA’ la ricetta vincente del loro successo, la linea di demarcazione che si fa bandiera del loro essere diversi (assunto illusorio) rispetto alle forze tradizionali, quelle di casta, appunto. Altro comune denominatore, è l’assalto alla stampa, ai “pennivendoli di regime”, di cui respingono le critiche come strategie messe in atto dallo status quo per sabotare il movimento di rinnovamento che essi incarnerebbero.­ L’ultimo di questi fenomeni è stato, in ordine cronologico, la Lega, che seppe ubriacare (soprattutto dal 2008 fino allo scandalo rimborsi) persino la sinistra; molti operai sterzavano per il Carroccio, e il PD si interrogava su come emulare la strategia di ancoraggio territoriale del partito bossiano (“sono radicati”, era questo l’inconcepibile­ refrain che andava allora di moda). Grillo è la nuova escrescenza di questa fenomenologia qualunquistico -populistica, e dispiace vedere come molti amici ci stiano cascando, ancora una volta, in buona fede (anche se il M5S consente loro di scaricare l’indignazione in un canale istituzionale, sottraendoli in questo modo alla piazza, quello che la CIA e la BCE, i ghost directors del comico genovese, temevano di più). Le polemiche e l’empasse degli ultimi giorni giorni sull’ elezione del capo dello Stato, stanno infatti risaltando la strategia disfattistica di un uomo totalmente sprovvisto di una qualsiasi progettualità gestionale, che ha ormai collocato nell’esposizion­e del disagio delle altre forze la propria linea di galleggiamento.­ Si hanno le mani pulite tendendole in tasca, ma sono mani inutili, mani che non fanno, mani che falliranno.

Stefano Rodotà, l’utile idiota nella mani di un disutile regista del caos

Dopo aver inserito il giurista Rodotà nella “black list” dei pensionati d’oro, il comico genovese cala sul tavolo la sua carta, e lo fa, essenzialmente e prima di tutto, per tre motivi:

; spaccare dalla base al vertice il centro-sinistra (come sta avvenendo), con un candidato che parte del centro-sinistra caldeggia e che un parte rifiuta

; costringere il centro-sinistra alla virata sul giurista, in modo da danneggiare ulteriormente l’ immagine del PD, presentando il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte come un cane da riporto del M5S, incapace di tenere le proprie posizioni

; accreditarsi agli occhi degli italiani come leader forte e di rottura, ponendo sul Colle un candidato voluto dalla società civile (e dalla sinistra) si ben prima delle “Quirinarie”, ma ritenuto ormai nell’immaginario collettivo “made in M5S”

Grillo sa di essere in calo verticale di consensi. Il passaggio dalla piazza alla stanza dei bottoni comporta, infatti ed inevitabilmente, la perdita di quell’alterità verginale che un “vaffanculo” non può più garantire. Due mesi di imbarazzanti siparietti delle sue truppe dilettantesche stanno mettendo in luce tutta l’inadeguatezza gestionale del Movimento, e il suo molotoviano “niet” a qualsiasi ipotesi di convergenza costruttiva (dettato da un egoistico quanto castrante calcolo politico), sta erodendo ulteriormente la sua popolarità. Allora, ecco che arriva la ciambella di salvataggio Rodotà, lanciata da una nave in fiamme. Non ceda, il centro-sinistra; scelga un candidato come Zagrebelsky o Chiamparino, ma non spari nelle vene di Grillo un’ iniezione di ricostituente, utile soltanto ad allungarne la vita politica. Non si tratta con chi vuole uccidere gli ostaggi.

Abbo e Barberis,i “nonni” del M5S

Le elezioni nazionali 1921 consegnarono la maggioranza parlamentare alle sinistre (150 deputati socialisti ai quali vanno aggiunti 30 delegati comunisti). Il Paese era scosso dalla grave crisi economica seguita alla Grande Guerra, le tensioni sociali erano alle stelle e il Biennio Rosso faceva ancora sentire tutto il carico destabilizzante­ del suo strascico. Tra le fila socialiste, si segnalavano due deputati, tali Abbo e Barberis, che possono definirsi i precursori dell’ “anticastismo” nazionale; il primo, Abbo, era solito presentarsi a Montecitorio con il berretto da ciclista e senza colletto (per dimostrare la propria alterità rispetto al formalismo borghese dell’aula, mentre oggi si usano gli apriscatole). Il secondo, Barberis, incentrò tutto il suo lavoro parlamentare sulla richiesta di abolizione della Guardia Regia. Tale e tanta fu l’insistenza del Barberis in questa sua “battaglia”, da renderlo, ben presto, lo zimbello dell’ Aula. Il Paese non fu in grado di darsi un governo, e di lì ad un anno precipitò nelle mani dell’esigua minoranza fascista (25 deputati), anche a causa della miopia demagogica di quelle forze e di quegli uomini che avevano preferito sterzare verso la semplificazione­ demagogica e populistica, illusi di trarne un facile consenso e profitto. Allo stesso modo, il M5S e il suo pittoresco condottiero, fanno leva su un problema puramente simbolico ma non sostanziale (i privilegi e i costi della politica), per scalare le vette del gradimento popolare, approfittando dell’odio e del risentimento che, soprattutto nei segmenti congiunturali più difficili e sensibili, si vengono a creare nei confronti di chi amministra. Ho parlato di problema simbolico e non sostanziale perché non sono, nei numeri, i costi della politica a pesare sulla situazione economica e gestionale del Paese; l’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, per correre a Strasburgo e a Francoforte a rinegoziare il suo debito. L’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, che vari quel pacchetto di riforme indispensabili alla rinascita delle imprese, alleggerendo la pressione fiscale, aumentando gli stanziamenti, sbloccando le liberalizzazion­i. L’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, che snellisca l’apparato burocratico, rivitalizzando così le amministrazioni­ locali (L’Aquila puzza ancora di umidità e marciume per colpa della burocrazia pachidermica che impedisce l’impiego dei fondi raccolti per la ricostruzione).­ L’Italia necessita di un governo, e di un governo forte, che riveda le leggi sul precariato, varate e consolidate con il Pacchetto Treu e il Protocollo sul Welfare (esecutivi di centro-sinistra­ e senza Matteo Renzi). L’Italia non ha bisogno di nuovi masanielli, di profeti del vaffanculo armati di apriscatole, come ieri non aveva bisogno di Abbo e Barberis.

Smoking gun. Alfano e Bersani

Il ricorso alla foto di Bersani che “abbraccia” Alfano quale “smoking gun” a testimonianza di losche convergenze tra Pd e PdL, è l’acme di quella mentalità qualunquistica che tanto fa male al Paese. Si continua a cercare il facile consenso che la semplificazione più sciatta e rumorosa sa garantire, mettendo da parte il lavoro di scavo intellettuale e l’approfondimento responsabile. Questa immaturità della “massa” è pericolosa nella misura in cui la “massa” riesce a guadagnarsi porzioni di democrazia liquida ed assembleare.
Rodotà, ieri inserito nella “black list” dei dinosauri di casta, oggi esaltato come unico e solo degno della presidenza. La coerenza del saltimbanco genovese, regista del caos.

“Si può indurre il popolo a seguire una causa, ma non far sì che la capisca” – Confucio

Sulla presidenza(imparziale)della Repubblica

Il ruolo che la Costituzione assegna al capo dello Stato, è quello di garante sopra le parti delle istituzioni democratiche repubblicane; per questo, la sua dev’essere una scelta condivisa, trasversale, amplipensante. Non sono a parte delle trame che i vari capibastone stanno tessendo nelle stanze parlamentari, ma una cosa è certa e indiscutibile: non possono, la sinistra più “radicale” o il M5S, pretendere l’imposizione del loro candidato al centro ed al centro-destra, ovvero ai rappresentanti di oltre 1/3 della popolazione italiana, nonché attuale maggioranza “virtuale”. Non solo si verrebbe meno ai principi regolatori della nostra Repubblica, ma si avrebbe un capo dello Stato debole, indeciso, costretto ad una politica di eccessivo “appeasement” con i conservatori nell’affannoso ed affannato tentativo di “affrancarsi” dal proprio portato personale, politico e ideologico. Peculiarità del settennato che si sta concludendo, è stata proprio questa “timidezza” mostrata nei confronti del centro-destra; Giorgio Napolitano non ha potuto predisporre adeguata risposta agli stupri che il PdL perpetrava ai danni delle istituzioni ed alle sortite anti-italiane del micropartito leghista a causa del suo “carico” di ex uomo del PCI e per la sua difesa dell’intervento Sovietico del 1956. Per guadagnarsi una quota minima di credibilità, doveva farlo dimenticare (i “rivoltosi” ungheresi, al pari di quelli cecoslovacchi e polacchi, non volevano il ritorno alla democrazia borghese ma al comunismo secondo il dettame marxiano, ma questa è un’altra storia). Se vogliamo un Presidente libero, che sia e sappia essere reale custode dell’integrità dell’edificio istituzionale, dobbiamo pertanto dire no al dottor Rodotà. Pur persona degna e stimabile, non disporrebbe della sufficiente libertà di manovra che la posizione richiede. P.S: trovo assolutamente fuori luogo e qualunquistico il tiro su Marini cui stiamo assistendo, punta di lancia di quella cultura sinistrofoba che tanto sta andando di moda.

“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (Le quirinarie sulla Gabanelli)

L’investitura di Milena Gabanelli da parte del M5S come candidato alla Presidenza della Repubblica, è senza dubbio la spia rivelatrice, l’ennesima, di un corto circuito tra il cittadino, il suo rapporto con l’edificio politico-istituzionale e la gestione della res-publica. Premesso come le “Quirinarie” incarnino tutta la vocazione autoritaria e partitocratica di un soggetto politico che “pretende” di imporre un capo di stato a 61 milioni di individui mediante una consultazione ristretta tra 50 mila militanti (la città di Cascina sceglie per l’Italia), si sterza verso il dilettantismo più sciatto e deleterio nominando una cronista, perché estranea ad un mondo, quello politico, percepito e presentato (con una pericolosa dose di faciloneria) quale inaffidabile, inadeguato, corrotto. In questa castrante disaffezione per la πόλις-τέχνη, anche nelle sue declinazioni ideologiche e non solo amministrative, gioca sicuramente un ruolo capitale il circo-circuito mediatico, perennemente alla caccia della sensazione che la “notiziabilità” (e non la notizia) può garantire, soprattutto nei segmenti congiunturali più critici e sensibili. Lo scenario nazionale viene quindi raccontato come avversativamente complesso, senza speranza, caotico, corroborando ed alimentando la deleteria vocazione al qualunquismo caratteristica del popolo italiano. Si dimentica, però (e lo dimenticano i “Grillini”) che il ruolo del Presidente della Repubblica richiede una padronanza degli strumenti politici, giuridici e diplomatici di cui non tutti possono essere in possesso; non basta avere un ruolo “pulito”, saper far bene il proprio mestiere (la Gabanelli è soltanto la “frontwoman” di una equipe) e ancor meno basta essere donne per fornire e mettere in campo sufficienti garanzie per un ruolo come quello dell’inquilino di Piazza del Quirinale. Le architetture intellettive più elementari giubilano per questa “nomination”, senza comprenderne la preoccupante sintomatologia.

“Non sono un eroe. Ho fatto soltanto il mio lavoro”

Stanislav Evgrafovič Petrov: in pochi conoscono questo nome, e ancor meno sono le persone a sapere che Stanislav Evgrafovič Petrov, Tenente Colonnello dell’Armata Rossa in pensione, salvò il pianeta e i suoi abitanti dall’apocalisse­ in una notte di tanti anni fa, precisamente il 26 settembre del 1983. Eravamo nel pieno di quella che viene definita “seconda Guerrra Fredda” e Petrov lavorava nel bunker Serpukhov 15, con il compito di notificare ai suoi superiori un eventuale attacco nucleare contro l’URSS. Quella notte, il computer del bunker commise un errore, segnalando il lancio di 5 ICBM (missili balistici intercontinenta­li) a testata multipla contro il territorio sovietico. Petrov ritenne opportuno non lanciare l’allarme, che avrebbe portato, come da procedura, ad una risposta immediata su larga scala delle forze nucleari sovietiche secondo la strategia della “mutua distruzione”, e questo perché insospettito dall’esiguità del numero dei vettori impiegati dagli americani. La decisione si rivelò giusta. E saggia. L’episodio fu tenuto segreto fino ad una decina di anni fa, e adesso Petrov vive da pensionato in una modesta casa a Fryazino, un villaggio di contadini alle porte di Mosca. Oggi c’è un bel sole, i fiori sono tornati a colorare i nostri prati e le nostre vite, il soffio caldo del vento ci accarezza la pelle e la serotonina vola sulla scia della luce ritrovata; tutto questo grazie all’anonimo pensionato Stanislav Evgrafovič Petrov, uno dei tanti pilastri del quotidiano. Spasibo, Stanislav. до свидани