Beppe Grillo, il “Vento divino” che salvò Silvio Berlusconi

Nel 1274 e nel 1281, la poderosa flotta mongola agli ordini di Kublai Khan tentò lo sbarco sulle coste giapponesi, così da invadere l’Impero del Sol levante, assoggettandolo­. In entrambe le occasioni, giunse ai nipponici dalla natura un aiuto tanto inaspettato quanto determinante: un tifone, il “kamikaze”, il “vento divino”, appunto. Beppe Grillo aveva la possibilità di creare con il centro-sinistra­ un governo di “scopo”, che desse al Paese quelle riforme (in buona parte giuste e condivisibili) che avevano fatto da propellente al suo successo elettorale. Avrebbe potuto sedersi a capotavola, negoziando dalla posizione di forza che la sua consistenza numerica gli assicurava, per cambiare le cose. Avrebbe, soprattutto, potuto eliminare Berlusconi in via definitiva dalla vita pubblica e politica nazionale, varando un dispositivo sul conflitto di interessi, impedendogli di far slittare i processi, facendo applicare la legge del 1956 sull’ineleggibi­lità. Invece, il comico genovese ha preferito adottare una strategia di attacco, prima contro il PD, scardinandolo (o cercando di scardinarlo) con il grimaldello Rodotà, e adesso contro il duo PD-PDL, costringendo il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte e quello di Via dell’Umiltà ad un responsabile (ma sicuramente impopolare) “menage a dois”, pretesto, strumento e volano ideale per la sua demagogica campagna “anticastista”.­ Nessuna riforma auspicata dall’elettorato­ pentastellato sarà varata, e Berlusconi continuerà, impunemente, a dettare legge in politica, a detenere il timone della nave Italia. Questo, “stricto sensu”, il risultato prodotto da Grillo, il “vento divino” che spazzò i giudici dall’orizzonte berlusconiano. Il comico ha così fornito la prova definitiva sulla sua reale natura: affetto da ipertrofia dell’ego, vede nella politica un mezzo di affermazione personale e di personale rivalsa, innanzitutto nei confronti del PD, cui non ha perdonato il “gran rifiuto” ai tempi delle primarie del 2009. Anni di “confino” alla corte dello yogurt Yomo dopo le battute sul Garofano, hanno inoltre reso esasperate la sua ambizione, la sua voglia di riscatto, la sua acrimonia revanscista. E a pagarne le spese siamo in 61 milioni. Anzi, sono. Au revoir, mon docue pays. Bonne chance.

Stefano Rodotà, l’utile idiota nella mani di un disutile regista del caos

Dopo aver inserito il giurista Rodotà nella “black list” dei pensionati d’oro, il comico genovese cala sul tavolo la sua carta, e lo fa, essenzialmente e prima di tutto, per tre motivi:

; spaccare dalla base al vertice il centro-sinistra (come sta avvenendo), con un candidato che parte del centro-sinistra caldeggia e che un parte rifiuta

; costringere il centro-sinistra alla virata sul giurista, in modo da danneggiare ulteriormente l’ immagine del PD, presentando il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte come un cane da riporto del M5S, incapace di tenere le proprie posizioni

; accreditarsi agli occhi degli italiani come leader forte e di rottura, ponendo sul Colle un candidato voluto dalla società civile (e dalla sinistra) si ben prima delle “Quirinarie”, ma ritenuto ormai nell’immaginario collettivo “made in M5S”

Grillo sa di essere in calo verticale di consensi. Il passaggio dalla piazza alla stanza dei bottoni comporta, infatti ed inevitabilmente, la perdita di quell’alterità verginale che un “vaffanculo” non può più garantire. Due mesi di imbarazzanti siparietti delle sue truppe dilettantesche stanno mettendo in luce tutta l’inadeguatezza gestionale del Movimento, e il suo molotoviano “niet” a qualsiasi ipotesi di convergenza costruttiva (dettato da un egoistico quanto castrante calcolo politico), sta erodendo ulteriormente la sua popolarità. Allora, ecco che arriva la ciambella di salvataggio Rodotà, lanciata da una nave in fiamme. Non ceda, il centro-sinistra; scelga un candidato come Zagrebelsky o Chiamparino, ma non spari nelle vene di Grillo un’ iniezione di ricostituente, utile soltanto ad allungarne la vita politica. Non si tratta con chi vuole uccidere gli ostaggi.

Smoking gun. Alfano e Bersani

Il ricorso alla foto di Bersani che “abbraccia” Alfano quale “smoking gun” a testimonianza di losche convergenze tra Pd e PdL, è l’acme di quella mentalità qualunquistica che tanto fa male al Paese. Si continua a cercare il facile consenso che la semplificazione più sciatta e rumorosa sa garantire, mettendo da parte il lavoro di scavo intellettuale e l’approfondimento responsabile. Questa immaturità della “massa” è pericolosa nella misura in cui la “massa” riesce a guadagnarsi porzioni di democrazia liquida ed assembleare.
Rodotà, ieri inserito nella “black list” dei dinosauri di casta, oggi esaltato come unico e solo degno della presidenza. La coerenza del saltimbanco genovese, regista del caos.

“Si può indurre il popolo a seguire una causa, ma non far sì che la capisca” – Confucio

Sulla presidenza(imparziale)della Repubblica

Il ruolo che la Costituzione assegna al capo dello Stato, è quello di garante sopra le parti delle istituzioni democratiche repubblicane; per questo, la sua dev’essere una scelta condivisa, trasversale, amplipensante. Non sono a parte delle trame che i vari capibastone stanno tessendo nelle stanze parlamentari, ma una cosa è certa e indiscutibile: non possono, la sinistra più “radicale” o il M5S, pretendere l’imposizione del loro candidato al centro ed al centro-destra, ovvero ai rappresentanti di oltre 1/3 della popolazione italiana, nonché attuale maggioranza “virtuale”. Non solo si verrebbe meno ai principi regolatori della nostra Repubblica, ma si avrebbe un capo dello Stato debole, indeciso, costretto ad una politica di eccessivo “appeasement” con i conservatori nell’affannoso ed affannato tentativo di “affrancarsi” dal proprio portato personale, politico e ideologico. Peculiarità del settennato che si sta concludendo, è stata proprio questa “timidezza” mostrata nei confronti del centro-destra; Giorgio Napolitano non ha potuto predisporre adeguata risposta agli stupri che il PdL perpetrava ai danni delle istituzioni ed alle sortite anti-italiane del micropartito leghista a causa del suo “carico” di ex uomo del PCI e per la sua difesa dell’intervento Sovietico del 1956. Per guadagnarsi una quota minima di credibilità, doveva farlo dimenticare (i “rivoltosi” ungheresi, al pari di quelli cecoslovacchi e polacchi, non volevano il ritorno alla democrazia borghese ma al comunismo secondo il dettame marxiano, ma questa è un’altra storia). Se vogliamo un Presidente libero, che sia e sappia essere reale custode dell’integrità dell’edificio istituzionale, dobbiamo pertanto dire no al dottor Rodotà. Pur persona degna e stimabile, non disporrebbe della sufficiente libertà di manovra che la posizione richiede. P.S: trovo assolutamente fuori luogo e qualunquistico il tiro su Marini cui stiamo assistendo, punta di lancia di quella cultura sinistrofoba che tanto sta andando di moda.