“Libero”e Giacomo Matteotti usuraio e sovversivo

Una lezione di metodo: che cos’è la storiografia e come si fa. E come non si fa.

Il quotidiano “Libero” sceglie di ricordare la figura di Giacomo Matteotti con un articolo di stampo revisionistico particolarmente duro nei confronti dell’onorevole veneto e della sua memoria, e lo fa ricorrendo agli stralci di un libro dello “storico” Gianpaolo Romanato (Dottore in Filosofia) in cui Matteotti viene accusato di usura e di aver fomentato i segmenti più radicali e violenti della sinistra durante il cosiddetto “biennio rosso” (in realtà, Matteotti faceva capo all’ala più moderata del PSI, poi maturata, in epoca repubblicana, nel PSDI saragattiano).

Tuttavia, potremmo notare come né l’estensore del corsivo (tal Francesco Borgonovo) né il Romanato forniscano, a questo proposito , alcun elemento documentale verificato e verificabile (quindi certo), allontanandosi così dal principio dell’analisi storiografica su base logica e razionale (ricordiamo come la storiografia propriamente detta sia una scienza e non un’arte, una disciplina umanistica o dialettica, come invece, al contrario ed appunto, è la filosofia).

Entrando più nel dettaglio, il Romannato dice che Matteotti non si oppose al clima di violenza di quegli anni (al quale contribuirono anche le squadre fasciste) “per non perdere il rapporto con il suo elettorato polesano”. O, ancora, sulle tensioni che regnavano all’epoca nel Polesine, zona di provenienza di Matteotti: “I due maggiori leader, prima Nicola Badaloni e poi Matteotti, operarono per moderare tali spinte e incanalarle in un’azione politica organizzata e più disciplinata. Ma dopo la guerra, quando il conflitto si accese, Matteotti ebbe sempre meno spazio per le mediazioni, non avendo neppure più la sponda di Badaloni. È questa la fase, siamo nel cosiddetto “biennio rosso”, in cui Matteotti apparve in Polesine più un piromane che un pompiere. Altra era invece la linea che teneva a Roma, dove il confronto era dialettico e non “pugilistico”. Questa duplicità gli fu rimproverata da tutti i suoi avversari, liberali, cattolici e fascisti”.

Come appare evidente, le sue analisi patiscono l’assenza di ogni conforto probatorio, esibendosi come un mero florilegio di congetture e ragionamenti apodittici più vicini al relativismo filosofico che non al rigorismo della ricerca e dell’elaborazione storica. Del tutto inesistente la produzione speculativa in merito all’accusa di usura.

Dispiace dover constatare, ancora una volta, come una certa destra non riesca ad approdare ad una sua Bad Godesberg, 130 anni dopo la nascita di Benito Mussolini, come dispiace cerchi la manomissione storica mediante dilettantismi di questo genere.

“Sutor, ne ultra crepidam” (Ciabattino, non andare oltre le scarpe), dicevano i Romani.

Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.