Giustizia per Giacomo



Non avevo mai mai frequentato il povero Giacomo Bongiorni, ma essendo suo coetaneo ne avevo sempre sentito parlare fin da bambini. Vite che si incrociano pur rimanendo parallele, come spesso succede nei piccoli centri.  Me ne parlavano come di un bimbo, e poi di un ragazzo, in gamba, atletico e spigliato. Quanto accaduto ieri notte, un film dell’orrore per lui e per il figlioletto (senza dimenticare la rapina a mano armata e la megarissa della scorsa settimana), impone misure urgentissime alla politica ed alle istituzioni, per restituire Massa ai cittadini perbene che hanno diritto alla tranquillità. Buonismi e sofismi di varia natura  non sono solo delle ingiustizie aberranti, ma non faranno altro che aumentare la rabbia delle persone.

Ciao, Giacomo. Un abbraccio da un tuo amico mancato.

Il bambino e il campione

( Di CatReporter79)

Raramente Carlos Monzon si lasciava andare a tenerezze o sorrisi.

Solo una persona era in grado di aprire il suo cuore di uomo indurito dalla vita: il figlio Abel.

Lo prendeva in braccio dopo ogni vittoria e lo portava con sé ovunque: in palestra, a fare footing, durante gli impegni con gli sponsor e i giornalisti.

Abel amava suo padre, ma non il lavoro di suo padre, che gli faceva paura. Nella sua mente di bambino, penava che qualche avversario avrebbe potuto fare male al grande Carlos Monzon.

Gli aveva chiesto più volte di smettere, fino a quando non gli confessò di aver pianto, dopo averlo visto andare giù per pochi secondi con il colombiano Rodrigo Valdez. Era successo negli spogliatoi, subito dopo il match. “Abel cos’hai? Ho vinto, non hai visto?” “Papà, smetti, per favore. Quando sei andato al tappeto ho pianto. Ho versato molte lacrime”. “Abel, nunca mas. Esta fue mi ultima pela. Va bene, Abel. Basta. Questo è stato il mio ultimo combattimento”.

Per quel bambino e con quel bambino, Carlos Monzon non era un picchiatore e non era un uomo violento. E non era nemmeno un duro.

Il “caso” Vendola, le donne “sfruttate” e quello strisciante maschilismo.

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L’idea secondo cui una donna che offre il proprio utero in “locazione” (surrogazione di maternità) debba necessariamente essere sfruttata e/o costretta da una situazione economico-sociale avversa, muove da un impianto teorico classista-borghese e, prima di tutto, sessista-maschilista.

In buona sostanza, si procede secondo l’ideale tradizionalista e reazionario che, identificando e ingabbiando la donna nello stereotipo materno-focolaristico, non ammette e concepisce variazioni e distacchi rispetto a tale percorso.