Pensare che Berlusconi e la destra siano riusciti e riescano a catalizzare buona parte del proprio consenso politico-elettorale brandendo la minaccia comunista, la dice lunga sull’immaturità di una porzione dell’elettorato italiano e sulla capacità di manipolazione, sociale e mentale, del dispositivo mediatico-televisivo. Già nei momenti più bui dello stalinismo e della prima Guerra Fredda, il “pericolo” di una presa del potere nel nostro Paese da parte del PCI era infatti assolutamente fuori discussione, e per ordine proprio del Cremlino; dopo gli accordi di Jalta, Stalin, proverbialmente ossessionato dalla tutela della sicurezza sovietica (secondo alcuni storici, il cosiddetto “impero esterno”, ovvero i paesi del blocco orientale, non sarebbe stato il frutto di una strategia espansionistica quanto di contenimento) convocò sia Togliatti che Thorez (leader del Partito Comunista Francese, altro totem del comunismo occidentale) per comunicare loro che mai l’URSS avrebbe appoggiato un tentativo di colpo di stato marxista, perché questo avrebbe condotto ad un’alterazione degli equilibri con gli USA, allora unica potenza nucleare. Ancora nel 1990, l’allora capo del KGB Vladimir A.Krjuckov ebbe a dire al capo del SISMI italiano Fulvio Martini, in visita a Mosca: “Noi sovietici siamo i più ligi e scrupolosi nell’applicare gli accordi del 1943. Ci ha fatto comodo un PCI forte, ma entro una certa misura. Non avremmo potuto tollerare che il PCI, anche con mezzi democratici, si fosse avvicinato troppo al potere. Gli Americani avrebbero potuto accusarci di non rispettare i patti, decidendo così di intervenire maggiormente nella nostra fascia di sicurezza”. D’altro canto, la Svolta di Salerno e i governi di solidarietà nazionale con le forze liberali costituiscono la prova materiale e provante di questa traiettoria strategica. Lo stesso Che Guevara ebbe molti problemi con Mosca negli anni ’60, proprio a causa dei suoi tentativi di dare vita alla “rivoluzione permanente” estendendola al di fuori dell’assetto perimetrale jaltiano. Il boicottaggio delle sue spedizioni in Congo e Bolivia da parte dei sovietici ne sono la dimostrazione (il Primo Ministro sovietico Aleksej Kosgyin minacciò Castro di ridurre drasticamente le forniture di petrolio a Cuba, se lui e Guevara non avessero abortito le loro velleità rivoluzionarie in America Latina). Tali acquisizioni contribuiscono a consegnarci una lettura ben diversa degli anni della Guerra Fredda e delle dinamiche dualistiche che la caratterizzarono, conducendo l’osservatore ad un ripensamento sul ruolo sovietico e ad un’analisi più equilibrata del fenomeno e dell’epifenomeno, sfrondata dagli irriducibili pregiudizi ideologici antisocialisti. La contrapposizione “buono” contro “cattivo” non ha diritto di cittadinanza nell’analisi storiografica…
Renzi non è un socialdemocratico; è un centrista di provenienza margheritiana e di formazione, cultura e famiglia peculiarmente democristiane (è un lapiriano). Ovvia e comprensibile, di conseguenza, la perplessità nell’elettore di sinistra, all’idea di liquidare per sempre gli ultimi scampoli di socialismo democratico “consegnando” il cartello politico-elettorale “liberal” ad un vetero democrtistiano. Mi fa sorridere, però, che le accuse di “destrismo” e di “berlusconismo” provengano dall’apparato ex PCI-PDS-DS e dai fuoriusciti PRC adesso accasatisi sotto l’ombrello vendoliano (appena la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, molti “compagni” non hanno esitato ad abbandonarla). Ricordiamo che sono stati loro ad imbastire un governo con Silvio Berlusconi (indipendentemente da quello che può essere il giudizio sull’esecutivo Letta); ricordiamo che sono stati loro ad eleggere un capo dello Stato in fronte compatto con il centro-destra (indipendentemente da quello che può essere il giudizio su Napolitano); ricordiamo che sono stati loro a salvare l’arcoriano dall’ineleggibilità nel 1996 (e in misura minore nel 1994); ricordiamo che sono stati loro ad introdurre, istituzionalizzare e rafforzare il precariato, sconquassando il mercato del lavoro (Pacchetto Treu e Protocollo sul Welfare); ricordiamo che sono stati (anche) loro a votare la nefasta Legge Biagi (per paura di essere dipinti come fiancheggiatori delle BR dal serraglio mediatico berlusconiano); ricordiamo che sono loro a detenere il record di privatizzazioni nella storia repubblicana (Governo D’Alema. Solo la coppia Eltisn- Gajdar arrivò a tanto); ricordiamo che sono stati (anche) loro a finanziare ed appoggiare tutte le iniziative militari USA/UNOCAL-NATO (anche la signora Rame votò in tal senso, nel 2007); ricordiamo che sono stati loro a consegnare il Ministero di Grazia e Giustizia nelle mani di Clemente Mastella (come nominare Pacciani presidente di un’associazione contro la violenza sulle donne); ricordiamo, altresì, che sono stati loro a governare con i diniani; ricordiamo ecc, ecc, ecc. Il tutto, corroborato e sostenuto da un’insopportabile quanto ipocrita retorica di odore migliorista sul senso di responsabilità istituzionale. I vecchi “apparatčik” hanno attestato la loro linea di galleggiamento, a partire dal 1995, sull’appeasement con il Cavaliere, e questo allo scopo di congelare i loro privilegi e il loro potere contrattuale. Le riforme ed il governo del Paese non sono, alla luce del segmento storico recente, ai vertici delle priorità di Via Sant’Andrea delle Fratte numero 16. Chi ha paura? Di chi?