“Uroborismi”

L’affaire siriano è ed è stato l’ennesimo palcoscenico per la propaganda cosiddetta “di guerra”, in un continuum che descrive la strategia della persuasione occidentale dal 1917 ad oggi. Come più volte evidenziato, essa si snoda e sviluppa attraverso le seguenti terzine:

A- Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1: demonizzazione del nemico
2: uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3: guerra come risposta al nemico e non come attacco

B- Bontà delle nostre guerre
1: soccorrere una nazione o un popolo
2: giusta causa
3: estendere la democrazia

Ancora una volta, a fare la parte del leone nel battage mediatico sono le armi di “distruzione di massa”, in questo caso il gas, che ha preso il posto della meno credibile boccetta delle lenti a contatto esibita da Colin Powell a Palazzo di Vetro nel 2003, in uno dei momenti più imbarazzanti dell’intera storia a stelle e strisce. Ad uccidere (e da anni) in Siria non è soltanto il gas, ma anche e soprattutto il piombo ed il cannone, ma è l’arma non convenzionale a smuovere le leve dell’inconscio, e questo per il suo essere e rappresentare un pericolo invisibile, astratto. Non convenzionale, per l’appunto. “Casus belli” forse meno efficace di due grattacieli colpiti a morte, pare comunque sufficiente a raggiungere il bersaglio dello spettatore-cittadino medio della parte del mondo che conta. Aspettando i telefilm di Fox television.

L’Iran si riarma: di armi di distrazioni di massa

Secondo il rapporto “If All Else Fails: The Challenges of Containing a Nuclear-Armed Iran” sul nucleare iraniano, gli USA dovrebbero predisporre ed attuare tutte le misure possibili, non esclusa (sottinteso con il cripticismo retorico più pruriginoso ed ipocrita), l’opzione militare, onde evitare che Teheran riesca a dotarsi di un proprio arsenale non convenzionale. Non è un caso che allarmismi di questo genere tornino prepotentemente alla ribalta con l’acuirsi della crisi siriana, che vede Washington e Tel Aviv (la leva del potere all’interno del Congresso statunitense) opposti alla Russia e, appunto, all’Iran, in un braccio di ferro continuo e costante che sembra non conoscere fine né sosta. Ferma restando la doverosa ed imprescindibile condanna nei confronti del teofascismo islamico, barbaro e liberticida, che da decenni ammorba ed affossa l’ex popolo persiano, la vicenda ci rivela e dimostra, ancora una volta, la potenza delle piattaforme propagandistiche occidentali e , nel caso di specie, della propaganda politica “di guerra”. Essa si snoda e sviluppa attraverso le seguenti due terzine:

A: Ricorso alla paura e l’identificazione del nemico
1: Demonizzazione del nemico
2: uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3: guerra come risposta al nemico e non come attacco

B: Bontà delle nostre guerre
1: Soccorrere una nazione o un popolo
2: Giusta causa
3: Estendere la democrazia

Il tutto, corroborato da un circuito di cronisti “embedded” che, viaggiando con le truppe in caso di guerra o attingendo le loro informazioni dai comunicati ufficiali degli organi governativi ed intergovernativi, smarriscono lo spirito critico e la funzione di scavo alla base (in linea teorica) della loro funzione professionale (gli “embedded ” nacquero dopo la disastrosa esperienza mediatica del Vietnam e di Grenada, per mezzo della Siddle Commision). Tutti ricorderemo le immagini, imbarazzanti, di Colin Powell all’ONU, che brandendo una bottiglietta con acqua e sale, voleva fornire al pianeta le prove dell’esistenza dell’arsenale nucleare e chimico-batteriologico di Saddam Hussein; la vicenda può apparire grottesca, ma, all’epoca, stampa e poteri politici riuscirono a convincere la porzione più rilevante dell’opinione pubblica occidentale del fatto che Baghdad rappresentasse un pericolo reale e imminente. Per non parlare delle accuse di genocidio confezionate contro la Jugoslavia di Milosevic per quel che concerne ii casi della “Strage del pane”, della “Strage di Racak” o della “Strage del mercato”, episodi in cui la PR Ruder Finn (al servizio di Zagabria dopo aver offerto il proprio sostegno a Belgrado) riuscì a far ricadere la colpa sui serbi, ma in realtà responsabilità dei croati. Solo un lavoro, personale, di deologizzazione e di ricerca della terzietà delle fonti, può sottrarci all’opera di coercizione mentale attuata da coloro i quali una certa retorica di maniera definirebbe “poteri forti”. Paradossalmente,pero’, fu la politica carteriana di non ingerenza negli affari esteri dei paesi stranieri (vedi gli accordi con Torrijos sulla gestione del Canale di Panama) a consegnare l’Iran allo spietato regime teocratico; o meglio, a farlo transitare da un regime dittatoriale all’altro. Tale politica di Carter si può configurare come l’antesignana della “Dottrina Sinatra” di memoria sovietica..