Ciao Rino…

Quando Rino Tommasi commentava un grande incontro di pugilato, o di tennis, i campioni erano tre: due sul ring, oppure in campo, e l’altro con le cuffie ed il microfono. Un professionista straordinario, che mi permetto di “imitare” nel modo di scrivere e parlare, la compagnia di tanti pomeriggi e tante serate su TeleCapodistria. E quante emozioni, con quelle cassette e quei dvd della “Grande Boxe” commentati da lui…Ciao, Rino. E grazie, grazie di tutto…



“Incredibile battaglia! Montante destro di Hagler…gancio sinistro…manca il gancio sinistro ma…il gancio destro di Mugabi! Il gancio sinistro di Mugabi  e un sinistro di Hagler…gancio sinistro di Mugabi! Ora ha abbandonato ogni prudenza, Mugabi! Tocca col destro…non ho mai visto un incontro di questa violenza negli ultimi venti anni! Montante destro di Mugabi…il sinistro alla figura…gancio sinistro di Mugabi…il sinistro di Hagler…eeehhh! Incredibile! Incredibile! Una delle più belle riprese a cui mi sia dato mai di assistere nella mia carriera!”

Appunti di comunicazione Khelif-Carini, tra polarizzazione ed omissioni



Il 20 settembre 1973, la leggenda del tennis Billie Jean King sconfisse il collega maschio Bobby Riggs in quella nota come la “Battaglia dei sessi”. Anni dopo, sarebbe stata emulata dalla climber Lynn Hill e dalla maratoneta Pamela Reed.  Eccezioni, che infatti sono passate alla storia. Eccezioni, come quei casi che hanno visto uomini battere bestie feroci. Ma la regola è un’altra. La regola dice che le potenzialità fisiche ed atletiche di un uomo non sono paragonabili a quelle di una donna, come un essere umano soccomberà il 99,9% delle volte contro una tigre od un leone.

Le nove sconfitte (su 45 match) di Imane Khelif, incassate peraltro ad inizio carriera, dicono poco o nulla nell’economia del dibattito, non fanno venir meno e non negano gli indubbi vantaggi strutturali,  contestati oggi e ieri da avversarie e federazioni, derivati dalla sua particolare condizione, ma potrebbero essere riconducibili ad una preparazione insufficiente, ad una non buona forma psico-fisica al momento, a torti arbitrali, ecc.  Molto semplicemente, nella classifica del “gradimento” di una certa cultura liberal, politically correct, inclusivista, woke o che dir si voglia (i concetti non sono “ipso facto” intercambiabili) , una donna bianca, occidentale e fino a prova contraria eterosessuale, è la seconda linea del fronte subito dopo l’omologo maschio,  ha quindi un  perso specifico minore rispetto ad un’intersessuale africana. Se, volendo intenderci,  Carini fosse stata nera e Khelif una bianca-statunitense od israeliana, le cose sarebbero cambiate, come sarebbero cambiate se al posto della Di Francisca ci fosse stata una Egonu. 

Ampliando il campo d’indagine, la tragedia di una Giulia Cecchettin ha guadagnato la ribalta perché l’omicida era un italiano autoctono e di buona famiglia, ma, se si fosse trattato di un immigrato, molti indignati avrebbero tenuto un profilo più basso (chi conosce Sofia Castelli?), se non assunto un atteggiamento giustificazionista. La stessa ragione che porta costoro a denunciare il sessismo e la misogina in Italia e in Occidente salvo fare del relativismo assolutorio davanti ai soprusi ed alle negazioni delle libertà fondamentali subiti dalle donne ad altre latitudini (“è la loro cultura”, questo il refrain. Ricordiamo che pure la pedofilia e la Mafia hanno un, poderoso, retroterra culturale).

Siamo in presenza, insomma, di ipocrisie distopiche figlie tanto di un senso di colpa tutto occidentale quanto, paradossalmente,  di un paternalismo razzista, che induce un certo movimento d’opinione a credere che gli occidentali bianchi siano gli unici ed i soli capaci di una riflessione critica sul proprio modo di essere. A questi individui non interessa realmente il benessere delle donne, come non interessa la causa delle iperandrogeniche, ma sarebbero pronti a scaricare  una Khelif, lo si è già detto, di fronte ad un argomento ritenuto più sensibile.

Il fatto che il centro-destra abbia infine preso le parti di Carini contribuisce ad aumentare e radicare la polarizzazione, impedendo ancor più l’elaborazione razionale.

La soluzione? Adesso che transessuali, intersessuali,  iperandrogeniche, transgender, ecc,  sono divenute/i, per fortuna, “rappresentazioni sociali”, sarebbe logico ed opportuno inserirle/i in categorie sportive formalmente definite, così da tutelare i loro diritti e quelli altrui.

Nota: chi dice che Carini si è arresa “solo” dopo 46 secondi o dopo “soltanto” un pugno o ancora dopo “appena” un pugno alla mandibola, non si rende conto dell’assurdità di un simile ragionamento, che denota un’ignoranza totale e pericolosa riguardo la boxe ed il combattimento. Insultare la pugilessa azzurra, darle della “pancina” o della vigliacca, rimanda infine al concetto sopraesposto, ovvero che la donna viene difesa e rispettata a seconda del suo contraltare del momento; eroina, martire e giusta in un caso, per poi tornare ad essere senza carattere, superficiale o poco di buono in un altro.

Appunti di comunicazione – I diritti delle donne, ma solo quando fa comodo: il caso Khelif-Carini ed oltre

Il caso Khelif-Carini riapre la questione, delicatissima, che vede l’esigenza di tutelare, facendoli convivere, i diritti delle atlete “nate donne” e quelli delle colleghe appartenenti alle categorie: transessuale, intersessuale, iperandrogeniche, ecc, ecc.

Al di là della polemica odierna, si ha tuttavia l’impressione che un certo pensiero “inclusivista”, definito da qualcuno “woke” forse cedendo alla semplificazione, sia più attendo ai diritti del secondo gruppo rispetto a quelli del primo. Le donne, “nate donne”, dimenticate, se non addirittura colpevolizzate, anche quando chi fa loro del male o le sfrutta, danneggia o ancora toglie loro la libertà di scelta non è (più) un bianco autoctono, cristiano e occidentale. Una dissonanza stridente ed inaccettabile, che “last but not least” finisce giocoforza col pesare nelle urne.

Se far gareggiare chi ha un evidente vantaggio “strutturale” può essere un’ingiustizia ed un sopruso nel nuoto, nel tennis o nel calcio, nel pugilato diventa un crimine legalizzato.

Capire una sconfitta

Non soltanto il calciatore, ma anche il tifoso di calcio avrebbe bisogno di andare a lezione di etica sportiva da chi pratica una disciplina da combattimento.

Perdere una partita non equivale alla perdita dell’onore, né proprio né della bandiera che si rappresenta. Non significa essere un “pagliaccio”, far parte di una comunità “inferiore”, ridicola o qualunquisterie simili. Abbiamo un avversario davanti a noi, deciso quanto noi a farsi valere. Per questo, dobbiamo tributargli il giusto rispetto.

Una sconfitta può essere l’occasione per una ripartenza, per una rinascita e quindi per nuovi successi (vedi 1966, 1974, 1986 e 2002).

Muhammad Ali è andato al tappeto, gli hanno rotto la mascella, lo hanno mandato all’ospedale. Ma è tornato più forte di prima. Ogni volta.

Da “Il decalogo del pugile”, punto numero 5: “Intelligenza è anche capire quando accettare una sconfitta. Insieme alla spugna avrai gettato le basi per un nuovo incontro”.

Tommy Farr vs Joe Louis

New York, 1937. Il gallese (bianco) Tommy Farr e l’americano (nero) Joe Louis si affrontano per il campionato mondiale dei Pesi Massimi. Ogni volta in cui il bianco Farr riesce a mettere a segno un colpo, la platea esplode in un delirio animalesco che ha come miccia e combustibile il razzismo e il pregiudizio. Al suono di ciascuno dei 15 gong, però, i due pugili si toccano il guantone o si battono una mano sulla spalla, cavallerescamente. La “coloured line” sbiadiva nell’immensità di quel piccolissimo mondo delimitato dalle corde.