Appunti di comunicazione – “Se vuoi, puoi!”: non esattamente


Se da bambino il soggetto X non sarà stato incoraggiato, dalla famiglia o dai caregiver, nei suoi “tentativi di padronanza” (fare da solo), svilupperà bisogno di approvazione, ansia, diminuirà la sua percezione interna di competenza (da qui l’ “evitamento” della prova). Questo porta, in senso più ampio, alla cosiddetta “visione entitaria/statica”*: “ho paura di fallire”, “non sono abbastanza bravo”, “se faccio un grande sforzo e poi fallisco nel compito, dimostrerò di non essere capace, quindi meglio dire che non sono riuscito perché non mi sono nemmeno impegnato, non ho nemmeno provato”, ecc. Ad una valutazione fatta sulla persona, per cui se la prova andrà male, X darà solo la colpa a sé stesso (Dweck) e sarà incentrato sui “obiettivi di prestazione” e non di “padronanza”. Ancora, tutto questo potrà sfociare nella cosiddetta “impotenza appresa”; resa completa, in partenza, talvolta alla base di gravi stati depressivi (Seligman).
La motivazione e le sue dinamiche, è bene ricordarlo, fanno capo anche a fattori di tipo biologico.
Il vulnus negli approcci di molti motivatori, mental coach, ecc, è proprio non tener conto (non conoscere?) del potenziale substrato che può “bloccare” un individuo. Non basta, insomma, dire “devi provarci” o “devi credere in te stesso”, ma bisogna agite sulla cause della crisi intesa come stasi, come paura.
*l’opposto è la visione “incrementale” (obiettivi di padronanza”

Cortocircuiti siriani: quando il piombo scandalizza meno del gas

La costernazione e lo smarrimento provati dinanzi alle stragi consumate dai gas e con in gas in Siria, sono sintomo e spia rivelatrice di una paura, ancestrale ed atavica, nutrita e coltivata dall’essere umano nei confronti della minaccia invisibile ed incontrollabile, sia essa il buio o una calamità naturale o, come nel caso di specie, uno stratagemma bellico. Era il 1915 (Seconda Battaglia di Ypres) quando le armi chimiche fecero la loro prepotente irruzione nella coscienza militare e civile, sconvolgendo ed alterando, oltre all’apparato cardiorespiratorio dei malcapitati in grigioverde, anche le leve e gli strati più profondi della psiche umana, impreparata all’ineguale tenzone con una Parca infingarda brandente invisibili ed indecodificabili  cesoie. Ma c’è di più: non è solo l’arma non convenzionale a seminare morte e devastazione, ma anche e molto spesso  in misura maggiore il piombo e la bomba, cui però siamo stati abituati ed assuefatti da decenni di esposizione cinematografica e televisiva che con le sue cataste di cadaveri smembrati e presentati in ogni variante e variabile ha permesso all’orrore di penetrare nella nostra intelaiatura culturale, impregnandola ed alterandola in modo irreversibile, storcendola verso l’apatia civile. L’abominio è stato quindi riposto  nei cassetti mentali del consueto ed abbiamo avuto bisogno di un pungolo che facesse vibrare le corde del nostro inconscio più belluino per ridestarci dal torpore di bianchi agiati della middle class ed esclamare, ipocritamente: “poverini!”. Ma quanto durerà?

 

Sognavamo un’altra vita. I bimbi de L’Aquila

Un amico, candidato sindaco per Massa, ha realizzato un collage di foto, piccole foto dei suoi amici e collaboratori da bambini, con su scritto: “SOGNAVANO UN’ALTRA CITTA'”. Non voglio entrare nel merito della sua campagna elettorale e del suo lavoro, tantomeno fargli uno “spot” (politicamente siamo molto distanti e lui lo sa), ma ammetto che quest’idea, questo manifesto, sono riusciti a farmi un certo “effetto”. In quei bambini, ho rivisto i bambini di un’altra città, qualche centinaio di chilometri più a sud, e in quella domanda, ho sentito anche la loro domanda, con un’aggiunta: SOGNAVAMO UN’ALTRA VITA. Un’altra vita, senza dubbio. Una vita innanzitutto più lunga. Invece, la cupidigia criminale di pochi e l’incompetenza di tanti, hanno devastato sia la comunità di mattoni che quella di anime, soffocando la seconda sotto la polvere esausta della prima.