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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Il virus e la competenza “intermittente”

virus zangrilloSi può notare come una parte del movimento d’opinione più “prudente” rispetto all’emergenza Covid tenda ad attribuire credibilità alla formazione ed alla competenza in modo incostante, a seconda del momento e della posizione espressa dal soggetto.

Se ad esempio un medico o uno scienziato con un buon cv, ma che tuttavia non sia un virologo, invita alla cautela, la sua preparazione è citata quale garanzia, mentre se a parlare è uno Zangrllo, docente e primario, allora diventa “solo” un anestesista (nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore è il “medico di Berlusconi”), dunque bollato come non competente in materia. Ma anche i titoli di un Bassetti, pure infettivologo, sembrano non avere valore rispetto a quelli di uno statistico o di un biologo, mentre si arriva persino a sminuire, con teorie del complotto degne di un Marcianò, la storia di chi ha vinto un Premio Nobel per la Medicina. Cosa ancor più singolare, luminari del calibro di un Silvestri o di un Clementi, che oggi sposano una linea più “ottimistica”, vengono subdolamente ignorati, per l’ovvia difficoltà di colpire tanto in “alto”.

Un atteggiamento ai limiti del fanatismo ideologico, che stride con l’etica di chi fa della ratio e della competenza certificata un feticcio e una “conditio sine qua non”, di chi esalta il “principio di autorità”. Un criterio selettivo, che poi è una vera e propria fallacia logica e un calderone di bias cognitivi, improbabile ma soprattutto dannoso per l’immagine della scienza sul medio-lungo periodo.

La versione dell’infermiere: un’incognita ai tempi del Covid?

infermieriTempo fa avevamo paragonato la condizione attuale degli scienziati (virologi, epidemiologi, immunologi, pneumologi, ecc) a quella dei magistrati degli anni ’90; entrambe le categorie impegnate direttamente e come nessun’altra in una fase di emergenza e per questo idealizzate dalla gente “comune” sull’onda dell’emotività, con riflessi significativi e destabilizzanti sul loro Ego. Un paragone non irrazionale, come sembra dimostrare il recente ingresso in politica di un noto epidemiologo, proprio come fecero molti giudici allora.

Il fenomeno è tuttavia rintracciabile, e forse ancora di più, nella comunità degli infermieri, che con le toghe di quella stagione può anche condividere la mitologia del martirologio.

Selfie con le mascherine, selfie in ospedale, selfie tra i macchinari, selfie con i volti stanchi, selfie con i camici bagnati dal sudore, appelli genuini o insinceri, l’infermiere trova nel Covid, al di là dei meriti sul campo che gli vanno senza dubbio riconosciuti, una vetrina importante, che in parte lo sottrae, finalmente, al cono d’ombra del medico. Un’occasione per alcuni di loro irripetibile ma che determina, in qualche caso, un’esasperazione dei toni, un sostegno alla comunicazione ansiogena per sentirsi ancora e sempre protagonisti, per non lasciarsi sfuggire un momento di “celebrità” a lungo atteso, per non tornare persone “qualsiasi”, cosa inevitabile se l’emergenza finisse.

Frugali vs ambiziosi: il paradigma di un’Europa che rischia di implodere

recovery fundNello scontro che sta avvenendo in questi giorni in Europa, l’economia e lo stesso Recovery Fund sono solo alcuni aspetti, e forse secondari, di una questione molto più vasta e complessa.

A confrontarsi sono infatti due mondi totalmente diversi, ovvero il Nord protestante e l’Europa mediterranea, cattolica e debitrice della cultura classica (ovviamente con qualche semplificazione). Realtà distanti non solo nella visione dell’economia e dello Stato, ma anche in quella del cittadino e dell’uomo, dei valori fondativi di una società.

Sbaglia chi ritene migliore il modello “frugale”, basato anche sul principio luterano e calvinista della “responsabilità personale”, come sbaglia chi ritiene migliore un modello più attento all’assistenza e al pubblico. Questo, appunto, perché si tratta di approcci soggettivi, elaborati in e per contesti unici (pure sotto il profilo geografico e climatico) e separati da millenni di vicende incomparabili.

Il principale ostacolo alla sopravvivenza del “sogno” europeo sta tutto qui; se cioè è spesso impossibile conciliare differenze e divergenze importanti in un singolo paese, pensare di farlo con un intero continente appare davvero complicato e logorante.

Difficile da capire, per concludere e al netto di ogni altra considerazione, chi invece “tifa” per il fallimento italiano nelle trattative, e questo solo per spirito anti-governativo. Non siamo allo stadio, è vero, ma c’è in gioco il nostro futuro.

Fino a quando, Catilina, diffonderai fake news e ci parlerai di Boris Johnson? Il Covid e gli scenari della (mala)comunicazione.

manipolazione6Uno dei maggiori esperti di comunicazione politica italiani suggerisce agli aspiranti spin doctor di usare i mezzi pubblici, in modo da conoscere e capire il paese “reale” al di là delle distorsioni mediatiche. Un consiglio che può sembrare ingenuo, dato il carattere soggettivo dell’esperienza personale, ma che ha una sua validità.

Analizzando in rete i commenti e le reazioni sotto gli articoli di taglio più “allarmistico” riguardanti il Covid, potremo infatti vedere un cambio radicale negli umori degli utenti, rispetto alle prime fasi dell’ “emergenza”. Se cioè a marzo-aprile tutti o quasi si mostravano appiattiti sul “mainstream” governativo e mediatico, oggi tendono ad emergere lo scontento, il cinismo, la critica, la sfiducia verso le istituzioni e la comunità medico-scientifica.

A questo punto le domande da farsi sono: quanto ancora, se i numeri continueranno ad essere quelli attuali (poche decine di ricoverati su un Paese di circa 61 milioni di residenti), chi, per un motivo o l’altro, ha interesse a tenere alta la soglia dell’ansia e dell paura, potrà proseguire su questa linea? Quanto ancora sarà possibile allungare il brodo, a colpi di notizie false o alterate (ormai è difficile tenerne il conto) o con gli sfoghi di questo o quell’infermiere senza nome? Quanto ancora darà risultati lo spauracchio del singolo positivo o del singolo, piccolo, focolaio? Quanto ancora si mostrerà efficace brandire come feticcio “negativo” un Bolsonaro, un Trump oppure un Boris Johnson? Quanto ancora varranno gli esempi, spesso fuorvianti, di paesi a noi agli antipodi?

Né, d’altro canto, è pensabile porre come condizione per il ritorno alla normalità il traguardo del “rischio zero”, obiettivo irrealizzabile in ogni aspetto della nostra vita, anche per quel che concerne fattori di rischio ben più insidiosi e urgenti.

Ancora, insomma, ci sono in gioco non solo il benessere del popolo, ma pure il futuro e la credibilità della comunità scientifica e della classe politica, pericolosamente esposte ad un effetto boomerang quando l’emergenza sarà conclusa (la “legge del pendolo” della storiografia, di matrice platoniana).

Se l’uomo della strada diventa un ultras: i fanatismi ai tempi del Covid

rabbiaCapita spesso, a chi manifesti una linea critica verso una certa narrazione ansiogena, se non proprio alterata, del Covid, e verso le misure prese dal governo, di sentirsi accusare di negazionismo, egoismo, leghismo (non è un’offesa “ipso facto”), populismo, trumpismo (!) e persino di anti-patriottismo (quest’ultimo è un aspetto oltremodo inquietante, essendo un cliché usato dai regimi illiberali).

 

Si tratta, nello specifico, di una tecnica comunicativa e propagandistica conosciuta come “proiezione/analogia” (o, con qualche differenza, “attacca il messaggero”): spostiamo il focus del discorso da noi e dalle nostre tesi al nostro “avversario”, associandolo ad un’immagine per lui negativa e respingente e costringendo così alla difesa. Non di rado è un escamotage che viene in soccorso quando la nostra capacità argomentativa entra in crisi.

 

Se un simile atteggiamento può rientrare nella logica, pur discutibile, di chi fa informazione (la necessità di monetizzare e/o di sostenere la linea politica del proprio editore), del politico (legittimare le scelte della propria fazione) o persino dello scienziato (promuovere sé stesso e le proprie tesi) appare assolutamente irrazionale nell’ “uomo comune”.

 

Perché, in buon sostanza, il semplice cittadino dovrebbe trasformarsi in un ultras con la bava alla bocca, pronto a “sbranare” chi ha davanti, parlando di Covid? Al di là degli immancabili condizionamenti di bandiera, va detto che circostanze delicate come questa, con un enorme carico di stress emotivo, favoriscono la polarizzazione, elemento che interviene a complicare le cose e a rendere le soluzioni ancor meno agevoli.

Stato d’assedio?

stato emergenzaA lasciare perplessi, nella decisione di prorogare lo stato di emergenza, sono in prima analisi le motivazioni addotte dal presidente del Consiglio. Con il virus ormai in ritirata dal nostro Paese, come aveva annunciato qualche tecnico snobbato forse con troppa superficialità, si vuole cioè mantenere un dispositivo (ormai messo da parte in quasi tutta Europa) che consente di limitare le libertà personali senza renderne conto altri poteri dello Stato e solo per il timore di nuove ondate. Per ciò che potrebbe essere ma magari non sarà, insomma. Una sorta di “guerra preventiva”, che sembra riecheggiare i fasti non troppo fausti del quartetto Bush, Rice, Powell e Rumsfeld. Ma lascia perplessi anche la mancanza, ad oggi, di altre significative misure per contrastare un’ipotetica seconda ondata, come il rafforzamento delle strutture medico-sanitarie ed una legge-quadro che distribuisca i poteri di intervento alle autorità locali, cosa che ha suggerito il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli.

A questo punto non sembrano irrazionali alcuni interrogativi, anche volendo considerare la non solidissima tradizione democratica della prima forza di governo (perlomeno vedendo la sua gestione interna) e il suo legame con una s.r.l. attiva nella comunicazione e nella propaganda: quale uso verrà fatto dello stato di emergenza se dovessimo avere un “autunno caldo” come ipotizzato da Lamorgese? Quanto c’è di politico e quanto di tecnico-scientifico nella decisione di prorogare lo stato di emergenza? Cosa accadrà se il governo dovesse temere concretamente di perdere alle regionali di settembre?

Voltaire diceva che il pericolo più grande, per chi governa, è avere troppo consenso, perché può spingerlo a decisioni sbagliate prese sull’onda del momento; oltre a quello dei suoi elettori e simpatizzanti, il Conte bis può fare affidamento sulla paura dei cittadini che votano altrove, mantenuta alta da quotidiane iniezioni mediatiche di allarmismo e catastrofismo. Quale uso ne farà? Lasciarsi prendere la mano potrebbe ritorcerglisi contro, presto o tardi, e potrebbe arrecare danni incalcolabili e irreversibili al Paese.

Hasta Conte siempre: quello strano paradosso della sinistra

conte comunistiDopo aver per anni contestato, e qualche volta sabotato, leader e governi progressisti considerati non abbastanza “ortodossi”, una parte della cosiddetta “sinistra-sinistra” sembra oggi acriticamente appiattita sul Conte bis. Un governo che ha l’appoggio dei renziani (benché su questo punto si tenda a sorvolare), guidato da un uomo che non proviene dalla sinistra, che non proviene dal mondo della politica e che, soprattutto, nella sua prima esperienza a Palazzo Chigi presiedeva un esecutivo retto dalla Lega di Salvini, dai sovranisti del MNS e, come oggi, dal M5S.

Un paradosso determinato forse dall’eccezionalità del momento (la sinistra ha uno spiccato senso del collettivo e/o potrebbe aver individuato nell’emergenza un’opportunità per ridimensionare il capitalismo occidentale), ma in ogni caso di non facile comprensione e soluzione.

La sinistra, Bolsonaro e la complessità del caso brasiliano (non solo ai tempi del Covid)

bolsonaro coronavirusSecondo gli ultimi dati disponibili, il Brasile ha avuto in un anno (il 2017) oltre 63 mila omicidi e 83 mila scomparsi. Pressappoco le vittime civili italiane della II Guerra Mondiale. Un Paese in cui si uccide più che in Siria e in Iraq, che ha ben 17 città tra le 50 più violente al mondo. Fenomeni collegati alle difficilissime condizioni socio-economiche dello Stato carioca, dove milioni di poveri, quasi sempre neri o meticci, vivono ammassati in metropoli di fango e cartone, mentre il 5% più facoltoso detiene la stessa ricchezza del restante 95%. Il tutto aggravato da una corruzione endemica e tentacolare, diffusa in ogni ambito e settore.

Ammesso e non concesso sia possibile attuare un lockdown “all’Italiana” in questo gigante di 8 514 877 km² per 210 milioni di abitanti, non è da escludere che ciò arrecherebbe, sul medio-lungo periodo, danni ben peggiori di quelli del Covid-19 (ad oggi oltre 1 milione di brasiliani è tra l’altro già affetto dalla Dengue e da altre malattie tropicali). Il Brasile non è l’Italia, non ha un sistema welfare evoluto, non è una democrazia solida, non ha un’economia da Primo Mondo bensì in via di sviluppo, non ha alle spalle strutture come la UE, l’Eurozona o la NATO, ma ha, lo abbiamo visto, delle problematiche e delle incognite inimmaginabili per l’osservatore occidentale bianco-medio. Cercare di salvare una parte minima di una parte della popolazione, per di più il suo segmento meno produttivo (gli anziani), potrebbe quindi essere una strategia non pragmatica ma dannosa per la maggioranza, capace di determinare una situazione incontrollabile.

Si può discutere sulle misure adottate, in accordo con i tecnici brasiliani, da Bolsonaro, ma liquidarle come le boutade di un folle o invocare filmini e saette su di lui, è un approccio puerile e poco intelligente, che resta adagiato sulla crosta. E forse la stessa cosa vale per gli USA. Sarà il tempo, al netto delle differenze tra i vari scenari e contesti, a decretare quale tra le opzioni sia la più efficace, ma la sinistra, italiana come brasiliana, dovrebbe in ogni caso cercare di fare maggiore autocritica, lasciando da parte le teorie del complotto sul declino di Lula e cercando di non ripetere errori, gravissimi, come quelli degli ultimi anni. L’elezione di Bolsonaro è stata infatti anche la reazione all’inefficienza ed alla corruzione dei suoi avversari, a tutti i livelli.

 

Approfondimento

Lula il perseguitato, Bolsonaro il cattivo e quelle semplificazioni che non aiutano a capire

« Le ribellioni del giugno 2013 sono stati i primi segnali che la situazione si stava scaldando rapidamente. In un momento particolare dello scenario globale, segnato da rivolte in diversi Paesi, esse mostrarono le singolarità e particolarità della realtà brasiliana, come l’enorme scontento di fronte alla corruzione e alle spese pubbliche necessarie per la realizzazione dei Campionati mondiali di calcio del 2014. Anche se il governo del PT* li ha celebrati come una “grande manifestazione” realizzata da governo Lula , la popolazione impoverita si è ribellata contro le enormi spese causate dalla FIFA, in un momento di assenza di risorse pubbliche, in particolare per la sanità e l’istruzione. Va sottolineato che le manifestazioni di piazza sono avvenute nello stesso momento in cui cominciava a intensificarsi il flusso di informazioni sula corruzione dei governo del PT, che avevano già subito un enorme sconquassamento nel 2005, con la cosiddetta “crisi del Mensalão”**, che aveva quasi portato alla deposizione di Lula alla fine del suo primo governo. […] Il Partito dei lavoratori, che nacque facendo una forte critica alla corruzione, ha finito per essere parte attiva di questo nefasto progetto »

Queste parole non sono di un convinto reazionario di destra, ma del Prof. Ricardo Luiz Coltro Antunes, intellettuale marxista brasiliano e ordinario di Sociologia all’Università di Campinas e Visiting Professor alla Ca’ Foscari di Venezia.

Distintisi per il loro eroismo nella lotta al regime dei “gorillas” (1964 – 1985 ), i comunisti brasiliani, o almeno un loro segmento importante, hanno finito negli anni con l’adeguarsi alle dinamiche corruttive tipiche del Paese, e più in generale della società e della politica sudamericane. Un elemento che ha contribuito in modo decisivo al deterioramento del grande consenso di cui le sinistre carioca godevano almeno fino al 2014 (rielezione di Dilma Rousseff), alzando la palla alla propaganda anti-sistemica e neo-populista di Bolsonaro.

E’ quindi facile comprendere che il voler liquidare l’arresto di Lula come una manovra politica e la vittoria di Bolsnaro come un caso di delirio collettivo sia una lettura abbastanza miope e superficiale, polarizzata e perciò adagiata sulla crosta.

* Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores)

**mensalão, “mensile”, ovvero una tangente mensile di circa 12 mila dollari che numerosi deputati percepivano per appoggiare il governo Lula e votare i suoi provvedimenti. Addirittura, alcuni deputati un tempo guerriglieri furono sorpresi con le mazzette nelle mutante. Un altro scandalo che coinvolse Lula, la sua delfina Rousseff e il PT, fu l’Operazione “Lava Jato” (“Autolavaggio”), un enorme giro di tangenti elargite dalla Petrobras (Petroleiro Brasileiro SA, società petrolifera brasiliana) a politici, partiti e amministratori pubblici.

Selvaggia Lucarelli, la legge del taglione e quella del contrappasso

lucarelli, leon, salviniNella querelle Pappalardo (Leon)-Salvini, ciò che lascia perplessi è il fatto che il 15enne sia stato fermato e identificato dalle forze dell’ordine solo per aver espresso un’opinione in maniera non offensiva.

Quanto alla “gogna” di cui il ragazzo sarebbe vittima (non è dato sapere se la cosa abbia avuto o meno il placet del leader leghista) è bene ricordare a Selvaggia Lucarelli e ai suoi ammiratori come lei, da anni, si improvvisi giustiziera e vendicatrice sommaria, lanciando “shitstorm” contro chi, secondo il suo personalissimo giudizio, si sia reso colpevole di comportamenti offensivi o di prepotenze. Una forma di bullismo in piena regola (che a qualcuno è costata il lavoro), una legge del taglione 2.0 ancor più pericolosa se incoraggiata e sostenuta da persone dotate di grande visibilità.

AL FOCOLAIO! La strategia delle parole…e della paura

focolaioLa notizia che il virus si stia manifestando ormai quasi esclusivamente in singoli focolai, circoscrivibili con facilità e con pochissimi positivi, dovrebbe essere accolta in modo favorevole, ma non è così.

Perché?

La risposta andrà cercata nella parola stessa: FOCOLAIO.

Si tratta di un “frame” di grande potenza, in quanto va ad inserirsi in un “inconscio cognitivo” , in un “senso comune” già consolidati che rimandando, appunto, alle epidemie e alle pandemie.

Ma non solo.

Anche la sua stessa etimologia ha un enorme potenziale evocativo e immaginifico, richiamando il fuoco, l’incendio, le fiamme (“focularium”, der. di focus “fuoco”).

In una fase che vedeva e vede il Covid in ritirata dall’Italia, si è quindi venuta a creare un’occasione salvifica per quegli Attori (i media in testa ma non solo) che hanno interesse a mantenere alta la soglia della tensione.