La sinistra, Bolsonaro e la complessità del caso brasiliano (non solo ai tempi del Covid)

bolsonaro coronavirusSecondo gli ultimi dati disponibili, il Brasile ha avuto in un anno (il 2017) oltre 63 mila omicidi e 83 mila scomparsi. Pressappoco le vittime civili italiane della II Guerra Mondiale. Un Paese in cui si uccide più che in Siria e in Iraq, che ha ben 17 città tra le 50 più violente al mondo. Fenomeni collegati alle difficilissime condizioni socio-economiche dello Stato carioca, dove milioni di poveri, quasi sempre neri o meticci, vivono ammassati in metropoli di fango e cartone, mentre il 5% più facoltoso detiene la stessa ricchezza del restante 95%. Il tutto aggravato da una corruzione endemica e tentacolare, diffusa in ogni ambito e settore.

Ammesso e non concesso sia possibile attuare un lockdown “all’Italiana” in questo gigante di 8 514 877 km² per 210 milioni di abitanti, non è da escludere che ciò arrecherebbe, sul medio-lungo periodo, danni ben peggiori di quelli del Covid-19 (ad oggi oltre 1 milione di brasiliani è tra l’altro già affetto dalla Dengue e da altre malattie tropicali). Il Brasile non è l’Italia, non ha un sistema welfare evoluto, non è una democrazia solida, non ha un’economia da Primo Mondo bensì in via di sviluppo, non ha alle spalle strutture come la UE, l’Eurozona o la NATO, ma ha, lo abbiamo visto, delle problematiche e delle incognite inimmaginabili per l’osservatore occidentale bianco-medio. Cercare di salvare una parte minima di una parte della popolazione, per di più il suo segmento meno produttivo (gli anziani), potrebbe quindi essere una strategia non pragmatica ma dannosa per la maggioranza, capace di determinare una situazione incontrollabile.

Si può discutere sulle misure adottate, in accordo con i tecnici brasiliani, da Bolsonaro, ma liquidarle come le boutade di un folle o invocare filmini e saette su di lui, è un approccio puerile e poco intelligente, che resta adagiato sulla crosta. E forse la stessa cosa vale per gli USA. Sarà il tempo, al netto delle differenze tra i vari scenari e contesti, a decretare quale tra le opzioni sia la più efficace, ma la sinistra, italiana come brasiliana, dovrebbe in ogni caso cercare di fare maggiore autocritica, lasciando da parte le teorie del complotto sul declino di Lula e cercando di non ripetere errori, gravissimi, come quelli degli ultimi anni. L’elezione di Bolsonaro è stata infatti anche la reazione all’inefficienza ed alla corruzione dei suoi avversari, a tutti i livelli.

 

Approfondimento

Lula il perseguitato, Bolsonaro il cattivo e quelle semplificazioni che non aiutano a capire

« Le ribellioni del giugno 2013 sono stati i primi segnali che la situazione si stava scaldando rapidamente. In un momento particolare dello scenario globale, segnato da rivolte in diversi Paesi, esse mostrarono le singolarità e particolarità della realtà brasiliana, come l’enorme scontento di fronte alla corruzione e alle spese pubbliche necessarie per la realizzazione dei Campionati mondiali di calcio del 2014. Anche se il governo del PT* li ha celebrati come una “grande manifestazione” realizzata da governo Lula , la popolazione impoverita si è ribellata contro le enormi spese causate dalla FIFA, in un momento di assenza di risorse pubbliche, in particolare per la sanità e l’istruzione. Va sottolineato che le manifestazioni di piazza sono avvenute nello stesso momento in cui cominciava a intensificarsi il flusso di informazioni sula corruzione dei governo del PT, che avevano già subito un enorme sconquassamento nel 2005, con la cosiddetta “crisi del Mensalão”**, che aveva quasi portato alla deposizione di Lula alla fine del suo primo governo. […] Il Partito dei lavoratori, che nacque facendo una forte critica alla corruzione, ha finito per essere parte attiva di questo nefasto progetto »

Queste parole non sono di un convinto reazionario di destra, ma del Prof. Ricardo Luiz Coltro Antunes, intellettuale marxista brasiliano e ordinario di Sociologia all’Università di Campinas e Visiting Professor alla Ca’ Foscari di Venezia.

Distintisi per il loro eroismo nella lotta al regime dei “gorillas” (1964 – 1985 ), i comunisti brasiliani, o almeno un loro segmento importante, hanno finito negli anni con l’adeguarsi alle dinamiche corruttive tipiche del Paese, e più in generale della società e della politica sudamericane. Un elemento che ha contribuito in modo decisivo al deterioramento del grande consenso di cui le sinistre carioca godevano almeno fino al 2014 (rielezione di Dilma Rousseff), alzando la palla alla propaganda anti-sistemica e neo-populista di Bolsonaro.

E’ quindi facile comprendere che il voler liquidare l’arresto di Lula come una manovra politica e la vittoria di Bolsnaro come un caso di delirio collettivo sia una lettura abbastanza miope e superficiale, polarizzata e perciò adagiata sulla crosta.

* Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores)

**mensalão, “mensile”, ovvero una tangente mensile di circa 12 mila dollari che numerosi deputati percepivano per appoggiare il governo Lula e votare i suoi provvedimenti. Addirittura, alcuni deputati un tempo guerriglieri furono sorpresi con le mazzette nelle mutante. Un altro scandalo che coinvolse Lula, la sua delfina Rousseff e il PT, fu l’Operazione “Lava Jato” (“Autolavaggio”), un enorme giro di tangenti elargite dalla Petrobras (Petroleiro Brasileiro SA, società petrolifera brasiliana) a politici, partiti e amministratori pubblici.

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