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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Saman e l’inferiorità del male

Esistono culture inferiori. Questa affermazione non andrà intesa come razzista, xenofoba o estrema, ma come una logica e lucida constatazione.

Inferiori nel senso che si distinguono per un inferiore livello di empatia verso l’Altro, per un inferiore livello di accettazione dell’Altro, per un’inferiore coscienza democratica e civile più in generale.

Negarlo o relativizzarlo, magari per effetto del tipicamente occidentale senso di colpa nei confronti di certi popoli o per qualche velleitaria interpretazione ideologica e politica della società, significherebbe negare la realtà e rimandare, se non impedire, l’emancipazione e la stessa inclusione delle comunità meno mature ed evolute nella sfera dei diritti civili e umani

Significherebbe condannare altre Samam Abbas, per sempre.

Maledetti baristi?

Se è vero che molti esercenti sottopagano i loro dipendenti e pretendono troppo da loro, è altrettanto vero che si dovranno evitare ingiuste e pericolose generalizzazioni, specialmente in una fase storica delicata come quella attuale.

Ecco perché non vorremmo che certi sfoghi dell’ultima ora verso questo o quel ristoratore o verso questo o quel barista “sfruttatori” avessero in realtà lo scopo di delegittimare categorie che più di altre hanno fatto sentire la loro voce contro le restrizioni governative (discusse, discutibili e talvolta inutili se non dannose) e contro lo stesso esecutivo.

Di continuare a delegittimare, per meglio dire, se si considerano le offese e gli attacchi di questi mesi a negozianti e piccoli imprenditori, accusati di irresponsabilismo, sovversivismo, egoismo, evasione fiscale, e addirittura fascismo (!), per le loro critiche alla gestione pandemica dei governi Conte II e Draghi.

Complottismi e dintorni, tra ingenuità e strategia (altrui)

Secondo alcuni analisti, certe teorie del complotto, oggettivamente oltre il limite del ridicolo, sarebbero create e diffuse ad arte per delegittimare il pensiero critico, favorendone l’ associazione con cliché grotteschi e respingenti (tecnica della “proiezione” o “analogia”).

Un’ipotesi non irrazionale, come non è irrazionale pensare che anche molti e famosi “sfondoni” grammaticali e linguistici, attribuiti spesso agli utenti che rientrano nel movimento d’opinione vicino ad una certa destra (cosiddetta “populista” e sovranista”*) o scettico verso la narrativa scientifica “mainstream”, siano in realtà costruiti e resi virali con malizia e intenzione dai loro “avversari”.

Ipotesi non irrazionale, si è detto, anche perché si tratterebbe, come ben sappiamo, di qualcosa già visto, nel web e prima del web

*concetti, è bene ricordarlo, di per sé non negativi

Patrick Zaki e il dovere di essere “impopolari”

Patrick Zaki non è Giulio Regeni ma un cittadino egiziano residente in Egitto, che in Italia frequentava semplicemente un master universitario da pochi mesi. Se il nostro Paese vorrà continuare ad aiutarlo e difenderlo farà senza dubbio un’opera meritoria, ma in ogni caso nessuno può pretendere che l’Italia si faccia carico del problema (di vicende come la sua ne esistono purtroppo a milioni in tutto il mondo), magari andando contro l’interesse nazionale, né potrà rimproverala se non dovesse fare “abbastanza”.

Tantomeno si può pretendere che Roma conceda la cittadinanza allo studente, considerando l’iter, difficile e lungo, che molti “anonimi” immigrati o figli di immigrati devono seguire, e spesso senza successo, per ottenere lo status di cittadini italiani.

Le mafie, i pentiti e i pericoli dell’ingenua indignazione

E’ bene ricordare che l’abolizione della legge sul “pentitismo” è sempre stato uno degli obiettivi principali delle mafie.

Per riuscire a farla abolire, è bene ricordare anche questo, le mafie hanno sempre usato politici e opinionisti collusi, che avevano (ed hanno) il compito di far leva sull’indignazione popolare per gli sconti di pena e i benefici ai collaboratori di giustizia.

Menomare o cancellare quella legge (voluta anche da Falcone) sarebbe dunque un regalo clamoroso ai boss, un bene ed un vantaggio solo e soltanto per loro.

Facciamo attenzione.

Quelle “bombe” dal volo Ryanair

Persone borderline e pittoresche come la donna del volo Ryanair Ibiza-Bergamo sono degli “utili idioti”, funzionali alla narrazione “mainstream” che li mostra (e spesso li cerca) per delegittimare il pensiero critico, diverso, contrario. L’opposizione.

Anche argomenti più che razionali, nel caso di specie l’utilità delle mascherine o il loro obbligo in certe situazioni, vengono quindi banalizzati, screditati e sminuiti come fossero stupidaggini, cose grottesche e sui generis come grottesco e sui generis è stato il modo di porsi di quella passeggera o della “signora Coviddi”, altra “utile idiota” resa per questo popolare.

La tecnica dell’ “argumentum ad hominem”, che si va a saldare a quella della “falsa dicotomia” (e a molte altre); dobbiamo pensarla come X, altrimenti non potremmo che pensarla come Y, che è uno stupido, un ignorante, un irresponsabile. Un negazionista.

2 Giugno: e se avesse vinto la monarchia?

Immaginare cosa sarebbe accaduto se il 2 giugno 1946 avesse vinto la monarchia (al di là delle polemiche sui brogli, veri o presunti) è uno degli esercizi ucronici più affascinanti e allo stesso tempo più difficili e delicati.

Se è razionale pensare che gli Alleati, ancora presenti militarmente sul territorio italiano, e lo stesso Stalin avrebbero scoraggiato o stroncato sul nascere ogni azione rivoluzionaria delle sinistre massimaliste o un’invasione del modesto esercito titino, lo status della Corona quale garante del ristabilito ordine democratico e della tradizione avrebbe forse fatto venir meno la funzione della DC e dei suoi alleati di unici baluardi contro il comunismo. Sarebbe allora stato possibile un nuovo coinvolgimento dei socialisti e dei comunisti nel governo nazionale (auspicato dallo stesso Umberto II anche per giungere ad una piena pacificazione del Paese) e sarebbe stata possibile l’alternanza, con l’altro risultato di una progressiva e più rapida moderatizzazione delle due forze. L’Italia avrebbe così avuto un assetto bipolare stabile, come il resto del mondo occidentale avanzato.

Il ruolo, come si è detto, della Corona quale garante della tradizione e simbolo dei processi risorgimentali e unitari, avrebbe poi continuato a fare da collante, arginando o frenando certe derive anti-nazionali e anti-unitarie e rafforzando la coscienza nazionale.

Lo scenario descritto, in un certo senso di tipo “spagnolo”, non può tuttavia valutare e immaginare il peso che i trascorsi della monarchia con il Fascismo e Mussolini avrebbero potuto avere sul breve come sul medio-lungo periodo e, in via secondaria, l’effettiva capacità di un Vittorio Emanuele IV come regnante e capo di Stato. Due incognite importantissime, capaci di stravolgere e destabilizzare ogni previsione ed ogni assetto acquisito.

Il socialismo “evangelico”: una lezione di strategia e di “umiltà” per la sinistra (e per la scienza “di sinistra”)

Figura di cui oggi si è forse persa la memoria, Camillo Prampolini fu uno dei massimi esponenti di quel socialismo “evangelico” (di tendenza riformista) che oltre a ispirarsi al Cristianesimo delle origini per il suo carattere egualitario, anti-sistemico e rivoluzionario si distingueva per un approccio propagandistico e comunicativo diverso dal modello razionalistico tipico del socialismo fino a quel momento.

Attingendo anche alla cultura risorgimentale, del repubblicanesimo mazziniano e dal pensiero di scrittori d’area come Edmondo De Amicis, il socialismo “evangelico” faceva uso di un linguaggio semplice, diretto, e basato su esempi ripresi dalla vita di tutti i giorni e costruiti sul “framing”, così da raggiungere meglio l’uomo “comune”.

Quello che però è ancor più importante e indicativo, deplorava «l’ateismo irridente e l’empietà gratuita che contraddistingueva altri filoni e momenti della propaganda del movimento socialisa e anarchico, sottolineandone il carattere contropoducente e di boomerang rispetto alla causa. Si trattava di un’analisi di impronta realista, che coglieva un dato di fatto ed evidenziava un’intelligenza strategica rispetto ai processi di formazione del consenso (per meglio dire di “indottrinamento”) posseduta da questa frazione del PSI. Non proclamandosi apertamente anti-religioso, il socialismo evangelico voleva presentasi ai ceti popolari quale custode dei valori profondi del verbo antisigorile e pauperista del Figlio di Dio messo a morte dal potere politico ed economico dell’epoca, dei cui diretti eredi – gli sfruttatori delle masse – l’istituzione ecclesiastica era presentata come l’alleato; di qui treva origine la figura del Gesù socialista e rivoluzionaro, icona ricorrente negli articoli e, in maniera particolare, nei discorsi della minoranza riformita. L’evangelismo prampoliano diventerà, traghettando con sé anche ulteriori temi e motivi del caotico ma assai vivace calderone del socialismo popolare e letterario premarxista, uno dei fondamenti della propaganda e della stampa – ovvero della comunicazione politica – del Partito Socialista» (Panarari)

Con le sue intuizioni e i suoi indubbi risultati, il socialismo “evangelico” è un esempio attuale per ampi settori della sinistra, del riformismo e del progressismo (in questa fase storica anche per una certa scienza “di sinistra”) che sembrano aver imboccato una svolta elitaria, nella sostanza-politica come nella forma-comunicativa, non solo allontanandosi dalle comunità e dal paese “reale” ma addirittura segnalandosi per una vera e propria ostilità classista tanto sprezzante e aggressiva quanto insensata e controproducente.

Funivia: perché non è colpa del capitalismo

I tre arrestati per la tragedia della funivia non sono speculatori di borsa, capitani d’industria o stregoni della finanza deviata, ma un modesto imprenditore* e due suoi dipendenti che hanno cercato il sistema più irresponsabile e stupido per evitare un’ulteriore chiusura, dopo quelle imposte (per altri motivi) negli ultimi mesi.

Attaccare, come si sta facendo da più parti, il capitalismo e il “profitto” (concetto di per sé vago e usato spesso in modo ambiguo) per quanto successo a Stresa-Mottarone, è quindi una semplificazione, una forzatura ideologica.

Il più grande disastro in tempo di pace a memoria d’uomo, quello di Černobyl’, avvenne d’altro canto in un Paese socialista, non in un Paese capitalista, e fu determinato anche da meccanismi peculiari del sistema sovietico (in piena Guerra Fredda, il test che causò l’incidente serviva a verificare la capacità della centrale in caso di emergenza, come ad esempio una guerra con gli USA).

Il capitalismo può, insomma, causare dei problemi, ma non tutti i problemi sono causati dal capitalismo.

*l’impianto è della Regione (o del Comune di Stresa, non è chiaro) ma dato in gestione alla famiglia di Luigi Nerini dagli anni ’50

George Floyd, simbolo sbagliato di una causa giusta

La vicenda di George Floyd è un simbolo della violenza e della degenerazione delle forze dell’ordine (di una loro parte), negli Stati Uniti e non solo.

La vicenda di George Floyd è forse anche un simbolo del razzismo delle forze dell’ordine (di una loro parte), negli Stati Uniti e non solo. Forse, perché quel giorno, insieme a Chauvin, c’erano anche agenti non-bianchi e perché Chauvin era noto per aver usato violenza anche ai danni di cittadini bianchi.

Ma George Floyd non è e non può diventare il simbolo della lotta per l’emancipazione dei neri. Perché non è morto per quello e perché non è mai stato impegnato in quello. Metterlo nel pantheon con Rosa Parks, Muhammad Ali, Jackie Robinson o Martin Luther King sarebbe dunque sbagliato e improprio e farebbe un torto a lui come a chi ha combattuto, davvero, per i diritti della comunità afro-americana.

Meno che mai, George Floyd potrà diventare un’ icona universale, di tutti e per tutti. Perché era un ex criminale, un pregiudicato, che pure quel giorno, quello dell’ “I can’t breathe”, aveva commesso un reato.

Il trasporto emotivo e il moto di empatia che, logicamente, una tragedia simile possono provocare, non dovranno impedire una disamina razionale e lucida dei fatti, e questo anche se si vorrà onorare e rendere efficace e credibile la battaglia anti-razzista.