
La vicenda di George Floyd è un simbolo della violenza e della degenerazione delle forze dell’ordine (di una loro parte), negli Stati Uniti e non solo.
La vicenda di George Floyd è forse anche un simbolo del razzismo delle forze dell’ordine (di una loro parte), negli Stati Uniti e non solo. Forse, perché quel giorno, insieme a Chauvin, c’erano anche agenti non-bianchi e perché Chauvin era noto per aver usato violenza anche ai danni di cittadini bianchi.
Ma George Floyd non è e non può diventare il simbolo della lotta per l’emancipazione dei neri. Perché non è morto per quello e perché non è mai stato impegnato in quello. Metterlo nel pantheon con Rosa Parks, Muhammad Ali, Jackie Robinson o Martin Luther King sarebbe dunque sbagliato e improprio e farebbe un torto a lui come a chi ha combattuto, davvero, per i diritti della comunità afro-americana.
Meno che mai, George Floyd potrà diventare un’ icona universale, di tutti e per tutti. Perché era un ex criminale, un pregiudicato, che pure quel giorno, quello dell’ “I can’t breathe”, aveva commesso un reato.
Il trasporto emotivo e il moto di empatia che, logicamente, una tragedia simile possono provocare, non dovranno impedire una disamina razionale e lucida dei fatti, e questo anche se si vorrà onorare e rendere efficace e credibile la battaglia anti-razzista.