Messa da parte la facile e truculenta ironia cui il personaggio Pier Luigi Bersani si presta, vorrei spezzare una lancia in suo favore; non è cosa semplice ed agevole prevalere su un competitor che dispone del potere mediatico-economico di Berlusconi e che può contare su un cartello politico-elettorale del tutto privo di una reale collegialità e di una fisionomia consociativa. Non lo è, in special modo, quando al populismo-qualunquismo del proprio avversario si preferisce la trasparenza dei pensieri lunghi della responsabilità civile. A Bersani è stato infatti rimproverato il non aver parlato alla “pancia” del popolo italiano, ma come ho già avuto modo di sottolineare, un leader dev’essere una guida (“to lead”) non un (in)seguitore, un folower degli umori della piazza. Bersani non ha scelto il facile consenso che la strampalata promessa della restituzione di un’imposta può garantire, e questo lo ha sicuramente penalizzato in termini di voti. Ma non di dignità. Agli occhi della storia, sarà lui ad avere il braccio alzato.
Archivio mensile:febbraio 2013
Suicidio
Tra le tante e discutibili strategie messe in campo dalla propaganda politica, quella in assoluto più squallida, abietta ed infame è la strumentalizzazione delle morti per suicidio. Il suicidio rappresenta molto probabilmente l’atto più indecifrabile che la mente umana possa giungere a produrre e concepire, in quanto assale e contraddice l’istinto di conservazione, la molla primordiale di salvaguardia della vita in e per ogni essere vivente, animale come vegetale. Nessuno è (ancora) in grado di venire a capo della complessa intersezione minoica di fattori genetici, ambientali, biochimici e psicologici alla base di una tanto drammatica decisione, tantomeno può essere accettata nel dibattito l’intrusione dell’opportunismo politico, con il suo carico di semplificazione e miseria tornacontista. Vergognatevi, sciacalli
Signor Rossi e Joe Sixpack
“I militanti antiarmi di solito non devono scendere dall’autobus di rtiorno dal lavoro, quando fanno il secondo turno. Non devono giocare a rimpiattino fra un lampione e l’altro all’una di notte per portare i panni sporchi alla lavanderia a gettone, e rimanere lì per un’oretta, di solito senza nessun altro, illuminati al neon dietro la vetrina del negozio come carne fresca in mostra guarnita con una borsetta o un portafogli invitante, e poi fare la corsa a zig zag verso casa con la divisa da cameriera o da commesso del fast food fragrante di bucato. Barack Obama non ha mai dovuto farlo. Hillary Clinton non ha mai dovuto farlo. E nemmeno buona parte della borghesia americana ha mai dovuto farlo. Il valore del Secondo Emendamento a loro sfugge del tutto”
Chi scrive non è un repubblicano esaltato con in casa i poster di Ronald Reagan e Barry Goldwater, ma un “redneck” democratico e di fede socialista: il giornalista e scrittore Joe Bageant. Con grande maestria, Bageant ha saputo fotografare in queste poche righe uno dei paradigmi più esplicativi e totemici del fallimento strategico e gestionale di buona parte della sinistra contemporanea (non solo statunitense) e della sua incapacità di sintonizzazione sui bisogni del cittadino comune: la sicurezza. Quello che infatti è o dovrebbe essere un bisogno ed un diritto primario del cittadino, in special modo nelle società democratiche e garantiste, viene percepito, snobbato ed etichettato come emanazione di gretti e miopi ventralismi, dell’istintualità più primitiva e come un artificio mediatico di persuasione; il cittadino spaventato che si rivolge al politico/amministratore “liberal” per avere quella protezione ed assistenza che, de facto, paga con le proprie tasse, si vede rispondere con un’alzata di spalle, con sgangherate teorizzazioni proto-pseudo-sociologiche e con l’invito a non trascendere verso tentazioni di stampo reazionario e fascista. Qualsiasi iniziativa volta al contenimento delle potenzialità criminali viene quindi stoppata, ostacolata e rigurgitata, con il risultato, paradossale, di fomentare ed arricchire proprio quel corteo di primordialità che si vorrebbe evitare. Diametralmente opposto è il comportamento delle destre, che dopo aver perso il treno dei grandi movimenti di massa del primo ‘900 (quelli della seconda porzione di secolo hanno una spinta propulsiva più concettuale ed elitaria), hanno imparato a fare un passo verso il basso per parlare con l’uomo qualunque dei problemi dell’uomo qualunque con il linguaggio dell’uomo qualunque. E, si badi bene, l’uomo qualunque non è un’astrazione o una creazione mitopoietica, ma quella massa, quella “folla”, come la definiva Giannini, che sposta l’asse elettorale e che manda avanti la macchina stato ogni giorno con il proprio lavoro. Mentre i “liberal” organizzano conferenze per capire quale motivo induca un ubriaco ad infilare la bottiglia di birra tra le gambe di una pendolare all’una di notte, le destre scendono in piazza con il salumiere, con la casalinga, con il pensionato che hanno paura ad uscire di sera. Certo, alla prova dei fatti molto spesso non riescono a mettere in campo progettualità efficaci, ma non snobbano il “Signor Rossi” o “Joe Sixpack” sventolandogli in faccia una superiorità culturale e civile che sono ben lungi dal possedere. Si domandi , la sinistra, per quale motivo in ogni latitudine del circuito occidentale si sia guadagnata la fama di “frikkettona” , “radical chic” e stereotipi di simil fatta, e , soprattutto, si liberi dal mito del “buon selvaggio”, costretto a delinquere delle demoniache congiunture partorite dall’orrido capitalismo.
Leader e Follower
Il termine “leader” deriva dall’Inglese “to lead”, che significa “dirigere”, “guidare”. Compito di un leader è, per l’appunto, quello di condurre il timone, di imprimere la direzione. Nel populismo, il timoniere diventa invece un “follower”, un seguitore (“to follow”), anzi, un inseguitore, un inseguitore della pancia della comunità che dovrebbe accompagnare con saldezza e senso del dovere. Con l’orecchio teso al gorgoglio istintuale, il “follower” parcheggia o depone i pensieri lunghi ( e spesso sgraditi) della responsabilità civile per il tornaconto del momento, abbandonando il popolo a se stesso e con le conseguenze che la Storia ci illustra.
Pubbliche relazioni
Per convincere l’opinione pubblica statunitense ad accettare la decisione di entrare nel primo conflitto mondiale, l’amministrazione Wilson formò la “Creel Commission”, ovvero un ente che aveva il compito di creare una clima ostile alle potenze centrali (in particolare alla Germania). In breve tempo, e con la complicità del disastro Lusitania, la Commissione riuscì nella propria finalità, trasformando il disinteresse del popolo americano alla guerra in un feroce e deciso interventismo. Wodrow Wilson aveva vinto. Pochi anni dopo, alcuni ex membri della Creel come Edward Bernays e Walter Lippmann dettero vita alla prima agenzia privata di pubbliche relazioni (PR), e da allora queste agenzie sono diventate un alleato fondamentale di qualsiasi governo o grande società che vogliano migliorare la loro immagine pubblica o, nel caso di un governo, preparare il Paese a decisioni impopolari oppure ad un conflitto armato. Le agenzie di PR giocarono, per esempio, un ruolo decisivo prima e durante le due guerre del Golfo, contribuendo a diffondere la notizia (poi rivelatasi un falso) delle armi di distruzione di massa in possesso al regime di Baghdad e soprattutto nella guerra alla RFT del 1999. Nel primo caso, l’opera di persuasione fu imbastita e sviluppata dalla famosa “Hill & Knowlton”, mentre nel secondo fu la “Ruder&Finn” a dare la spallata mediatica al governo di Belgrado, costruendo notizie false o non verificate che volevano i Serbi come carnefici e i croato-bosniaci nelle vesti di vittime (Strage del mercato, Strage di Racak, Strage del Pane, ecc. Si noti come in alcuni di questi esempi le vittime fossero addirittura Serbe). La “Ruder&Finn” aveva inizialmente offerto i propri servigi a Slobodan Milosevic, che però aveva rifiutato la proposta; l’agenzia si rivolse allora al governo di Zagabria, che invece lungimirantemente accettò, con i risultati che tutti conosciamo. In questi giorni sta rimbalzando sui media la notizia secondo cui la Corea del Nord avrebbe minacciato gli Stati Uniti di apocalisse, olocausto nucleare e devastazioni qualora Washington proseguisse con le sue esercitazioni (di routine) a ridosso del 44º parallelo. Alcune domande semplici: in quanti, nel mondo, conoscono il Coreano? In quanti padroneggiano la storia di quel Paese asiatico e la dialettica diplomatica? In quanti hanno avuto modo di visionare-ascoltare il comunicato intero con il quale il governo di Pyongyang “minacciava” gli USA? Stessa cosa, ovviamente, per le presunte sortite antisemite di Mahmud Ahmadinejad e per le sue “intimidazioni” ad Israele e all’Occidente. Queste agenzie, estremamente abili e potenti, dispongono infatti di un esercito di collaboratori che va dai giornalisti, ai pubblicitari, alle agenzie di traduzione, e come si può facilmente dedurre non sarebbe difficile per loro creare ad arte un contesto sfavorevole al contender del proprio cliente del momento, esattamente come avvenne nel 1917, nel 1991, nel 1999 o nel 2003.
Miopie
La stetta sulle armi promossa e ventilata dal segmento “liberal” de Partito Democratico, non deve scontrarsi soltanto con la pressione delle lobbies degli armamenti (più epicizzata che reale) quanto con la cultura delle armi, peculiarità ed essenza prima di quello che è l’atomo sociale e culturale dell’America profonda: la comunità ulsteriano-scozzese. In un intreccio perverso di ritualismo machista ed ignoranza rurale “white trash”, sono loro ad aver fatto della violenza un brand ed un mezzo di conquista, contribuendo a delineare gli Stati Uniti all’interno dei loro confini attuali. Ghettizzati e costretti alla razzìa in patria sotto Giacomo I nel ‘500, usati dai ricchi protestanti inglesi nelle terre di confine per fare da cuscinetto contro gli indiani nel ‘700, ancora carne da macello durante la Guerra Civile per difendere gli interessi dei padroni del cotone e ora mandati in pasto ai mortai iracheni, sono loro il baluardo culturale, elettorale e sociale a difesa del II emendamento, non la Beretta o la Colt’s Manufacturing Company. I “liberal” statunitensi, esattamente come quelli italiani, fanno però ancora fatica a comprendere l’istologia della massa.
Uomini qualunque
L’elettorato liquidista-qualunquista-populista, nell’accezione STORICA e non dispregiativa delle terminologie, è tradizionalmente di destra (UQ docet). Grillo ha evitato una punizione ben più grave al progetto bersaniano, andando a pescare nel serbatoio di PdL e Lega (vedi Veneto e Piemonte).La porzione di sinistra dei suoi elettori, ovvero i movimentisti (no Tav et similia), disertava invece per la maggior parte le urne.
Premiazioni.
Se dovessi conferire l’Oscar del patetismo dopo questa tornata elettorale, francamente non saprei per chi optare. Da un lato abbiamo un Centro-Destra che grida vittoria per aver conquistato 1/4 di camera, dall’altro abbiamo un Centro-Sinistra che si ostina a sottovalutare un competitore che, puntualmente, risorge dalle ceneri come un’araba fenice mascarata. E’ infatti dal 1993 (io frequentavo il primo anno di liceo) che il Cavaliere viene spocchiosamente dato per morto, per poi recuperare terreno e strappare la vittoria all’avversario o rendergli comunque la gestione del governo impraticabile e accidentata. Questo perché a sinistra ci si ostina a negare l’importanza dell’arsenale mediatico di cui Berlusconi dispone, una forma di doping politico che lo pone in una situazione automatica di vantaggio creandogli le condizioni per poter eterodirigere e veicolare una porzione sempre consistente dell’elettorato nazionale. A tal proposito, vorrei ricorrere ad un aneddoto che ritengo illuminante e paradigmatico: se negli Stati Uniti soltanto il 5% dei lavoratori è iscritto alle associazioni sindacali, non è, come ritengono gli pseudo liberisti italiani di destra, per una questione culturale e/o per l’assenza di una sinistra radicale, ma perché dagli anni ’30 del secolo ventesimo il grande capitale mise in piedi una colossale campagna di demonizzazione degli scioperanti e dei sindacati. Ciò avvenne a seguito del cosiddetto “Wagner Act”, che conferiva ai lavoratori dipendenti la possibilità di riunirsi liberamente. Tale provvedimento, unito alle politiche sociali rooseveltiane, mise in allarme i padroni del vapore statunitensi, i quali si rivolsero alle agenzie di Pubblic Relations per creare un’immagine distorta e deformante delle maestranze e dei sindacati, dipinti come fannulloni, antiamericani, comunisti e nemici del principio della responsabilità personale, architrave dell’edificio culturale e sociale del Paese. E, si badi bene, allora le PR potevano disporre soltanto di radio e giornali. Berlusconi, invece, controlla emittenti tv, radio, giornali, case editrici, opinion makers; come si fa, ordunque, a sottovalutarne e snobbarne le potenzialità? Lasciate stare la “Canzone Popolare”, i giaguari e fatevi una cultura di sociologia politica e marketing mediatico.