Appunti di comunicazione “Tigre di carta”; quando le parole fanno più male delle sanzioni



La reazione emotiva di Peskov e Medvedev alle dichiarazioni di Trump (la Russia come “tigre di carta”) è dovuta al fatto che il tyconn ha toccato un nervo scoperto per la leadership putiniana. “Middle power” in concreto, alle prese con problemi strutturali mai risolti e che la guerra in Ucraina ha ulteriormente evidenziato ed enfatizzato, la Russia gioca infatti su una comunicazione  psicologica (PsyOps) focalizzata sull’ingigantire la percezione della propria forza. Questo, facendo ad esempio leva sul proprio passato,   sul proprio arsenale non-convezionale, sulle proprie dimensioni geografiche e sulla personalità del proprio leader, elementi che attivano nel target occidentali distorsioni interpretative e cognitive complesse e correlate quali l’ “escalation bias”, la “fallacia della deterrenza assoluta”, il “worst case thinking bias”, il  “negativity bias”, l’ “hostile attribution bias” l’ “euristica della disponibilità”, ecc.

Con le sue parole, Trump ha in un certo senso fatto cadere il velo della retorica persuasiva russa; se al contrario si fosse trattato di una esagerazione, e se i russi fossero davvero sicuri dei propri mezzi, la replica sarebbe stata ben più rilassata, se non assente.

“Immagine” e “identità” si fondono, invece, per Mosca. Se cade la prima, cade la seconda. Nota: è bene precisare come non solo il cittadino “comune”, ma pure analisti strutturati, tendano spesso a cadere negli errori interpretativi sopracitati, scoprendo il fianco alla suggestione propagandistica del Kremlino (quando è diretta alle élites, si parla di “treetops propaganda”).

A pungerli sul vivo potrebbe essere anche il fatto che Trump ha rispolverato una metafora che coniò Mao, in riferimento all’Occidente

https://www.agi.it/estero/news/2025-09-23/attacco-trump-onu-discorso-ue-russia-gaza-33309491/?fbclid=IwdGRjcANAwNhjbGNrA0DA1GV4dG4DYWVtAjExAAEe4cXoSZqp23GIUiJOfNwM0CvAxUZNkfc0QvFzEVS5zP1CP7eRbkppt83CWJ0_aem_DZgAaFdHhZdspcBlQXSmvw

La gallina e l’uovo avvelenato: quello che non vede chi si oppone alle misure contro la Russia di Putin

Se fossimo certi che l’intenzione di Putin sia fermarsi all’Ucraina, in nome del cinico pragmatismo della realpolitik potremmo anche pensare di lasciargli campo libero, non andando oltre una condanna formale. Lo abbiamo già fatto.

La politica estera di Mosca dal 2008, le dichiarazioni di Putin, Medvedev, Lavrov, Peskov e di personaggi vicinissimi al Kremlino quali Dugin o Cirillo I, e quelle di Xi Jinping, mostrano invece come la Russia nutra l’ambizione di riconquistare la “grandeur” perduta, anche mediante la (ri)conquista di porzioni dell’ex URSS (non vanno altresì dimenticate le mire di Pechino su Taiwan), e di creare un nuovo ordine mondiale che veda l’Occidente ridimensionato, se non proprio marginalizzato, a vantaggio di un asse di paesi non-democratici.

Chi considera le misure di contenimento anti-russe lesive dei nostri interessi nazionali, compie quindi (in buona fede?) un ragionamento che non va oltre il breve periodo. Al contrario, è proprio lasciando fare alla Russia, alla Cina e ai loro sodali e satelliti, che i nostri interessi, particolari e “di blocco”, verrebbero compromessi.

Putin ha mostrato inoltre di saper interferire massicciamente e massivamente nella politica interna italiana, colpendo e minando la nostra sovranità a proprio vantaggio; abbandonare il fronte atlantico per diventare pedine di un regime autoritario del Secondo Mondo non sarebbe pertanto un grande affare, non sarebbe una mossa né morale né lucida.