Con il termine ” treetops’ propaganda “, si intende e circoscrive quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treet”, infatti, sta ad indicare i rami più alti dell’albero. Parliamo di una strategia molto più sottile e potente rispetto alla più comune “grassroots propaganda”, diretta al “grass”, alla “massa” (“grass” indica il prato, ovvero la parte che sta alla base dell’albero) perché mirante a catechizzare e plasmare chi fa opinione, chi muove, in un certo senso, i sentimenti collettivi e le leve del consenso. Le dichiarazioni di De Gregori sulla TAV Torino-Lione (“la sinistra strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini”), rappresentano un caso lampante di propaganda “treetops” ben congegnata e giunta a bersaglio; premettendo, infatti, come la sinistra abbia iniziato la sua battaglia contro la realizzazione della linea quando ancora il M5S non esisteva ed uno dei suoi fondatori, Casaleggio Gianroberto, custodiva nel portafoglio la tessera di Forza Italia, la Torino-Lione si presenta come una soluzione inutile (le due destinazioni sono già abbastanza collegate), potenzialmente dannosa per la salute dei valsusini e costosa (la sua manutenzione sarebbe a carico dello Stato Italiano), voluta come contropartita a Parigi per aver acquistato parte del nostro debito pubblico. Una poderosa campagna mediatica, attuata da un circo-circuito di cronisti ” embedded”, è però riuscita, come vediamo, ad influenzare anche le menti più evolute ed attrezzate, facendo acquisire la traiettoria logica e l’equazione secondo cui il progetto sarebbe indispensabile e chiunque lo combatta un esaltato, un estremista, quasi una sorta di neo-luddista (possiamo intercettare casi sovrapponibili nel dibattito sulla Legge Biagi o sulle missioni di “peacekeeping”); ecco che approdiamo ad un’ altra declinazione del sistema propaganda, ovvero quella “sociologica”. Se il modello degregoriano di sinistra è quello centrista-renziano, appiattito al dettato mediatico irregimentato, beh, i progressisti non possono che rallegrarsi dell’uscita del cantautore dalla loro comunità.
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L’Iran si riarma: di armi di distrazioni di massa
Secondo il rapporto “If All Else Fails: The Challenges of Containing a Nuclear-Armed Iran” sul nucleare iraniano, gli USA dovrebbero predisporre ed attuare tutte le misure possibili, non esclusa (sottinteso con il cripticismo retorico più pruriginoso ed ipocrita), l’opzione militare, onde evitare che Teheran riesca a dotarsi di un proprio arsenale non convenzionale. Non è un caso che allarmismi di questo genere tornino prepotentemente alla ribalta con l’acuirsi della crisi siriana, che vede Washington e Tel Aviv (la leva del potere all’interno del Congresso statunitense) opposti alla Russia e, appunto, all’Iran, in un braccio di ferro continuo e costante che sembra non conoscere fine né sosta. Ferma restando la doverosa ed imprescindibile condanna nei confronti del teofascismo islamico, barbaro e liberticida, che da decenni ammorba ed affossa l’ex popolo persiano, la vicenda ci rivela e dimostra, ancora una volta, la potenza delle piattaforme propagandistiche occidentali e , nel caso di specie, della propaganda politica “di guerra”. Essa si snoda e sviluppa attraverso le seguenti due terzine:
A: Ricorso alla paura e l’identificazione del nemico
1: Demonizzazione del nemico
2: uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3: guerra come risposta al nemico e non come attacco
B: Bontà delle nostre guerre
1: Soccorrere una nazione o un popolo
2: Giusta causa
3: Estendere la democrazia
Il tutto, corroborato da un circuito di cronisti “embedded” che, viaggiando con le truppe in caso di guerra o attingendo le loro informazioni dai comunicati ufficiali degli organi governativi ed intergovernativi, smarriscono lo spirito critico e la funzione di scavo alla base (in linea teorica) della loro funzione professionale (gli “embedded ” nacquero dopo la disastrosa esperienza mediatica del Vietnam e di Grenada, per mezzo della Siddle Commision). Tutti ricorderemo le immagini, imbarazzanti, di Colin Powell all’ONU, che brandendo una bottiglietta con acqua e sale, voleva fornire al pianeta le prove dell’esistenza dell’arsenale nucleare e chimico-batteriologico di Saddam Hussein; la vicenda può apparire grottesca, ma, all’epoca, stampa e poteri politici riuscirono a convincere la porzione più rilevante dell’opinione pubblica occidentale del fatto che Baghdad rappresentasse un pericolo reale e imminente. Per non parlare delle accuse di genocidio confezionate contro la Jugoslavia di Milosevic per quel che concerne ii casi della “Strage del pane”, della “Strage di Racak” o della “Strage del mercato”, episodi in cui la PR Ruder Finn (al servizio di Zagabria dopo aver offerto il proprio sostegno a Belgrado) riuscì a far ricadere la colpa sui serbi, ma in realtà responsabilità dei croati. Solo un lavoro, personale, di deologizzazione e di ricerca della terzietà delle fonti, può sottrarci all’opera di coercizione mentale attuata da coloro i quali una certa retorica di maniera definirebbe “poteri forti”. Paradossalmente,pero’, fu la politica carteriana di non ingerenza negli affari esteri dei paesi stranieri (vedi gli accordi con Torrijos sulla gestione del Canale di Panama) a consegnare l’Iran allo spietato regime teocratico; o meglio, a farlo transitare da un regime dittatoriale all’altro. Tale politica di Carter si può configurare come l’antesignana della “Dottrina Sinatra” di memoria sovietica..
Premiazioni.
Se dovessi conferire l’Oscar del patetismo dopo questa tornata elettorale, francamente non saprei per chi optare. Da un lato abbiamo un Centro-Destra che grida vittoria per aver conquistato 1/4 di camera, dall’altro abbiamo un Centro-Sinistra che si ostina a sottovalutare un competitore che, puntualmente, risorge dalle ceneri come un’araba fenice mascarata. E’ infatti dal 1993 (io frequentavo il primo anno di liceo) che il Cavaliere viene spocchiosamente dato per morto, per poi recuperare terreno e strappare la vittoria all’avversario o rendergli comunque la gestione del governo impraticabile e accidentata. Questo perché a sinistra ci si ostina a negare l’importanza dell’arsenale mediatico di cui Berlusconi dispone, una forma di doping politico che lo pone in una situazione automatica di vantaggio creandogli le condizioni per poter eterodirigere e veicolare una porzione sempre consistente dell’elettorato nazionale. A tal proposito, vorrei ricorrere ad un aneddoto che ritengo illuminante e paradigmatico: se negli Stati Uniti soltanto il 5% dei lavoratori è iscritto alle associazioni sindacali, non è, come ritengono gli pseudo liberisti italiani di destra, per una questione culturale e/o per l’assenza di una sinistra radicale, ma perché dagli anni ’30 del secolo ventesimo il grande capitale mise in piedi una colossale campagna di demonizzazione degli scioperanti e dei sindacati. Ciò avvenne a seguito del cosiddetto “Wagner Act”, che conferiva ai lavoratori dipendenti la possibilità di riunirsi liberamente. Tale provvedimento, unito alle politiche sociali rooseveltiane, mise in allarme i padroni del vapore statunitensi, i quali si rivolsero alle agenzie di Pubblic Relations per creare un’immagine distorta e deformante delle maestranze e dei sindacati, dipinti come fannulloni, antiamericani, comunisti e nemici del principio della responsabilità personale, architrave dell’edificio culturale e sociale del Paese. E, si badi bene, allora le PR potevano disporre soltanto di radio e giornali. Berlusconi, invece, controlla emittenti tv, radio, giornali, case editrici, opinion makers; come si fa, ordunque, a sottovalutarne e snobbarne le potenzialità? Lasciate stare la “Canzone Popolare”, i giaguari e fatevi una cultura di sociologia politica e marketing mediatico.