Appaltatrice storica dei valori dell’ identitarismo sciovinista, la destra italiana sta assistendo negli ultimi anni ad una radicale mutazione del suo tessuto ideologico, attraverso l’elaborazione di un fenomeno che può essere incapsulato nella formula di “patriottismo antinazionale”. Responsabile primo di questa virata concettuale e programmatica, apparentemente anomala, è la contaminazione con realtà quali la Lega Nord (e, in alcuni segmenti locali, anche la Liga Veneta); anomala, perché se destra e leghe potevano essere divise (in origine) dalle traiettorie dell’ antimeridionalismo e dell’ antiunitarismo, le loro architetture ideologiche e politiche erano e sono, al contrario , perfettamente sovrapponibili (immigrazione, temi etici, protezionismo economico, ecc). Ma c’è di più: libere dall’ingombrante carico storico dell’esperienza mussoliniana, le formazioni secessioniste del Nord potevano e possono muoversi con maggiore libertà e sfrontatezza, senza rischiare di incappare nel fuoco di sbarramento dei dispositivi dell’antifascismo istituzionale e diventando, con la loro disinibizione, particolarmente seducenti per l’elettorato della vecchia comunità più conservatrice e reazionaria. Ecco allora il sostegno dei raggruppamenti nati dal MSI alle proposte leghiste per l’abolizione dei reati contro la bandiera e l’integrità nazionale, ecco allora il fiorire di pubblicazioni a sostegno della tesi revisionistica antirisorgimentale e del revanscismo meridionalista ma contestualmente ad un’insofferenza sempre più montante verso il Sud , ecco l’indifferenza a qualsiasi volgare incursione “padana”, in primis gli inviti bossiani ad utilizzare il tricolore in sostituzione della carta igienica. Separatismo ma unito al patriottismo, dicevamo, perché accanto a posizioni di questo genere vi sono, ad esempio, gli arroccamenti a difesa dei militari (vedi caso Marò) , in nome della salvaguardia della dignità nazionale, o la creazione di partiti che per le loro sigle attingono alle strofe dell’ Inno di Mameli. Il pezzo sotto citato costituisce la prova e il paradigma di questa sterzata, di questo “cocktail” culturale; da un lato, il “Secolo d’Italia” (storica testata missina) giubila per la beatificazione di un membro di Casa Savoia, il casato che portò all’unificazione territoriale del Paese, dall’altro esalata il fenomeno neoborbonico e meridionalista (Maria Cristina di Savoia andò in sposa a Ferdinando II), legittimandone le rivendicazioni e collocandosi in posizione critica ed antiteitca rispetto ai processi risorgimentali.
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Il progetto secessionista e la sua vulnerabilità.Il caso dei Padani che volevano parlare in Italiano
Il Primo Congresso Nazionale Ordinario della Lega Lombarda (Segrate, 8-10/12/1989) segnò la fine dell’idea bossiana di creare un idioma comune al progetto padano, da utilizzare in via ufficiale anche dal suo movimento, al posto dell’Italiano. Il leader di Cassano Magnago aveva pensato al “Lumbard”, ma la scelta si presentò da subito non priva di interrogativi e complicazioni: sarebbe stata accettata, quale lingua ufficiale, dai militanti delle altre regioni settentrionali e, in caso di secessione, dall’intero Nord ? Ancora: come avrebbero fatto, i “padani” appartenenti alle altre regioni, a comprendere il nuovo codice? E quale “Lombardo”, poi? Milanese? Bergamasco? Cremonese? Bresciano? Mantovano?
“Ma che lingua vuole che si parli, nella Repubblica del Nord? Naturalmente l’Italiano”, confidò Bossi ad un inviato. “Su questa storia dei dialetti abbiamo riflettuto. E siamo giunti alla conclusione che è meglio soprassedere. La Padania non ha prodotto una lingua comune, come la Catalogna. E allora non resta che l’Italiano, che non è poi da buttar via come lingua comune”.
Questa, la pietra tombale sui sogni e le speranze del popolo verde di fregiarsi di un marchio comunicativo che segnasse e segnalasse l’identità nordista e l’alterità leghista rispetto ai segmenti politici tradizionali (quest’ultimo, “must” e carburante primo delle forze a vocazione populistico-demagogica).
Perché un progetto separatista abbia fortuna, l’unità che secede deve poter contare su un’omogeneità, un’ organicità ed una solidità ad ampio raggio, dal punto di vista linguistico, culturale, etnico , sociale e storico, altrimenti il nuovo soggetto non sarà che una riproposizione, in scala ridotta, del precedente, con tutte le sue problematiche e le sue contraddizioni. Sicuramente imperfetto e perfettibile, lo stato unitario presidia e garantisce tuttavia un ecumenismo inclusivo ed asettico che le singole porzioni territoriali spesso non possono e non potrebbero assicurare, e l’esempio, a noi prossimo e vicino, del Regno delle Due Sicilie, ne è la conferma. Dilaniato da spinte centrifughe costanti e continue, il suo disomogeneo fascio di comparti locali non accettava (tra le altre cose) il dominio e la rappresentanza della corona di Napoli, senza tema di smentita meno universalizzante del progetto unitario e dell’ombrello storico romano, pur con tutto il suo corteo di errori, anomalie e fragilità..