La scure dei “califfati” occidentali sul libero arbitrio.Eterologa, aborto, eutanasia, matrimonio gay? Si, grazie.

Le scelte attinenti la sfera più intima e personale dell’individuo (fisica, psicologica ed esistenziale), sono e dovranno rimanere di competenza esclusiva dell’individuo stesso, unico e solo interessato, unico e solo giudice e padrone della propria vita. Ogni ingerenza da parte di soggetti istituzionali, politici, morali o dei singoli, dovrà, quindi, essere respinta, combattuta, ostacolata e denunciata come una violenza, una prevaricazione ed un abuso.

L’atteggiamento ostruzionistico del ministro Lorenzin in materia di fecondazione eterologa non potrà dunque che collocarsi al di fuori del perimetro del rispetto civile e delle garanzie più elementari a tutela del libero arbitrio, fissandosi come un’intrusione inaccettabile per qualsiasi consorzio evoluto e liberale

Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.

Eutanasia.Il Ministro Roccella e la mannaia torquemadista sul libero arbitrio

Eugenia Roccella: “Sul tema dell’eutanasia ascoltare tutte le parti in gioco, non solo chi è a favore. La visione del Presidente Napolitano sulle problematiche del fine vita rischia di essere parziale e unilaterale se il confronto avviene solamente con le associazioni favorevoli all’eutanasia”.

Non esistono né potrebbero esistere, in tema di eutanasia, “parti in gioco” all’infuori del paziente e del personale medico-sanitario chiamato ad eseguirne le disposizioni. Conscia dell’inesportabilità di un orientamento intrinsecamente autoritario perché in antitesi con il principio del libero arbitrio, Roccella gioca quindi d’astuzia, gettando sul tavolo la carta dell’ecumenismo democratico, invocando la partecipazione di figure che, tuttavia e come premesso, nulla hanno a che vedere con il caso in oggetto. Scelte quali eutanasia ed aborto attengono invero alla sfera più categoricamente intima e personale del singolo, ed è al singolo che spetta la sola ed unica decisione a riguardo; qulsiasi tentativo di intrusione o forzatura dovrà quindi essere letto come una prevaricazione ed un’incursione liberticida e respinto con tutta l’energia di cui si è capaci.

¡No pasarán!

Quagliariello, saggio su Eluana.

Ha destato estrema perplessità (quando non vera e propria ilarità) l’inclusione del Senatore Gaetano Quagliariello nel gruppo di “saggi” nominati dal Capo dello Stato per creare una testa di ponte tra le forze politiche, arroccate su posizioni che, de facto, si stanno traducendo nell’empasse istituzionale più pericolosa. Tra i “capi d’accusa” contestati a Quagliariello spicca, in particolare, una frase, pronunciata in merito al caso Englaro: “Eluana non è morta, è stata ammazzata”. Chi scrive è convinto e indefesso assertore del diritto alla “dolce morte”; allo spirito libero ed alla coscienza liberale, infatti, non può che apparire intollerabile il fatto che lo Stato si spinga a valicare la porta dell’intimità più profonda dell’individuo,­ imponendo all’individuo una sofferenza psicofisica che solo l’individuo sperimenta, subisce e conosce e sulla quale solo l’individuo ha diritto di arbitrio. Il diritto di arbitrio. Quando esplose il caso Englaro, mi trovai ferocemente dalla parte del padre della ragazza, convinto, come tutti noi che accompagnavamo il signor Giuseppe nella sua iniziativa, che in gioco vi fosse, prima di tutto, la libertà delle istituzioni laiche dal gioco clericale. Forse era così, forse è così, ma ci dimenticammo di una vita, quella di Eluana, sacrifciandola sull’altare di una battaglia che tanto, troppo, aveva di politico. Eluana era in stato di morte cerebrale e non poteva per questo disporre di quel libero arbitrio che fa dell’uomo un animale senziente. Non era indipendente, non poteva decidere, e né lo Stato, né il Vaticano, né la Magistratura né noi avremmo potuto osare decidere per lei, valicando quella porta, gettandola nel baratro. E’ vero, il signor Englaro sosteneva che la figlia prima dell’incidente avesse più volte espresso il desiderio di venire eutanasizzata, qualora si fosse trovata in stato vegetativo, ma le prove cui la vita ci sottopone spesso riescono a mutare e limare anche le posizioni più solide e radicali, senza contare le opzioni potenzialmente salvifiche che il futuro potrà consegnare alla scienza medica. A questo proposito, mi piace ricordare il capolavoro di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”, il cui protagonista, un detenuto in attesa di giudizio, si dimostra inorridito dinanzi all’ipotesi dell’ergastolo,­ salvo invocarlo con disperazione quando apprende di essere stato condannato alla pena capitale.

“L’una e un quarto. Ecco che cosa provo in questo momento: Un violento dolore alla testa. Freddo alle reni, la fronte bruciante. Ogni volta che m’alzo o mi piego, è come se nella testa si agitasse un liquido che manda il cervello a sbattere contro le pareti del cranio. Ho degli scatti convulsi, e come in preda a una scossa elettrica la penna di tanto in tanto mi cade dalla mano.
Gli occhi mi bruciano come fossi in mezzo al fumo. I gomiti mi dolgono. Ancora due ore e quarantacinque minuti, e sarò guarito.”

“Le galere mi vanno bene. Cinque anni di galere e che tutto finisca! Oppure venti anni, oppure l’ergastolo, con il ferro rosso! Ma la grazia della vita”

Il prigioniero di Hugo cambiò opinione, al cospetto della morte. E forse l’avrebbe cambiata anche Eluana. Per questo, l’ho cambiata anche io. Si, Eluana è stata uccisa, perché spogliata del suo arbitrio due volte, prima dalla natura e dopo dagli uomini. Su questo, Quagliarello, pur in tutto l’opportunismo clericale del suo circuito politico, ha avuto ragione. In questa occasione, è stato un saggio. Più di me.