Silvio Berlusconi: il migliore di tutti noi.

Prerogativa dell’intelletto geniale è (anche) il saper comprendere prima degli altri l’andamento, la funzione e lo sviluppo delle dinamiche contingenti e circostanti. Essere in grado, insomma, di vedere oltre, di vedere più in là. Chi giudica un azzardo lo “strappo” dell’arcoriano (a parere di chi scrive si tratta, almeno per adesso, di un ricatto), commette lo stesso tragicomico errore di coloro i quali vaticinano periodicamente la sua fine politica dal 1993 per poi vedersi smentiti con regolare puntualità, trovando il rivale più solido, più forte e più popolare di prima. Berlusconi ha saputo, da straordinario interprete e conoscitore dell’istologia culturale, sociale ed emotiva dei suoi connazionali, fare dell’aumento Iva il punto d’entrata verso il segmento più ventrale dell’elettorato (ovvero la sua porzione maggioritaria), destinato a farsi voragine di sfondamento mediante una campagna elettorale (qualora Napolitano optasse per lo scioglimento delle Camere) che si consegnerà alla storia ed alla saggistica accademica sociologica per l’inusitato tasso di populismo e demagogia. Il capo del PdL è, inoltre, perfettamente consapevole della debolezza del centro-sinistra, si gravido di validi elementi ma non abbastanza forti, sul piano mediatico e comunicativo, da competere con lui, come sa di potere contare sull’appoggio, de facto, del M5S, inchiodato all’immobilismo parlamentarista ma schierato, politicamente e propagandisticamente, contro il partito democratico. Di nessuna consistenza, ancora, le “spaccature” in seno al PdL; chi dissente è destinato a venire travolto dalle potenti batteria mediatiche dell’ex capo-padrone, secondo il metodo che ha condotto all’estinzione politica e pubblica di Fini, Marcegaglia, Boffo, Giannino, ecc.

Ma vi è un’altra componente, che in troppi tendono, da ormai due decadi, a sottovalutare: Berlusconi è specchio, emanazione ed esemplificazione dei tratti più peculiari dell’italianità, caratteristica che lo porta ad essere percepito dal cittadino medio come a sé affine e contiguo. E’, questo, un elemento che l’ex Presidente del Consiglio riesce a sfruttare alla perfezione. Un esempio: le gaffes. Si tratta di una strategia comunicativa tesa non soltanto alla diversione ed all’esigenza di spostare ed orientare lo sguardo collettivo e mediatico (la loro scansione temporale non è mai omogenea), ma anche ad “umanizzare” Berlusconi, a renderlo vicino alla gente, esattamente come il torso nudo fu per Mussolini, la canottiera per Bossi oppure il “vaffanculo” per Grillo e Giannini. All’indagine più attenta non potrà sfuggire infatti come non si tratti mai di scivoloni ingolfati dall’elitarismo di un Monti o dalla sconclusionatezza suicida di una Fornero, ma di siparietti tipicamente popolari e consueti, che da un lato hanno lo scopo, di consegnarlo all’immaginario come un “everyman” e dall’altro di gettare in pasto al biasimo chi, invece, lo riprende, confezionando cosi’ la respingente l’immagine di un elitario e di un radical chic. L’ex Cavaliere è un’anomalia cui soltanto la natura, oppure una sterzata violenta del destino, riuscirà a porre rimedio; l’italiano non potrà superare Berlusconi perché questo equivarrebbe a superare se stesso.

Premiazioni.

Se dovessi conferire l’Oscar del patetismo dopo questa tornata elettorale, francamente non saprei per chi optare. Da un lato abbiamo un Centro-Destra che grida vittoria per aver conquistato 1/4 di camera, dall’altro abbiamo un Centro-Sinistra che si ostina a sottovalutare un competitore che, puntualmente, risorge dalle ceneri come un’araba fenice mascarata. E’ infatti dal 1993 (io frequentavo il primo anno di liceo) che il Cavaliere viene spocchiosamente dato per morto, per poi recuperare terreno e strappare la vittoria all’avversario o rendergli comunque la gestione del governo impraticabile e accidentata. Questo perché a sinistra ci si ostina a negare l’importanza dell’arsenale mediatico di cui Berlusconi dispone, una forma di doping politico che lo pone in una situazione automatica di vantaggio creandogli le condizioni per poter eterodirigere e veicolare una porzione sempre consistente dell’elettorato nazionale. A tal proposito, vorrei ricorrere ad un aneddoto che ritengo illuminante e paradigmatico: se negli Stati Uniti soltanto il 5% dei lavoratori è iscritto alle associazioni sindacali, non è, come ritengono gli pseudo liberisti italiani di destra, per una questione culturale e/o per l’assenza di una sinistra radicale, ma perché dagli anni ’30 del secolo ventesimo il grande capitale mise in piedi una colossale campagna di demonizzazione degli scioperanti e dei sindacati. Ciò avvenne a seguito del cosiddetto “Wagner Act”, che conferiva ai lavoratori dipendenti la possibilità di riunirsi liberamente. Tale provvedimento, unito alle politiche sociali rooseveltiane, mise in allarme i padroni del vapore statunitensi, i quali si rivolsero alle agenzie di Pubblic Relations per creare un’immagine distorta e deformante delle maestranze e dei sindacati, dipinti come fannulloni, antiamericani, comunisti e nemici del principio della responsabilità personale, architrave dell’edificio culturale e sociale del Paese. E, si badi bene, allora le PR potevano disporre soltanto di radio e giornali. Berlusconi, invece, controlla emittenti tv, radio, giornali, case editrici, opinion makers; come si fa, ordunque, a sottovalutarne e snobbarne le potenzialità? Lasciate stare la “Canzone Popolare”, i giaguari e fatevi una cultura di sociologia politica e marketing mediatico.