Il M5S, la fellatio e la “pancia” degli italiani.

Giustificando il suo attacco alle deputate democratiche dichiarando di aver detto soltanto “ quel che pensano gli italiani” , l’On. pentastellato De Rosa ha fornito una chiave di lettura straordinaria per la codificazione e la comprensione della fisionomia ideologica e dei dispositivi propagandistici del suo movimento. Ancora una volta, il tentativo è quello di suggerire un’affinità con le “masse”, mediante il ricorso ad un corredo dialettico anticonvenzionale e spiazzante, quello delle “masse”, appunto, sfrondato di qualsiasi riferimento al linguaggio “classico” della politica “classica”, particolarmente malvista nel momento storico che stiamo sperimentando. Da Catilina, a Gracco, a Clifford Hugh Douglas , a William Aberhart, a Mussolini, a Giannini, ai fratelli Scotti, a Bossi, a Le Pen, a Poujade, a Peron, a Menem, a Reagan, a Di Pietro, per finire ai “teaparters”, il populismo (inteso nell’accezione storica del termine) ha sempre avuto la sua punta di lancia nell’ostensione, esasperata e a volte esasperante, dell’ “alterità” rispetto alla politica tradizionale, confezionata in un’immagine sempre e comunque elitaria e respingente. “Ho detto quel che pensano gli italiani” è il grimaldello con cui si cerca di scardinare l’ altrui modo di intendere e di vivere la politica, ammantandosi di in una veste di genuinità popolare da contrapporre al “sistema” ed ai suoi codici.

Molto più di uno “scivolone”. Comunicazione politica e sociologia politica si muovono attraverso direttrici molto più complesse di quanto una certa narrazione voglia suggerire.

M5S, istantanea di una debacle. O la (non) democrazia del frigorifero.

Il clamoroso rovescio subito dal Movimento 5 Stelle alle recenti Amministrative (2/3 dei voti andati perduti) si può comprendere soltanto esaminando l’istologia dell’ elettorato ed operando una distinzione tra il voto “tradizionale” e quello di “protesta”. Se il primo può essere infatti un voto molto spesso di abitudine, lasseferista, distratto, stanco (scelgo la lista X perché è uso nella mia famiglia, perché nella mia zona vincono sempre loro, ecc), il voto di “protesta”, liquidista, qualunquista o demagogico che sia, è sempre un voto di costruzione, di “pretesa”, di attesa, un voto “per”. L’elettore vuole, esige, che la sua scelta segni un “point break”, un giro di boa. In parole povere, si aspetta cambi qualcosa, e che cambi presto, con ritmo circadiano. Esattamente ciò che voleva e pensava chi a febbraio marcò con la crocetta il simbolo con le cinque stelle. Beppe Grillo avrebbe potuto imprimere a questo Paese la più grande svolta rivoluzionaria dal 1992-1994, tramite un governo di scopo e a “tempo” con il centro-sinistra; questo perché, brandendo il ruolo di ago della bilancia (il cartello bersaniano era sotto al Senato) aveva l’occasione di sedersi a capo tavola, negoziando ed ottenendo tutte quelle riforme ed istanze contenute nel programma elettorale del Movimento, tra le quali, cosa non da poco, l’ineleggibilità di Berlusconi. Ha invece preferito rinchiudersi in una torre d’avorio, in splendida ed urlata solitudine, bollando gli interlocutori come “stalkers politici”, alternando molotoviani “niet” ai più familiari “vaffanculo” all’indirizzo di chiunque imbastisse e presentasse ipotesi di convergenza. Nei 4 mesi di permanenza in Parlamento, il gruppo pentastellato si è segnalato per le liti e le polemiche sulla diaria, sui rimborsi, sugli scontrini e per un ddl, l’unico e tra l’altro ad personam, sull’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato (una ventina di attivisti grillini sono sotto inchiesta per aver offeso Napolitano sul blog). Un po’ poco, per il nuovo Terzo Stato della politica italiana. Nei sistemi democratici, il governo del Paese, e quindi la sua opera di cambiamento, è impossibile senza alleanze (salvo nelle realtà a bipolarismo rigido) ed attestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizione delle debolezze e contraddizioni altrui, reali o presunte che siano, alla lunga stanca, e senza tema di smentita non serve alla comunità. Voti in frigorifero, per l’appunto, come quelli di Covelli, come quelli del MSI ante-dicembre 1993. до свидания. Dasvidania.