Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.

Elitarismo intellettuale: breve analisi di un pregiudizio (e di un errore).

A corredo del suo studio sul “Cinepanettone”, il sociologo irlandese Alan O’Leary decise di proporre una serie di interviste nelle quali chiedeva agli interpellati se ci fosse una tipologia particolare del fruitore del genere cinematografico natalizio e, in caso affermativo, di descriverla. Questi i risultati:

-un italiano medio poco intelligente e ironico

-i truzzi, gli arricchiti, i berlusconiani

-una persona senza cultura, che non legge e non si informa, non va al cinema abitualmente e non conosce la storia del cinema, probabilmente di centro-destra, con pregiudizi e priva di gusto e con la soglia e dell’attenzione e la capacità di concentrazione bassissime.

E’ interessante notare come il giudizio travalichi l’argomento di pertinenza (il cinema ed il gusto cinematografico) per fare irruzione nell’ambito politico; l’amante del “Cinepanettone” sarebbe, come vediamo, un berlusconiano o “probabilmente di centro-destra”, segmenti ai quali viene associata anche un’ignoranza ed una pesante mancanza di gusto di fondo, se non proprio una debolezza intellettiva. O’Leary rilancia, evidenziando come per il critico Francesco Piccolo, i “cinepanettoniani” siano addirittura “grassi”: (“la caratteristica dei miei vicini è che tre su quattro sono molto grassi”). Piccolo si riferiva alla sua visione della prima di “Natale a Miami”. Abbiamo quindi un ritorno all’antico concetto omerico del “καλὸς καὶ ἀγαθός” , dove ad una (presunta) rozzezza d’animo e d’intelletto corrisponderebbe, anche e addirittura, una sgradevolezza fisica ed estetica di base e viceversa (!)

Comune denominatore di un certo settore della critica nazionale è quello di vedere nella crescita dei generi cinematografico-televisivi cosiddetti “leggeri” uno scadimento del settore, scadimento identificato, a sua volta, come sintomo di una regressione della cultura generale e dell’elettorato. Tutto questo avrebbe come sbocco finale e ideale la simpatia per il centro e/o il centro-destra, categorie evidentemente localizzate ai margini della scelta intellettuale. E’ un postulato che ha interessato personaggi come Bongiorno, Sordi (ricordiamo il “ve lo meritate Alberto Sordi” di morettiana memoria), Franchi e Ingrassia, ecc, messi sul banco degli imputati, condannati e poi assolti da una tardiva quanto modaiola rivalutazione, e interi generi, dal “poliziottesco” alla “commedia sexy” e via dicendo. Si tratta, però, di un cavallo zoppo, menomato, essenzialmente, da due errori di fondo:

; la commistione, forzata ed onnipresente, tra arte e politica

; le arti non sono blocchi monolitici ma universi composti e multiformi in cui varie variopinte sono le proposte, le clausole e le opzioni di offerta, a seconda dell’artista e del suo pubblico di riferimento. Il “Cinepanettone” piace perchè rappresenta e descrive, nel bene o nel male, una fetta di Paese.

Secondo i sociologi Bathkin, Bordieu e King, era convinzione delle “élites” che che i generi culturali, di svago e di intrattenimento a loro rivolti e da loro concepiti fossero “migliori” rispetto a quelli studiati per le masse, e questo perché più elaborati. Si trattava, però, di epoche (il XIX secolo) nelle quali le “élites” intellettuali appartenevano anche ad una ristretta cerchia di benestanti (per questo avevano potuto accedere agli strumenti ed alle possibilità dell’istruzione) ed era quindi comprensibile che ad una maggiore libertà economica potesse corrispondere una maggiore sofisticatezza della scelta e della proposta. La moderna critica di sinistra, sempre attenta a bacchettare su tematiche socialmente sensibili, sembra però essere rimasta a quella vecchia ossificazione pregiudiziale, a quella sindrome da “primo stato” (e da primi della classe) tanto anacronistica quanto goffa e grottesca.