Le mafie, i pentiti e i pericoli dell’ingenua indignazione

E’ bene ricordare che l’abolizione della legge sul “pentitismo” è sempre stato uno degli obiettivi principali delle mafie.

Per riuscire a farla abolire, è bene ricordare anche questo, le mafie hanno sempre usato politici e opinionisti collusi, che avevano (ed hanno) il compito di far leva sull’indignazione popolare per gli sconti di pena e i benefici ai collaboratori di giustizia.

Menomare o cancellare quella legge (voluta anche da Falcone) sarebbe dunque un regalo clamoroso ai boss, un bene ed un vantaggio solo e soltanto per loro.

Facciamo attenzione.

Quelle “bombe” dal volo Ryanair

Persone borderline e pittoresche come la donna del volo Ryanair Ibiza-Bergamo sono degli “utili idioti”, funzionali alla narrazione “mainstream” che li mostra (e spesso li cerca) per delegittimare il pensiero critico, diverso, contrario. L’opposizione.

Anche argomenti più che razionali, nel caso di specie l’utilità delle mascherine o il loro obbligo in certe situazioni, vengono quindi banalizzati, screditati e sminuiti come fossero stupidaggini, cose grottesche e sui generis come grottesco e sui generis è stato il modo di porsi di quella passeggera o della “signora Coviddi”, altra “utile idiota” resa per questo popolare.

La tecnica dell’ “argumentum ad hominem”, che si va a saldare a quella della “falsa dicotomia” (e a molte altre); dobbiamo pensarla come X, altrimenti non potremmo che pensarla come Y, che è uno stupido, un ignorante, un irresponsabile. Un negazionista.

2 Giugno: e se avesse vinto la monarchia?

Immaginare cosa sarebbe accaduto se il 2 giugno 1946 avesse vinto la monarchia (al di là delle polemiche sui brogli, veri o presunti) è uno degli esercizi ucronici più affascinanti e allo stesso tempo più difficili e delicati.

Se è razionale pensare che gli Alleati, ancora presenti militarmente sul territorio italiano, e lo stesso Stalin avrebbero scoraggiato o stroncato sul nascere ogni azione rivoluzionaria delle sinistre massimaliste o un’invasione del modesto esercito titino, lo status della Corona quale garante del ristabilito ordine democratico e della tradizione avrebbe forse fatto venir meno la funzione della DC e dei suoi alleati di unici baluardi contro il comunismo. Sarebbe allora stato possibile un nuovo coinvolgimento dei socialisti e dei comunisti nel governo nazionale (auspicato dallo stesso Umberto II anche per giungere ad una piena pacificazione del Paese) e sarebbe stata possibile l’alternanza, con l’altro risultato di una progressiva e più rapida moderatizzazione delle due forze. L’Italia avrebbe così avuto un assetto bipolare stabile, come il resto del mondo occidentale avanzato.

Il ruolo, come si è detto, della Corona quale garante della tradizione e simbolo dei processi risorgimentali e unitari, avrebbe poi continuato a fare da collante, arginando o frenando certe derive anti-nazionali e anti-unitarie e rafforzando la coscienza nazionale.

Lo scenario descritto, in un certo senso di tipo “spagnolo”, non può tuttavia valutare e immaginare il peso che i trascorsi della monarchia con il Fascismo e Mussolini avrebbero potuto avere sul breve come sul medio-lungo periodo e, in via secondaria, l’effettiva capacità di un Vittorio Emanuele IV come regnante e capo di Stato. Due incognite importantissime, capaci di stravolgere e destabilizzare ogni previsione ed ogni assetto acquisito.

Il socialismo “evangelico”: una lezione di strategia e di “umiltà” per la sinistra (e per la scienza “di sinistra”)

Figura di cui oggi si è forse persa la memoria, Camillo Prampolini fu uno dei massimi esponenti di quel socialismo “evangelico” (di tendenza riformista) che oltre a ispirarsi al Cristianesimo delle origini per il suo carattere egualitario, anti-sistemico e rivoluzionario si distingueva per un approccio propagandistico e comunicativo diverso dal modello razionalistico tipico del socialismo fino a quel momento.

Attingendo anche alla cultura risorgimentale, del repubblicanesimo mazziniano e dal pensiero di scrittori d’area come Edmondo De Amicis, il socialismo “evangelico” faceva uso di un linguaggio semplice, diretto, e basato su esempi ripresi dalla vita di tutti i giorni e costruiti sul “framing”, così da raggiungere meglio l’uomo “comune”.

Quello che però è ancor più importante e indicativo, deplorava «l’ateismo irridente e l’empietà gratuita che contraddistingueva altri filoni e momenti della propaganda del movimento socialisa e anarchico, sottolineandone il carattere contropoducente e di boomerang rispetto alla causa. Si trattava di un’analisi di impronta realista, che coglieva un dato di fatto ed evidenziava un’intelligenza strategica rispetto ai processi di formazione del consenso (per meglio dire di “indottrinamento”) posseduta da questa frazione del PSI. Non proclamandosi apertamente anti-religioso, il socialismo evangelico voleva presentasi ai ceti popolari quale custode dei valori profondi del verbo antisigorile e pauperista del Figlio di Dio messo a morte dal potere politico ed economico dell’epoca, dei cui diretti eredi – gli sfruttatori delle masse – l’istituzione ecclesiastica era presentata come l’alleato; di qui treva origine la figura del Gesù socialista e rivoluzionaro, icona ricorrente negli articoli e, in maniera particolare, nei discorsi della minoranza riformita. L’evangelismo prampoliano diventerà, traghettando con sé anche ulteriori temi e motivi del caotico ma assai vivace calderone del socialismo popolare e letterario premarxista, uno dei fondamenti della propaganda e della stampa – ovvero della comunicazione politica – del Partito Socialista» (Panarari)

Con le sue intuizioni e i suoi indubbi risultati, il socialismo “evangelico” è un esempio attuale per ampi settori della sinistra, del riformismo e del progressismo (in questa fase storica anche per una certa scienza “di sinistra”) che sembrano aver imboccato una svolta elitaria, nella sostanza-politica come nella forma-comunicativa, non solo allontanandosi dalle comunità e dal paese “reale” ma addirittura segnalandosi per una vera e propria ostilità classista tanto sprezzante e aggressiva quanto insensata e controproducente.

Funivia: perché non è colpa del capitalismo

I tre arrestati per la tragedia della funivia non sono speculatori di borsa, capitani d’industria o stregoni della finanza deviata, ma un modesto imprenditore* e due suoi dipendenti che hanno cercato il sistema più irresponsabile e stupido per evitare un’ulteriore chiusura, dopo quelle imposte (per altri motivi) negli ultimi mesi.

Attaccare, come si sta facendo da più parti, il capitalismo e il “profitto” (concetto di per sé vago e usato spesso in modo ambiguo) per quanto successo a Stresa-Mottarone, è quindi una semplificazione, una forzatura ideologica.

Il più grande disastro in tempo di pace a memoria d’uomo, quello di Černobyl’, avvenne d’altro canto in un Paese socialista, non in un Paese capitalista, e fu determinato anche da meccanismi peculiari del sistema sovietico (in piena Guerra Fredda, il test che causò l’incidente serviva a verificare la capacità della centrale in caso di emergenza, come ad esempio una guerra con gli USA).

Il capitalismo può, insomma, causare dei problemi, ma non tutti i problemi sono causati dal capitalismo.

*l’impianto è della Regione (o del Comune di Stresa, non è chiaro) ma dato in gestione alla famiglia di Luigi Nerini dagli anni ’50

George Floyd, simbolo sbagliato di una causa giusta

La vicenda di George Floyd è un simbolo della violenza e della degenerazione delle forze dell’ordine (di una loro parte), negli Stati Uniti e non solo.

La vicenda di George Floyd è forse anche un simbolo del razzismo delle forze dell’ordine (di una loro parte), negli Stati Uniti e non solo. Forse, perché quel giorno, insieme a Chauvin, c’erano anche agenti non-bianchi e perché Chauvin era noto per aver usato violenza anche ai danni di cittadini bianchi.

Ma George Floyd non è e non può diventare il simbolo della lotta per l’emancipazione dei neri. Perché non è morto per quello e perché non è mai stato impegnato in quello. Metterlo nel pantheon con Rosa Parks, Muhammad Ali, Jackie Robinson o Martin Luther King sarebbe dunque sbagliato e improprio e farebbe un torto a lui come a chi ha combattuto, davvero, per i diritti della comunità afro-americana.

Meno che mai, George Floyd potrà diventare un’ icona universale, di tutti e per tutti. Perché era un ex criminale, un pregiudicato, che pure quel giorno, quello dell’ “I can’t breathe”, aveva commesso un reato.

Il trasporto emotivo e il moto di empatia che, logicamente, una tragedia simile possono provocare, non dovranno impedire una disamina razionale e lucida dei fatti, e questo anche se si vorrà onorare e rendere efficace e credibile la battaglia anti-razzista.

Funivia: solo in Italia (?)

Ogni giorno, in tutto il mondo, avvengono tragedie come quella della funivia o del ponte Morandi. Per dolo, per l’errore umano, per terribili fatalità, ecc. Chiunque vorrebbe non fosse così, ma la realtà è purtroppo questa. Basterà leggere un giornale o andare su YouTube per rendersene conto. Gli italiani sono tuttavia convinti che certe cose avvengano solo nel loro Paese, come sono convinti che solo nel loro Paese esistano persone come Pecchini. Un paradosso che è il risultato di tanta esterofilia e di tanto provincialismo, a loro volta determinati da ben noti e ampiamente discussi fattori storici e sociali.

Ricorda che non sei Burioni

Ci permettiamo un piccolo consiglio di comunicazione, gratuito: se volete risultare convincenti e credibili, quando parlate di Covid, non sposate mai un’idea in modo aprioristico, dogmatico (la Scienza non è religione ma ha nel dubbio e nella ricerca continua la sua bussola).

Se inoltre volete valorizzare e difendere il merito e il “principio di autorità”, fatelo sempre e non solo quando l’ “autorità” dice quello che vi piace, per poi magari canzonare o sminuire il tal scienziato o il tal tecnico se la pensano diversamente.

In caso contrario diventerete vulnerabili e deboli perché ideologizzati e incoerenti e vi esporrete alla sconfitta in un confronto dialettico. Magari potreste pensare di cavarvela “blastando” e sbeffeggiando l’interlocutore (non siete Burioni, non dimenticate nemmeno questo) ma l’esito sarà comunque e ancor più negativo e rimedierete una brutta figura con l’ “avversario”, con vi ascolta e/o legge (amici compresi) ed anche con voi stessi.

La sinistra, la destra e lo scambio di ruoli: un esempio che viene da lontano

L’ormai innegabile processo di avvicinamento*, politico, ideologico e culturale, della sinistra di governo, non solo italiana, alle élites sistemiche, potrebbe concludersi con un esito analogo (ma a parti invertite) a quello che vide democratici e repubblicani americani “scambiarsi i ruoli”, nella prima metà del secolo XX.

Le destre potrebbero cioè diventare il punto di riferimento, i depositari e i difensori delle istanze sociali mentre le sinistre rimarrebbero (questa l’unica differenza con lo scenario d’oltreoceano) in prima fila nella difesa dei diritti civili. In tal caso dovremmo tuttavia domandarci se, come e quanto la promozione e la tutela dei diritti civili sarebbe compatibile con gli interessi e la mentalità dei blocchi elitari, vecchi e nuovi.

Una situazione complessa, che nella variabile più estrema, paradossale e inattesa porterebbe le sinistre, sul lungo periodo, ad una torsione completa, a 360 gradi.

*processo nato e sviluppatosi con la moderatizzazione seguita al declino e poi al crollo del Comunismo, per ragioni di convenienza strategica e a causa della contrapposizione con le destre populiste

I messaggeri della vergogna

Questo titolo, che non esitiamo a definire scandaloso convinti di mostrarci indulgenti, può essere considerato la “summa”, il paradigma, il simbolo di ciò che è stata una parte del giornalismo italiano, purtroppo non minoritaria, negli ultimi 14 mesi. Un modo di fare informazione amorale e scorretto nella forma come nella sostanza, che ha visto la complicità, e forse questa è la cosa più grave e dolorosa, di un settore consistente di un certo movimento d’opinione razionalista e progressista, che anche stavolta tace, non reagisce e resta passivo, dimostrandosi di fatto d’accordo e connivente, ancora e di nuovo.

Volendo entrare, e lo si fa con disgusto, nel merito del titoletto, la correlazione andrà invece cercata, se proprio vogliamo, nelle chiusure, che hanno reso difficili o azzerato le manutenzioni e danneggiato i macchinari imponendone il fermo.

“Dal 1859 in poi i nostri giornalisti convertirono la nobile missione della stampa periodica in traffico indecoroso, giustizia vuole che io eccettui da questa severa accusa sei o al più otto giornali; gli altri si può dire che di buon grado si mettano ai servigi e alle voglie degli ambiziosi che pagano per far strombazzare i loro nomi, i loro progetti e soprattutto le loro candidature”; così scriveva oltre un secolo fa l’editore torinese Gasparo Barbèra. Poche cose sono cambiate, da allora.

Nota: la pagina Facebook “Abolizione del suffragio universale”, tra i fari di un certo radicalchicchismo arrogante e classista (e stupido), si concentra infatti solo su un titolo di Libero, forse discutibile ma di segno opposto (“E’ la tragedia di chi voleva tornare a vivere”). Un esempio da manuale di bias cognitivo.