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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Perché era sbagliato demonizzare la Cina, perché è sbagliato esaltare la Cina

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Oltre ad essere stato il diffusore del Coronavirus, con modalità ancora da chiarire (cattive condizioni igieniche? Pericolose abitudini alimentari? Esperimento militare?), la Cina ha tentato di nascondere il più possibile l’epidemia, fino a quando un medico di Whuan, il dr. Li Wenliang, non ha coraggiosamente sfidato insieme ad altri colleghi la censura di regime, rendendo di pubblico dominio l’emergenza.

Al netto di ogni ovvia e scontata condanna del razzismo e del pregiudizio contro quel popolo e quel Paese, esaltare la RPC, per gli aiuti che sta inviando e per il fatto di essere quasi riuscita ad azzerare i contagi (in questo favorita anche dai suoi metodi repressivi di natura illiberale) è quindi dl tutto irrazionale e fuori luogo.

Davvero sembra impossibile mantenere l’equilibrio. In questo senso non aiuta il substrato ideologico di molti.

 

CORONAVIRUS – Se è anche il medico è parte del problema.

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Se è vero che di Medicina dovrà occuparsi soltanto il medico, è altrettanto vero che, nel momento in cui il medico si rivolge al grande pubblico, entra in una sfera per la quale non è più attrezzato. Una sfera con regole, acquisizioni e dinamiche ben precise, delicatissima per il suo ruolo e per gli effetti che ha e può avere.

 

Volendo fare un esempio legato al Coronavirus, alcune terminologie (“pandemia”, “paziente asintomatico”, ecc) che da un punto di vista medico e scientifico hanno un significato , ne hanno un altro, magari opposto, per l’uomo “comune”, di conseguenza il medico dovrà farsi coadiuvare da un esperto di comunicazione* per non vanificare il proprio lavoro aggiungendo caos al caos, dubbi ai dubbi.

 

*meglio di “crisi” e sanitaria, “attiva” e “passiva”

Regionali: chiacchiere e citofono: quando non basta

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Le regionali ci consegnano un responso previsto e prevedibile. In Calabria si conferma il centro-destra dopo la parentesi Oliverio, ma soprattutto FI si conferma erede della DC (anche di certe sue pratiche clientelari). In Emilia-Romagna i cittadini non avevano invece motivo di cambiare il modello di gestione che ha contribuito a fare di quella parte d’Italia una delle aree più progredite del mondo occidentale.

A questo proposito, in Emilia Romagna, Salvini ha mostrato uno dei limiti “storici” della sua comunicazione e della sua politica. Se infatti Berlusconi era capace di adattarsi alle varie tipologie di elettorato che aveva davanti, scegliendo di volta in volta l’approccio più idoneo, il “Capitano” si mostra ancora una volta monotematico, anzi, “bis-tematico”; in un territorio avanzato e storicamente di sinistra qual è l’ Emilia Romagna, la strategia del citofono ha poca fortuna, lo spettro dell’Altro ha poca fortuna, il refrain della sicurezza non può bastare e il pittoresco stona.

Lui e i suoi consulenti di comunicazione politica (che in realtà non sono veri esperti della materia) dovranno fare di più e di meglio.

Perché Amadeus ha torto e ragione

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Le parole di Amadeus su Francesca Sofia Novello non andranno lette necessariamente come sessiste. Non è infatti da escludere volesse intendere che la sua futura collaboratrice sul palco dell’Ariston non utilizza la fama del compagno per farsi strada nel mondo dello spettacolo (anche se è innegabile che la relazione con VR46 le stia dando grande visibilità). Piuttosto è sessista e offensivo sostenere che dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, stupido e infondato cliché accolto e rilanciato da molti che oggi si dicono indignati contro il presentatore.

Quanto all’esaltazione della bellezza delle altre (Laura Chimenti, Sabrina Salerno, ecc) il “problema” parte da molto più lontano; finché tutti noi, il pubblico, a prescindere dal genere, continueremo a esigere certi canoni estetici da un personaggio della TV a scapito del merito, storcendo il naso di fronte a chi invece se ne allontana (pensiamo alle polemiche su Vanessa Incontrada), il contenitore sarà sempre valorizzato a scapito del contenuto e una certa cultura, vacua, rozza e discriminatoria, sopravviverà. Il discorso andrà ovviamente allargato a tutti gli altri ambiti e aspetti della nostra società.

Iran: “ordinaria amministrazione”

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Da molti anni e ben prima delle logiche delle guerre di quarta e quinta generazione, gli Stati Uniti e le altri grandi potenze (Italia compresa) ricorrono all’eliminazione fisica di soggetti ritenuti responsabili di atti terroristici e ostili contro i loro connazionali e rappresentanti all’estero. Degli inquilini succedutisi dal 2001 alla Casa Bianca, il Premio Nobel per la Pace Barack Obama è stato ad esempio quello che ha liquidato il maggior numero di terroristi islamici in operazioni di intelligence e con i droni (celebre, a riguardo, il caso del cittadino americano Anwar al-Awlaki, ucciso con un raid nel 2011* senza prove, senza processo e nonostante le richieste di clemenza del padre e di numerosi gruppi per la difesa dei diritti umani e civili).

Né, d’altro canto, è possibile negare le colpe di Qassem Soleimani, autore e fautore di veri e propri atti di guerra verso Washington (e i suoi civili) in quanto funzionario del governo iraniano. E ciò, al netto di ogni altra valutazione sull’illegittimità dell’occupazione americana e occidentale dell’Iraq. Per questo, le teorie che riducono il blitz a un “coup de théâtre” messo in atto da Trump in vista delle presidenziali, e per contenere lo sconquasso dell’impeachment, risultano abbastanza velleitarie e semplicistiche.

E adesso?
Se è vero che difficilmente un’azione tanto eclatante resterà senza risposta, è altrettanto vero che Teheran non può premettersi uno scontro frontale con gli USA e i loro alleati. Ben più probabile sarà un aumento degli attacchi terroristici contro americani e israeliani (anche ad opera di lupi solitari) e manovre di “guerra ibrida”**, come scelte ritorsive di natura economica e commerciale. In tal caso, a pagare sarebbero soprattutto gli europei, che hanno nell’area più interessi rispetto agli USA e mancano di una strategia unitaria e completa, divisi, introversi e privi di quella “solidarietà di blocco” (De’Robertis) che ne ha spesso caratterizzato la politica estera. A costituire un’incognita è anche il programma nucleare iraniano, che gli Ayatollah potrebbero adesso voler proseguire e ultimare.

*due settimane dopo venne ucciso in un raid americano anche il figlio 16enne

**E’ idea diffusa, tra gli esperti di comunicazione, che il concetto di “guerra ibrida” sia nuovo, almeno per ciò che riguarda gli aspetti legati alla propaganda ed alla manipolazione di quel tipo di strategia. Più precisamente è il saggio “Unrestricted Warfare”, scritto nel 1999 dagli ufficiali dell’Esercito cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui (in pratica una guida per affrontare stati militarmente più forti, come gli USA, senza ricorrere allo scontro frontale) a essere indicato cone il “manifesto” della “guerra ibrida”. A ispirare Qiao Liang e Wang Xiangsui fu proprio lo smacco per il bombardamento americano dell’ambasciata cinese a Belgrado durante l’operazione “Allied Force” del marzo-giugno 1999.

Dacia non sa

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Con il suo articolo di qualche giorno fa, Dacia Maraini ha raccolto e rilanciato uno dei pregiudizi-cardine dell’antisemitismo storico, cioè l’idea secondo cui Cristo e il Cristianesimo avrebbero rappresentato una svolta salvifica e un’evoluzione rispetto alla tradizione ebraica, percepita come oscurantista, violenta, primitiva e immorale.

La biografia della Maraini suggerisce non avesse intenzione di sferrare un attacco antisemita e più probabilmente alla base di un simile passo falso c’è stata solo la scarsa conoscenza di un argomento complesso e impegnativo, per i teologi come per gli storici (l’Ebraismo ha tratti radicali ma contiene anche un messaggio di pace e amore, come del resto il Cristianesimo o l’Islam).

Tuttavia, chi ha una certa visibilità dovrebbe muoversi con maggiore attenzione e senso di responsabilità, evitando tematiche che non padroneggia, soprattutto se così delicate.

Il raffinato credulone

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Secondo un’indagine sulle “fake news” e il loro impatto svolta da Demos nel dicembre 2017 (“Gli Italiani, Internet e le Fake news”, questo il titolo della ricerca), i più vulnerabili alle “bufale” erano e sono i giovani (soggetti da 25 anni ai 34 anni) e i più scolarizzati (soggetti in possesso di un diploma o di una laurea).

 

Simile anche il dato relativo agli elettorati, con un 33% di simpatizzanti del PD che affermava di aver creduto a una notizia falsa contro il 37% dei simpatizzanti della Lega. Un po’ più alto, restando ai tre grandi partiti, il dato sul M5S (52%), mentre maschi e femmine dimostravano di essere caduti nella trappola delle “fake news” in egual misura (40% e 40% degli intervistati).

 

Con il rigorismo della testimonianza empirica, lo studio di Demos contribuisce a smentire la mitologia che vuole un certo segmento immune alle suggestioni dell’emotività e del coinvolgimento ideologico; camere d’eco, bias, fallacie logiche, conoscenza biografica, ecc, agiscono, in buona sostanza, anche tra persone di sinistra, giovani e istruite (almeno sulla carta), allorquando funzionali a puntellare, confermare e rafforzare convinzioni pregresse.

 

Emblematico, a riguardo, il fatto che anche testate impegnate nel debunking abbiano accolto e diffuso, senza riserve e senza un approfondito esame di verifica, lo scoop sugli insulti alla madre nigeriana al pronto soccorso dell’ospedale di Sondrio (la notizia aveva una sola fonte, una testata locale, ed è oggi al vaglio deli inquirenti). Come del resto insegnava Machiavelli, “sono tanto semplici gli uomini e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.”

Sardine: prime nuotate, prime ombre e prime luci

sardine2Generici ma in linea di massima condivisibili, i punti programmatici delle Sardine tradiscono tuttavia anche una certa ingenuità “analogica”. Benché frutto di un comprensibile rigetto per la bulimia newmediatica di personaggi come Salvini, l’idea che un politico e una figura istituzionale debbano comunicare solo attraverso i canali istituzionali, tralasciando i social, è anacronistica, irrazionale e inattuabile, un voler gettare l’acqua con il bambino (abbastanza ambiguo anche il “Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti”)

Una nota positiva, per certi versi di importanza storica, arriva invece dalla presenza dell’Inno di Mameli nelle loro piazze. Ciò interviene a rompere una tradizione, velatamente anti-nazionale, della sinistra movimentista (e non solo movimentista), che in nome di una lettura arbitraria dell’internazionalismo marxiano e del tabù del Ventennio ha sempre associato il patriottismo e l’identitarismo al Fascismo.

POLITICA INTERNAZIONALE – La lezione dei “falsi amici”

 

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La delirante e irresponsabile minaccia di Trump all’Italia (portare i dazi al 100% qualora Roma approvasse la Digital Tax) costituisce una duplice lezione per i sovranisti di casa nostra.

I sovranisti e i nazionalisti stranieri non sono infatti nostri amici ed alleati, se non per raggiungere un obiettivo comune. Sono, al contrario, spinti all’introversione, mossi esclusivamente dall’interesse particolare dei loro paesi, il ché può indurli a diventare nostri avversari, anche pericolosi.

Il no del gruppo di Visegrád alle ipotesi di rivedere i trattati sulla gestione dei profughi, così da alleggerire la nostra situazione, e l’ostilità dell’austriaco Sebastian Kurz*, dell’olandese Mark Rutte e del finlandese Juha Petri Sipilä verso le richieste del Conte I di una maggiore flessibilità sui nostri conti, ne sono ulteriori dimostrazioni.

Al contrario, possono essere, sono e sono state le organizzazioni sovranazionali democratiche (specialmente se con una fisionomia non intergovernativa) a difendere e tutelare il collettivo, tenendo a bada la vecchia “raison d’Etat” con il suo carico di incognite.*

*con la proposta di concedere il passaporto austriaco agli altoatesini tedescofoni, Kurz ha di fatto anche cercato di infliggere un colpo mortale allo Stato italiano, attentando alla sua unità

Una sardina nel mare

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Oltre la suggestione per le piazze colorate, la severità dei numeri racconta di qualche migliaio di manifestanti su una popolazione residente di circa 61 milioni di persone. Ma c’è di più; ad oggi, le “sardine” non hanno ancora una vera e propria linea programmatica e di indirizzo, non hanno una struttura organizzativa compiuta e non possono contare su figure di riferimento forti, come era ed è ad esempio Grillo per il M5S.

Una certa ostilità al PD e a IV interviene inoltre a complicare le cose, qualora il movimento nato a Bologna decidesse di prendere parte alle elezioni: con chi allearsi? Cosa fare della propria (eventuale) dote elettorale? Un interrogativo non da poco, un’incognita che potrebbe trasformare le “sardine” in un problema in più per il centro-sinistra, invece di essere un suo valore aggiunto.

Se quindi da un lato la sinistra fa bene a esultare per questa nuova ondata di vitalità spontaneista che sfida a viso aperto Salvini, dall’altro non può che interrogarsi su un fenomeno chiamato a decidere, e al più presto, cosa vorrà fare da grande, per non finire “giù per terra” come accade ai girotondini di morettiana memoria.