Il cosmonauta cecoslovacco Vladimir Remek fu il primo non sovietico e non americano ad entrare in orbita, dal 2 al 10 marzo del 1978, a bordo della Soyuz-28. Secondo alcuni, la scelta di un cecoslovacco fu dettata da motivi di “calcolo”; dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia, Mosca cercava un gesto distensivo nei confronti del suo satellite. Indipendentemente da questo, Remek era molto fiero della sua appartenenza al sistema socialista, così come era fiero del suo Paese, in quella commistione tra marxismo e fanatismo patriottico tipica delle realtà d’oltrecortina. Vedere il mondo dall'”alto” e così piccolo, però, gli fece cambiare totalmente prospettiva, spogliandolo di qualsiasi orientamento di tipo nazionalistico. “Posso dire che quest’esperienza ha cambiato radicalmente la mia vita. A 30 anni mi sono reso conto che il pianeta Terra ha una dimensione finita. Ci vuole appena un’ora e mezza per girargli attorno, a quella quota. Questo ha influito sul mio modo di vedere le cose. Ha reso più profonda la mia fede nel lavoro per la pace in questo pianeta. E naturalmente mi ha aiutato a vedere le cose con maggiore distacco, e perciò a mantenere una visione più ampia”. Queste le parole di Vladimir Remek, durante un’ intervista
Archivio mensile:Maggio 2013
Sognavamo un’altra vita. I bimbi de L’Aquila
Un amico, candidato sindaco per Massa, ha realizzato un collage di foto, piccole foto dei suoi amici e collaboratori da bambini, con su scritto: “SOGNAVANO UN’ALTRA CITTA'”. Non voglio entrare nel merito della sua campagna elettorale e del suo lavoro, tantomeno fargli uno “spot” (politicamente siamo molto distanti e lui lo sa), ma ammetto che quest’idea, questo manifesto, sono riusciti a farmi un certo “effetto”. In quei bambini, ho rivisto i bambini di un’altra città, qualche centinaio di chilometri più a sud, e in quella domanda, ho sentito anche la loro domanda, con un’aggiunta: SOGNAVAMO UN’ALTRA VITA. Un’altra vita, senza dubbio. Una vita innanzitutto più lunga. Invece, la cupidigia criminale di pochi e l’incompetenza di tanti, hanno devastato sia la comunità di mattoni che quella di anime, soffocando la seconda sotto la polvere esausta della prima.
Buon lavoro e buona fortuna,Dott. Cialente
Il primo cittadino aquilano, Dott. Massimo Cialente, ha “rinunciato” alla sua fascia tricolore, spedendola all’indirizzo del Quirinale, e ha disposto la rimozione della bandiera italiana dai pennoni del Comune (atto, a mio avviso, valicante il perimetro della legalità, oltreché del buongusto). “Noi qui stiamo letteralmente crepando”, è stato lo sfogo/motivazione di Cialente. Posso comprendere, Signor Sindaco, la difficoltà, estrema, che il Suo ruolo comporta, in special modo in una fase tanto critica per la nostra comunità, e per tale ragione Lei ha sempre potuto contare sul mio personalissimo appoggio e sostegno, in questi anni di dura, durissima lotta contro tutti e contro tutto. Questa sua ultima sortita, però, mi ha negativamente scosso e negativamente impressionato, e non posso, di conseguenza, fare a meno di ricordarLE quando nella famosa “biciclettata” di 1 anno fa Lei diceva e prometteva: “ci risaremo tutti, si ricamminerà sotto i portici, la città sarà molto più ricca, saremo arrivati ad 85 mila abitanti, ci sono 5 miliardi da spendere, prendo in mano tutto io”. Ora Lei dice che i soldi non ci sono. Anzi, ci sono, ci sarebbero, ma sono bloccati dalla nostra elefantiaca burocrazia. Ma è possibile se ne sia accorto solo ora? Possibile che un uomo intelligente, capace e, soprattutto, esperto della pubblica gestione come Lei, non fosse a parte di certe lacune e falle del nostro ingranaggio amministrativo? Perché, allora, tutte quelle promesse? Leggerezza? Eccesso di ottimismo? O cos’altro? Rimetta quella bandiera al suo posto, Signor Sindaco; non si arroghi diritti e prerogative che non Le competono. In un certo senso, Lei rappresenta anche me (aquilano emigrato) e rappresenta ancora quelle 309 persone. Buon lavoro e buona fortuna.
Letta-nuova DC? E perchè no?
Tra i molti epiteti e le molte etichette con cui il Governo Letta è stato e viene classificato, spicca la definizione di “nuova Democrazia Cristiana”, formula utilizzata in senso e con intento dispregiativo, sminuente e canzonatorio. Non sanno, non ricordano o fingono di non sapere o di non ricordare, costoro, che la democrazia e la libertà di cui tutti possiamo godere (pur tra molte e molteplici storture e limitazioni) , è merito proprio di quella “balena bianca” oggi tanto sbeffeggiata e assurta a paradigma del peggio. E’ altresì grazie alla DC, depositaria e “braccio politico” della dottrina sociale della Chiesa cattolica (fin dai tempi della “Rerum Novarum”, quando era un sindacato), se l’Italia ha potuto dotarsi di un’architettura welfare tra le più avanzate, complete e competitive del circuito occidentale (implementando e perfezionando in questo senso l’opera giolittiana), ed è, anche, grazie alla DC, se oggi possiamo vantare quella che forse è la carta costituzionale più avanzata e moderna, anche in senso cronologico, dell’intero pianeta. La cosiddetta “democrazia bloccata” (mancanza di alternanza) e l’insabbiamento delle vicende meno chiare e più dolorose del segmento temporale primarepubblichista, non sono da imputare al partito di Piazza del Gesù, ma all’esigenza di tutelare quegli equilibri yaltiani che al tempo della “dottrina Breznev” non potevano essere alterati e manomessi. L’Italia, potenza perdente, era stata destinata al “mondo libero” e la mancanza di alternative liberali a destra (il partito più corposo era il neofascista MSI) e a sinistra (il PCI faceva la parte del leone), imponevano la salvaguardia e la “blindatura” dell’unica formazione liberale ed atlantista in grado di contenere gli estremismi di opposta matrice, preservando lo status quo democratico. Per questo, Mani Pulite esplose (fu fatta esplodere?) proprio nel 1992, a pochi mesi dal crollo dell’Unione Sovietica (1 gennaio 1992) e per questo, la Mafia, imprescindibile serbatoio di voti in una delle regioni più importanti del Paese, in quel 1992 “perse la testa”, dando il via alla stagione delle stragi, perché la vecchia politica non riusciva più a coprirla, non riuscendo più a coprire se stessa. Caduti gli equilibri est-ovest, caddero anche le sue strutture di sostegno in Italia. La destra e la sinistra nostrane non ebbero mai una Bad Godesberg, questa fu la radice di ogni male; colpa prima ed unica, ancora una volta, dell'”uomo qualunque”, di quell’elettore sempre irretito dal fascino dell’estremismo illiberale, della demagogia pericolosa e dal volto schiavizzante che ogni pensiero totalitario reca con sé, con il suo ventaglio di soluzioni “facili”, e che tanta presa riesce ad avere, soprattutto a certe latitudini, nella realtà latine. Colpa nostra il silenzio su Ustica, colpa nostra il silenzio su Piazza Fontana, colpa nostra l’affaire Moro e il “piano Viktor”, colpa nostra la strage di Via D’Amelio. Non della DC o degli USA. Non di Giulio Andreotti. L’Agenda Rossa? E’ nascosta nelle scrivanie (e nella coscienza) di ciascuno di noi.
Cécile Kyenge:orgogliosamente italiana
Ricordiamo che la dottoressa Cécile Kyenge, medico oculista ed attuale Ministro per l’Integrazione, è cittadina italiana a tutti gli effetti e che risiede in Italia dal lontano 1983. Ricordiamo, inoltre, che durante i primi anni nel nostro Paese, la dottoressa Kyenge si pagava gli studi lavorando come badante, senza padri o madri a coprirle le spalle (a differenza di molti tribuni da salotto). L’Italia è, soprattutto dal 476 dc, un melting pot di etnie e culture, una fusione di mondi e percorsi nella quale nessuno si trova nella condizione di rivendicare primati di originalità. P.s: Io stesso ho sangue francese e germanico, ma non per questo sono francese o tedesco.
Ereditarietà del malcostume
Politichetti di lungo corso, consiglieri “ad nauseam”, che passano ai figli il proprio “pacchetto” storico di voti, e con esso il loro seggio, come se si trattasse di un feudo. Rampolli digiuni di politica e di prassi della pubblica gestione che, forse, otterranno addirittura una sedia dietro la grande scrivania, quella al centro della sala. Perché, si sa, una mano lava l’altra, anche se la faccia poi rimane sporca. Ma il pesce non puzza dalla testa, come una vulgata ultimamente tanto in voga vorrebbe far credere alla “massa” tanto desiderosa di assoluzione, bensì dalla coda; colpa prima ed ultima è di chi accetta questi immondi travasi, colpa è dell’uomo qualunque, che sceglie di non scegliere, affossandosi per innalzare il nulla di nulla agghindato Bonne nuit.
P.s: se questo è il nuovo, io sono Georges Jacques Danton
Il pacifismo sconosciuto delle Tregue di Natale
Il movimento pacifista internazionale e, purtroppo, anche la storiografia accademica, hanno relegato in un angolo, se non dimenticato (almeno fino al lavoro di Christian Carion) le “tregue di Natale” del primo conflitto mondiale. Tale fenomeno rappresenta, almeno nel solco della storia contemporanea, l’esempio più alto, perché più genuino, dell’aspirazione dell’uomo civilizzato alla convivenza pacifica, motivo per cui apparre utile, giusto ed opportuno sia riscoperto, riletto, rinarrato (senza limitarsi al fronte nord-occidentale, dato che le pacificazioni si verificarono, fino al 1918, anche sul fronte italiano ed in Asia). La “colonizzazione culturale” americana ha sfortunatamente spostato, anche in questo caso, l’attenzione alle immagini ed alle icone provenienti dal loro vissuto (la bambina di Nick Ut, ad esempio), ed è questa una limitazione che rende monca e viziata la lettura e l’interpretazione di ciò che siamo e della nostra “istologia civile”.
“La piccola pace nella grande guerra. Fronte occidentale 1914: un Natale senza armi”, di Jürgs Michael. Il libro più completo, a tutt’oggi, per chi desideri approfondire l’argomento.
Stati Canaglia e distorsioni mediatiche.
Tra le opzioni messe in campo da Washington per piegare la resistenza vietnamita, vi fu il ricorso all’atomica, caldeggiato dall’allora inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, Richard Nixon, ma osteggiato dal suo Segretario di Stato, Henry Kissinger (una soluzione d questo tipo avrebbe esasperato lo sdegno anti-americano per il conflitto asiatico e scatenato, probabilmente, la reazione nucleare sovietica). Ricordiamo che, in Indocina, gli USA facevano già abbondante ricorso ad armi chimiche, come le bombe al Napalm ed al fosforo (utilizzate in modo massivo e massiccio contro la Cambogia, stato non belligerante). Ricordiamo, ancora, che l’ipotesi nucleare venne presa in considerazione anche ai tempi della Guerra di Corea (Truman e MacArthur avevano individuato oltre 20 bersagli da colpire in Cina); anche in questo caso, l’attacco atomico venne accantonato per il rischio (soltanto per quello) di una reazione di risposta da parte di Mosca. Ricordiamo, infine, l'”Incidente del Tonchino”, “casus belli”, poi rivelatosi fasullo, con il quale l’amministrazione Johnson dette il via all’intervento militare contro Hanoi (“diavolo, quegli imbecilli, stupidi marinai sparavano soltanto a pesci volanti!”, ebbe ad ammettere lo stesso Johnson). Media, “think tank” ed agenzie di PR, riescono a creare una distorsiva lente caleidoscopica, capace di agitare sia la propaganda “grassroots” (diretta agli strati più bassi della popolazione, il “grass”), sia “‘treetops'” (diretta agli strati più alti, il “tree”), sia “grigia” (accreditando notizie parzialmente non vere), sia “nera” (accreditando notizie del tutto fasulle). Questo, però, non sarebbe possibile se il potere, ovvero la leva delle propaganda e dei suoi strumenti, non fosse in grado di contare sul carburante dell’ottusità ideologica, che crea una predisposizione al convincimento (ai tempi della Seconda Guerra del Golfo, la percentuale deglii utenti televisivi che credevano maggiormente al mito delle armi di distruzione di massa irachene, vedeva un aumento esponenziale tra gli abituali del canale “FOX, tradizionalmente vicino al GOP).
Il pessimismo che fa moda..ma che fa male.
Tanto irritante quanto socio-antropologicamente curioso e degno di studio, l’arsenale di idiozie messo in campo dal qualunquismo popolare durante occasioni e ricorrenze quali il Primo Maggio. Ogni anno si ripete lo stesso spettacolo, rutilante di nulla: tutto va male e tutto andrà male. Ovviamente, come nelle migliori tradizioni del disfattismo nazionalpopolare, si evoca ed invoca un passato mitico ed aureo che, vorrei chiedere a costoro, in quale epoca troverebbe collocazione, dato il carattere sempiterno e costante di questo “inverno nucleare” sociale ed economico. Ps. Il pessimismo viene visto come un “must”, prova ed attestato di intelligenza, capacità di scavo ed allergia sensoriale. È, invece, l’esatto contrario, come lo sono tutti gli estremismi e gli arroccamenti aprioristici. Al suo nulla segue il vuoto della non-proposta, in una costante opera e prassi di modaiola lamentazione.