La storiografia dei dilettanti

Non a tutti è consentito prescrivere ricette

Non a tutti è consentito vendere medicinali

Non a tutti è consentito eseguire un intervento chirurgico

Non a tutti è consentito presentare progetti per la costruzione di un edificio

Non a tutti è consentito assistere un cittadino in tribunale

Non a tutti è consentito condannare un cittadino in tribunale

Non a tutti è consentito insegnare chimica

Non a tutti dovrebbe essere consentita la pubblicazione di testi storiografici.

Purtroppo, la banalizzazione della materia (che ricordo essere una scienza) ed il suo confinamento nell’alveo della standardizzazione, sono il prodotto di un equivoco culturale e concettuale che vede nella storiografia una parente stretta, se non una propaggine, dell’arte e della politica quando non addirittura uno svago hobbistico, accessibile, pertanto, all’intervento di chiunque. Rigide e definite sono invece le traiettorie entro le quali deve snodarsi e prodursi il lavoro di scavo, analisi, raccolta ed elaborazione del percorso umano, difatti rigorosamente e puntualmente sfrondato, quando appartiene ad un “professionista”, di quel corredo di attribuzioni mitologiche peculiari, al contrario, dell’ indagine dilettantistica. Ma c’è di più: il portato storico è il perno e l’architrave di una comunità, di conseguenza una sua interpretazione approssimativa, fallace e capziosa può generare metastasi letali per la vita della comunità stessa, gettando sul sentiero della convivenza fraintendimenti, rancori, pregiudizi e pericolosi revanscismi. Rammento furono proprio una storiografia ed una pubblicistica ideologicamente capziose a gettare i semi del primo e del secondo conflitto mondiale

Il grande bluff: la storia la fanno gli storici,non i vincitori

Tra i bastioni di una certa mitologia banalizzante la storia e la storiografia, se ne segnala uno in particolare, per inconsistenza logica e capziosità ideologica. Si tratta di un refrain tradizionalmente in uso (e in abuso) in via prevalente presso quelle comunità che hanno perduto una scommessa con le dinamiche materialistiche, un martellamento mantrico tanto chiassoso quanto fragile, contraddittoria e complessa è la posizione cui deve ergersi a difesa. Questa formula, un ibrido tra la provocazione e l’alibi, è la seguente: “la storia è scritta dai vincitori”. Ho parlato di inconsistenza logica per due motivi: 1) tutti possono scrivere e pubblicare un testo storiografico, anche attraverso canali importanti. Prendiamo Pansa o i revisionisti risorgimentali; costoro lamentano (o rivendicano?) il ruolo dei vessilliferi dei vinti (se non dei vinti stessi), con tutto il carico di marginalizzazione che questo “status” dovrebbe comportare, però trovano ampio spazio nei più importanti canali editoriali, sui media, sui giornali, ecc. 2) La storia è un insieme di fatti realmente accaduti e per questo immutabili, e la storiografia si pone, secondo la traccia tucididea, come loro ricerca, catalogazione ed analisi dinamica. Lo storico può offrire la propria lettura dell’evento, ma non può occultarlo o sabotarlo. In caso contrario, ci troveremo dinanzi al propagandismo, bianco, nero o grigio che sia, ma che è e rimane cosa ben diversa dal rigore scientifico del vaglio storiografico. Ancora un esempio: la saggistica accademica ci offre un vasto e variegato ventaglio sulle cause dello sfaldamento del cosiddetto “Impero Sovietico”; chi lo imputa (pochi osservatori e prevalentemente di nazionalità italiana o polacca) al ruolo di Giovanni Paolo II e del Vaticano, chi all’azione riformatrice di Michail Gorbačëv e del gruppo degli economisti yeltsiniani, chi, ancora, al gioco al rialzo di Ronald Reagan sugli armamenti, che avrebbe costretto l’URSS a depauperare le sue già fragili casse per non perdere terreno rispetto agli USA, chi alla balcanizzazione etnica dell’URSS e di alcuni Paesi d’oltre cortina, l’ “Impero esterno” (balcanizzazione che avrebbe svolto un ruolo centrifugo e disgregante), chi alla scarsità dei beni di consumo rispetto al comparto capitalistico (i piani quinquennali predilessero sempre lo sviluppo dell’industria pesante) e così via. Ognuna di queste teorie trova spazio nella piattaforma interpretativa di studiosi di provato credito quali Aganbedjain, Dibb, Gaddis, Brzezinski, Guerra, Skidelskty, ecc. Ci sono, però, una serie di dati incontrovertibili, cui nessun lavoro di scavo, sincronico o diacronico, può sfuggire:

1: Il Blocco non era retto da formule istituzionali democratiche

2: Il “gap” economico con l’occidente

3: Le spinte centrifughe delle comunità nazionali sovietiche e delle democrazie popolari europee.

Nessuno, quindi, può negare o espellere dal proprio ragionamento una serie di parametri fattuali tanto definiti e lineari, pena la trasformazione della storiografia in propaganda di tipo “politico”. P.S: Chi scrive è un estimatore delle democrazie popolari e della loro esperienza, ma ciò non mi ha impedito di imbastire una tesi sfrondata dai miei condizionamenti ideologici e personali.