Il “muro” ungherese. Perché non è colpa di Orbán.

filo-spinato-RIDLa diffidenza verso il premier ungherese in ragione della sua appartenenza ideologica e l’impatto emotivo scaturito dalle immagini del muro al confine con la Serbia e del suo filo spinato rappresentano un cocktail che altera la visione dell’emergenza-profughi, suggerendo reazioni ventrali, concentrate ai poli.

E’ tuttavia utile e necessario ricordare come la limitata capacità ricettiva dell’Ungheria (un Paese di soli 93.030 km², con un’economia ancora in fase di ristrutturazione dopo il cinquantennio comunista) e la latitanza di Bruxelles non lascino a Budapest altre soluzioni al di là di una politica di contenimento.

Alle istituzioni comunitarie il dovere e l’obbligo di alleggerire il peso sostenuto dagli stati oggi diventati le porte di accesso della disperazione (sono 3000 gli arrivi di migranti nelle ultime 24 ore nonostante la barriera voluta da Orbán ), abbandonando l’ipocrisia inerte e sterile delle condanne a questa od a quella cancelleria.

Le strategie di Kim Jong-Un e il fantasma di Boris Yeltsin

La strategia messa in campo negli ultimi giorni da Kim Jong-Un attraverso il poderoso ricorso alla retorica bellicosa si muove e si snoda, essenzialmente, sulla linea di tre direttrici:
-la ricerca di una legittimazione interna per la sua leadereship giovane ed ancora instabile;
-l’esigenza di accattivarsi la potente casta delle forze armate,
-il bisogno, assoluto ed imprescindibile, di contrattare aiuti per un’economia stremata che allo stato attuale ruota intorno allo spaccio su larga scala di sostanze stupefacenti (i pusher in molti casi sono addirittura gli stessi diplomatici).
In questo, il giovane Kim ricorda Boris Yeltsin, costretto a mostrare muscoli che era ben lungi dal possedere (e l’Occidente lo sapeva, tanto da permettersi di affondargli il Kursk ed attaccare la Serbia) per legittimarsi di fronte ad un popolo sfiduciato, ad un esercito frustrato dai tagli ed ottenere le iniezioni economiche di cui le casse russe, devastate da 75 anni di comunismo, necessitavano come di ossigeno. Non dobbiamo però dimenticare che la Corea del Nord, pur essendo “soltanto” uno “junior nuclear State” (dispone di 8 ordigni di potenza inferiore a quelli sganciati sul Giappone imperiale), contrariamente alla Russia di “Corvo Bianco” è un Paese del tutto cristallizzato (e cristallizzante), impermeabile e capitanato da un soggetto il cui reale equilibrio umano e politico deve ancora essere testato. Per questo, nonostante i “secret agreement” allo studio e al vaglio delle diplomazie, la crisi non va presa sottogamba.