Importanza storica ed imperativo etico del Concordato e dell’ Accordo di Villa Madama

Imperfetto, obsoleto e senza dubbio da riformare, il Concordato del 1929 tra l’allora Regno d’Italia e la Santa Sede intervenne tuttavia a ricomporre una frattura sessantennale, potenzialmente pericolosa per la stessa integrità nazionale italiana, venutasi a creare con la presa di Roma nel 1870.

Entità sovrana e riconosciuta dalla comunità internazionale fin dal 787 dopo le vittorie di Pipino il Breve e di Carlo Magno contro i Longobardi ma “de facto” già presente sulla scena storica tra i secoli IV e VI, lo Stato della Chiesa aveva quindi sulle spalle oltre un millennio di vita quando fu attaccato, invaso ed annesso da un Regno neonato (una soluzione di questo genere collocata nel presente scatenerebbe la reazione armata del mondo democratico) che lo spogliò delle sue prerogative legittime e consolidate.

Chi, in special moda a sinistra, parla di “invasione” in riferimento alla guerra contro il Regno delle Due Sicilie (dimenticando la tradizione risorgimentalista del PCI), cambia invece traiettoria logica e “modus cogitandi” quando l’analisi sosta sul 1870; si tratta di un doppiopesismo che trova origine e spiegazione nella partigianeria ideologica più immatura (in questo caso sotto forma di anticlericalismo).

Chi scrive è un risorgimentalista ed un sostenitore di Giovanni Lanza, ma prima di tutto un tecnico ed un tecnico imparziale (mi sia perdonata l’immodestia)

Sulla laicità.La lezione dell’ “Italietta liberale”

Il 21 giugno del 1917, un piccolo foglio di ispirazione cattolica, “Il Corriere del Friuli”, pubblicò un articolo dal titolo: “La parola alla trincea”. Si trattava di un pezzo estremamente duro nei confronti della guerra, scritto in un momento di grande e diffusa stanchezza e logoramento da parte delle truppe e in cui la Santa Sede si stava attivando per favorire la fine delle ostilità (il progetto di Benedetto XV era quello di “levare un sasso dopo l’altro dai muri delle Potenze belligeranti”). Il Governo e la Magistratura reagirono con fermezza, denunciando e mettendo agli arresti l’autore del corsivo (Don Guglielmo Gasparutti) e il direttore della testata (Don Gabriele Pagani) con l’accusa di “aver tentato di indurre i militari che si trovavano al fronte a ricusare obbedienza all’ordine di combattere”. Era infatti opinione delle nostre autorità, civili e militari, che gli sforzi attuati dalla Chiesa per il raggiungimento della pace fossero sbilanciati a favore degli Imperi Centrali, in modo iniquo e partigiano. “L’iniziativa del Papa, nei termini in cui è fatta, non può che riuscire sterile, se non dannosa: un buon padre dimostra davvero di voler bene ai suoi figlioli ispirandosi ad un solo criterio di giustizia tra loro, che non può essere quello di uguaglianza tra colpevoli e non colpevoli. Né la Germania né l’Austria possono invocare la parabola del Figliol Prodigo”*. Questa l’opinione di un ufficiale italiano, caduto sul Grappa e decorato alla memoria. La stessa Santa Sede intervenne celermente interrompendo le pubblicazioni del giornale, in modo da evitare ulteriori problemi ed imbarazzi con Roma. Ancora, due anni prima l’Italia aveva impedito che tra le clausole del Trattato di Londra venisse inserita la possibilità di partecipazione da parte del Vaticano al tavolo della pace (Articolo 15); il timore del nostro Governo era di vedere compromessa e ridiscussa in sede internazionale la “Legge delle Guarentige”.

Azioni forti ed estreme, dunque, in una porzione temporale (quella tra la Breccia di Porta Pia e i Patti Lateranensi ) in cui l’Italia sperimentò un percorso laico ed affrancato dalle ingerenze clericali assolutamente inedito, rivoluzionario ed impensabile in una comunità a maggioranza cattolica, ieri come oggi.