Perché Enrico Rossi ha sbagliato con quella foto insieme ai ROM.

Farsi fotografare insieme ad una famiglia ROM* è, da parte di un’alta carica istituzionale, un gesto di grande responsabilità civile e sociale in sé (compito delle istituzioni democratiche, anche quello di combattere e disinnescare il pregiudizio etnico e culturale).

Rischia di trasformarsi tuttavia in un boomerang dal punto di vista comunicativo e politico non tanto perché “alza la palla” ai movimenti a propulsione demagogica e ventrale, ma se e quando il personaggio che rappresenta l’istituzione in questione non ha alle spalle un iter nelle politiche per l’accoglienza e, soprattutto, non è del tutto cristallino, come nel caso del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi (si veda, ad esempio, il buco di 400 milioni nella Asl apuana).

La sua mossa apparirà dunque del tutto demagogica ed ipocrita, uno spot che non può né potrebbe convincere. In buona sostanza, il pubblico potrebbe accettarla e comprenderla da un’Emma Bonino, ma non dal “signor Rossi”. *Inoltre, non dimentichiamo che i Rom sono una popolazione molto particolare, con una cultura del tutto singolare e complessa. Elitari, rifiutano l’integrazione con le altre comunità e si segnalano per una diffusa attitudine all’illegalità. Questo è il quadro reale dal quale è necessario partire, ben diverso dall’immagine creata da una certa sinistra condizionata da un socialismo di tipo umanitario ed utopistico

Il caso della bambina bionda nel campo Rom; eziologia e fenomenologia del pregiudizio “buonista”.

Pregiudizio [dal lat. praeiudicium, comp. di prae- «pre-» e iudicium «giudizio»]: “Idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore (è sinon., in questo sign., di preconcetto): avere pregiudizî nei riguardi di qualcuno, su qualcosa”

Pur legato, nell’immaginario collettivo, a posizioni aprioristicamente negative, il pregiudizio descrive soltanto un orientamento basico privo di agganci alla realtà ed alla conoscenza. Può, quindi, contenere traiettorie negative come positive, in merito a questo oppure a quell’argomento.

Alcuni dei miei contatti apuani su Facebook stanno condividendo l’analisi, incapsulata all’interno di uno status, che un noto e stimato personaggio legato alla citta di Carrara ha voluto offrire in merito alla vicenda della bambina bionda ritrovata in un campo nomadi in Grecia . Il pezzo cerca di mettere a nudo, con acutezza e piacevole umorismo, alcuni dei luoghi comuni che offendono la vasta e variegata comunità Rom, in primis quello che li vuole e vorrebbe razziatori di bambini “bianchi” o, ancora, dediti soltanto al furto ed al crimine. L’autore pone, inoltre, l’attenzione sul pericoloso fenomeno della recrudescenza dell’odio etnico e culturale nei confronti dei nomadi, in Grecia, come conseguenza della ricerca di un capro espiatorio e di una valvola di sfogo da opporre alla crisi che sta attanagliando il Paese di Omero. Fin quei tutto bene, ma; il “ma” prende le mosse da una serie di errori che il Nostro commette, spinto, mi permetto, da quell’onnipresente buonismo ideologico che rischia di occludere ed occlude, nella maggior parte dei casi, la valvola del ragionamento scientifico, sereno ed imparziale.

; innanzitutto, l’autore virgoletta la parola “zingari”. Nulla di più sbagliato. Zingari e rom sono, infatti, la stessa cosa. Rom è soltanto il nome che gli zingari danno a se stessi e che deriva dal francese “romanichels”, a sua volta derivazione dello zingaro “uomo”-“rom”. Vi sono, inoltre, altre formule e diciture, come “gitani” (dallo spagnolo “gitanos”) o “gypsies” (dall’inglese “gypsie”), opzioni che riflettono la credenza secondo cui gli zingari (termine di origine bizantina) provenissero dall’Egitto (sono, in realtà, di origine indiana) ma che non descrivono o designano nessuna sostanziale differenza di tipo etnico, sociale o culturale.

; se è vero che la comunità zingara non si è mai macchiata, in Italia, del rapimento di un minore “bianco” (almeno non esiste letteratura recente a tal proposito) ed è vero che molti, moltissimi, dei suoi appartenenti hanno accettato lo stanzialismo, il lavoro e si comportano seguendo le traiettorie della legalità e dello stato di diritto, è altrettanto vero che una nutrita porzione del loro gruppo tramanda di generazione in generazione, attraverso i capi clan, la cultura del rifiuto del lavoro e della scolarizzazione, la pratica del furto e del nomadismo.

; l’estensore dell’ “articolo” pone l’accento sul fatto che anche in Italia, come in altri moderni ed avanzati Paesi del mondo occidentale, non molto tempo fa le famiglie più indigenti utilizzassero i loro bambini per chiedere l’elemosina. Si tratta di un esempio (involontario?) di “proiezione-analogia”, tecnica in uso alla propaganda politica. Nel caso di specie, però, si presenta come un’arma spuntata, questo perché il fatto che anche in Italia esistessero condizioni di grave disagio economico e sociale tali da condurre alla mortificazione dei minori, non giustifica in nessun modo il ricorso allo sfruttamento della questua infantile da parte dei genitori rom.

Comunque ed in ogni caso, dette comunità sono caratterizzate da un un inossidabile isolazionismo elitario (ad esempio vengono rifiutati i matrimoni “misti”, pena l’espulsione dal “clan”) nonché da una cultura orientata ad un retrivo sessismo-maschilismo che nega e preclude alle donne il lavoro e qualsiasi peso decisionale all’interno dei nuclei familiari.

Pur animato dalle migliori intenzioni, l’autore dello sfogo facebookiano si è quindi lasciato andare ad un “pregiudizio”, (appunto prae- «pre-» e iudicium «giudizio».). Nobilitante e cavalleresco, ma pur sempre un pregiudizio