Stefano Rodotà, l’utile idiota nella mani di un disutile regista del caos

Dopo aver inserito il giurista Rodotà nella “black list” dei pensionati d’oro, il comico genovese cala sul tavolo la sua carta, e lo fa, essenzialmente e prima di tutto, per tre motivi:

; spaccare dalla base al vertice il centro-sinistra (come sta avvenendo), con un candidato che parte del centro-sinistra caldeggia e che un parte rifiuta

; costringere il centro-sinistra alla virata sul giurista, in modo da danneggiare ulteriormente l’ immagine del PD, presentando il partito di Via Sant’Andrea delle Fratte come un cane da riporto del M5S, incapace di tenere le proprie posizioni

; accreditarsi agli occhi degli italiani come leader forte e di rottura, ponendo sul Colle un candidato voluto dalla società civile (e dalla sinistra) si ben prima delle “Quirinarie”, ma ritenuto ormai nell’immaginario collettivo “made in M5S”

Grillo sa di essere in calo verticale di consensi. Il passaggio dalla piazza alla stanza dei bottoni comporta, infatti ed inevitabilmente, la perdita di quell’alterità verginale che un “vaffanculo” non può più garantire. Due mesi di imbarazzanti siparietti delle sue truppe dilettantesche stanno mettendo in luce tutta l’inadeguatezza gestionale del Movimento, e il suo molotoviano “niet” a qualsiasi ipotesi di convergenza costruttiva (dettato da un egoistico quanto castrante calcolo politico), sta erodendo ulteriormente la sua popolarità. Allora, ecco che arriva la ciambella di salvataggio Rodotà, lanciata da una nave in fiamme. Non ceda, il centro-sinistra; scelga un candidato come Zagrebelsky o Chiamparino, ma non spari nelle vene di Grillo un’ iniezione di ricostituente, utile soltanto ad allungarne la vita politica. Non si tratta con chi vuole uccidere gli ostaggi.

“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” (Le quirinarie sulla Gabanelli)

L’investitura di Milena Gabanelli da parte del M5S come candidato alla Presidenza della Repubblica, è senza dubbio la spia rivelatrice, l’ennesima, di un corto circuito tra il cittadino, il suo rapporto con l’edificio politico-istituzionale e la gestione della res-publica. Premesso come le “Quirinarie” incarnino tutta la vocazione autoritaria e partitocratica di un soggetto politico che “pretende” di imporre un capo di stato a 61 milioni di individui mediante una consultazione ristretta tra 50 mila militanti (la città di Cascina sceglie per l’Italia), si sterza verso il dilettantismo più sciatto e deleterio nominando una cronista, perché estranea ad un mondo, quello politico, percepito e presentato (con una pericolosa dose di faciloneria) quale inaffidabile, inadeguato, corrotto. In questa castrante disaffezione per la πόλις-τέχνη, anche nelle sue declinazioni ideologiche e non solo amministrative, gioca sicuramente un ruolo capitale il circo-circuito mediatico, perennemente alla caccia della sensazione che la “notiziabilità” (e non la notizia) può garantire, soprattutto nei segmenti congiunturali più critici e sensibili. Lo scenario nazionale viene quindi raccontato come avversativamente complesso, senza speranza, caotico, corroborando ed alimentando la deleteria vocazione al qualunquismo caratteristica del popolo italiano. Si dimentica, però (e lo dimenticano i “Grillini”) che il ruolo del Presidente della Repubblica richiede una padronanza degli strumenti politici, giuridici e diplomatici di cui non tutti possono essere in possesso; non basta avere un ruolo “pulito”, saper far bene il proprio mestiere (la Gabanelli è soltanto la “frontwoman” di una equipe) e ancor meno basta essere donne per fornire e mettere in campo sufficienti garanzie per un ruolo come quello dell’inquilino di Piazza del Quirinale. Le architetture intellettive più elementari giubilano per questa “nomination”, senza comprenderne la preoccupante sintomatologia.