Renzi e Berlusconi: anomalie della normalità

E’ consuetudine accettata, nella prassi democratica, il dialogo tra i leader dei maggiori schieramenti politici, nell’interesse capitale e supremo dello Stato e della nazione. L’incontro tra il segretario del partito di maggioranza relativa e dell’opposizione, rientra quindi nelle logiche dello scambio liberale e di quella “realpolitik” che è condizione imprescindibile per quel pragmatismo gestionale di cui una comunità ha bisogno, in special modo in una fase delicata e complessa come quella sperimentata e vissuta dal nostro Paese nell’attuale momento storico. Il Cavaliere si è tuttavia dimostrato sempre lontano dagli interessi reali e dalle reali contingenze del Paese, ripiegato su traiettorie di tipo smaccatamente personalistico e tornacontista; dal fallimento del “Patto della crostata”, alle trappole tese al maldestro Veltroni, il tatticismo berlsuconiano si muove attraverso direttrici che non hanno mai avuto la loro meta nella soluzione dei tanti e troppi nodi gordiani che imprigionano il sistema Italia, in ogni suo aspetto e declinazione. Renzi non è un ingenuo e non è imprigionato tra le maglie di una crisi di consensi come il Veltroni del 2008, di conseguenza il “do ut des” non rimane che l’unica spiegazione e l’unica chiave di lettura del contestato meeting con il capo di FI. Ma quali, le condizioni? Quali, i parametri e le loro tappe? Qui, la soluzione di un enigma e le risposte per il nostro futuro

Agnizioni.Renzi e la via “clintoniana”

Laboratorio e contenitore di esperimenti ed esperienze di raffinatissima qualità culturale, il Democratic Party inanellò tuttavia una sconfitta dietro l’altra, dal 1980 al 1992. Si trattò, a dire il vero, di autentiche debacle , che vedevano il partito fondato da Thomas Jefferson e Martin Van Buren sideralmente distante dagli avversari, e non soltanto a livello nazionale. Questa inabilità all’affermazione trovava il suo archè nell’incapacità, da parte dei dirigenti democratici, di penetrare il bozzolo ideologico nel quale si trovavano rinchiusi dagli anni ’60, senza pertanto riuscire a leggere, interpretare e codificare la nuova istologia sociale, culturale e politica del loro Paese. Fu l’ala clintoniana (i “New Democrats”) ad imprimere una svolta radicale al partito dell’ Asinello, attraverso una politica di dialogo con la “middle class” (tradizionalmente bacino di utenza goppista) che li portò ad intercettarne i valori, gli umori e le necessità più profonde. In un certo senso, Clinton e i clintoniani seppero guardare avanti volgendo la testa all’indietro.

Se da un lato l’elezione, trionfale e plebiscitaria, di Matteo Renzi alla carica di segretario del Partito Democratico non può che disorientare e stupire, dal momento in cui un centrista si trova alla guida di un soggetto di ispirazione socialdemocratica e membro del PSE, dall’altro potrebbe rappresentare l’atomo di un cambiamento di portata storica per la sinistra italiana, ammanettata a dogmatismi ideologici dimostratisi ormai obsoleti e fallimentari sul piano teorico e concettuale come su quello pratico e materiale.

Gli “apparatchik” che adesso si stracciano le vesti parlando di sconfitta o, peggio ancora, di morte della sinistra, dovrebbero impegnarsi in una riflessione seria e concreta sui rovesci elettorali collezionati in questi 20 anni e sui loro errori gestionali quando hanno occupato il governo del Paese.

Il sondaggio: istruzioni per l’uso

Il ballo delle cifre da parte di questo o di quell’istituto demoscopico sulle primarie del Partito Democratico, non può che imporre una riflessione su quella che si presenta, dal secolo XXesimo ad oggi, come una punta di lancia dell’impianto propagandistico e della persuasione: il sondaggio.

Attraverso questo strumento, il propagandista cerca un punto di entrata nel tessuto intellettivo del suo bersaglio, trasmettendogli la sensazione della certezza, e quindi dell’inevitabilità, di un determinato risultato. Ecco che il sistema della persuasione aggancia altri due dei suoi capisaldi, ovvero il “senso comune” (con tale tecnica si cerca di convincere il target di riferimento che le posizioni espresse e portate avanti dal propagandista riflettono il senso comune, ovvero il comune sentire della popolazione), la “grande menzogna” ( quanto più la notizia è falsa tanto maggiore è la possibilità che venga accettata acriticamente) e la “ripetizione” (la ridondanza del messaggio e la sua reiterazione conferiscono al messaggio maggiore credibilità)

Il prestigio pubblico di cui molti degli istituti demoscopici sono ammantati ed ammantabili, fa il resto, conferendo loro e, di conseguenza, ai loro prodotti, uno status di infallibilità.