Adel Smith: come un razzista e intollerante divenne un campione delle libertà laiche.Astuzie e scorretteze del circo-circuito mediatico

Muore Adel Smith, lottò contro crocifisso in luoghi pubblici – La Repubblica

Morto Adel Smith, lottò contro i crocifissi nei luoghi pubblici – Il Secolo XIX

Islam: è morto all’Aquila Adel Smith lottò contro crocifissi nelle scuole – Il Messaggero

È morto ieri a 54 anni Adel Smith, famoso per campagne e presenze televisive
contro crocifissi e simboli sacri nei luoghi pubblici italiani -Il Post

Morto Adel Smith, il «nemico» del crocifisso nei luoghi pubblici – Il Corrirere della Sera

Questi, i titoli utilizzati da alcune delle maggiori testate giornalistiche italiane per i loro pezzi sulla morte di Adel Emiliano Smith, il teologo musulmano deceduto due giorni fa pressso l’ospedale San Salvatore dell’Aquila a causa di un male incurabile.

Potremo notare come i titoli opzionati suggeriscano l’immagine di un laico, impegnato, al pari di tanti altri, in una campagna di “secolarizazione” della società, secondo il modello delle più evolute democrazie occidentali.

Attuando un’operazione di scavo più apoprofondita sulla vita e l’opera di Smith, potremo tuttavia renderci contro di quanto le cose non stiano e non stessero esattamente in questo modo; il presidente dell’ Unione musulmani d’Italia lottò, si, contro l’ostensione della croce nei luoghi pubblici (prevista dalla nostra legge soltanto nelle scuole elementari, medie e nei tribunali) ma lo fece ben lontano dalle traiettorie del rispetto e del buongusto, gettando, tra le tante, il crocifsso da un ospedale e definendo il Nazareno “un morticino”.

In questo modo, Smith non soltanto ferì la sensibilità di milioni di fedeli (italiani e non italiani), ma adottò un comportamento di tipo colonialistico; essendo egli un egiziano, la pretesa di rivoluzionare, alterare e defenestrare (in ogni senso) le tradizioni di una comunità ospitante si inseriva infatti in un’ottica di dominio, nel caso di specie dell’elemento islamico su quello cristiano e italiano (il Cristianesimo è la religione più diffusa nel nostro Paese).

La stampa, quindi, ha scelto di alterare il fatto, a scopo ideologico, utilizzando una serie di astuzie che, in ultima analisi, fanno un torto alla deontologia professionale ed al lettore.

Sulla laicità.La lezione dell’ “Italietta liberale”

Il 21 giugno del 1917, un piccolo foglio di ispirazione cattolica, “Il Corriere del Friuli”, pubblicò un articolo dal titolo: “La parola alla trincea”. Si trattava di un pezzo estremamente duro nei confronti della guerra, scritto in un momento di grande e diffusa stanchezza e logoramento da parte delle truppe e in cui la Santa Sede si stava attivando per favorire la fine delle ostilità (il progetto di Benedetto XV era quello di “levare un sasso dopo l’altro dai muri delle Potenze belligeranti”). Il Governo e la Magistratura reagirono con fermezza, denunciando e mettendo agli arresti l’autore del corsivo (Don Guglielmo Gasparutti) e il direttore della testata (Don Gabriele Pagani) con l’accusa di “aver tentato di indurre i militari che si trovavano al fronte a ricusare obbedienza all’ordine di combattere”. Era infatti opinione delle nostre autorità, civili e militari, che gli sforzi attuati dalla Chiesa per il raggiungimento della pace fossero sbilanciati a favore degli Imperi Centrali, in modo iniquo e partigiano. “L’iniziativa del Papa, nei termini in cui è fatta, non può che riuscire sterile, se non dannosa: un buon padre dimostra davvero di voler bene ai suoi figlioli ispirandosi ad un solo criterio di giustizia tra loro, che non può essere quello di uguaglianza tra colpevoli e non colpevoli. Né la Germania né l’Austria possono invocare la parabola del Figliol Prodigo”*. Questa l’opinione di un ufficiale italiano, caduto sul Grappa e decorato alla memoria. La stessa Santa Sede intervenne celermente interrompendo le pubblicazioni del giornale, in modo da evitare ulteriori problemi ed imbarazzi con Roma. Ancora, due anni prima l’Italia aveva impedito che tra le clausole del Trattato di Londra venisse inserita la possibilità di partecipazione da parte del Vaticano al tavolo della pace (Articolo 15); il timore del nostro Governo era di vedere compromessa e ridiscussa in sede internazionale la “Legge delle Guarentige”.

Azioni forti ed estreme, dunque, in una porzione temporale (quella tra la Breccia di Porta Pia e i Patti Lateranensi ) in cui l’Italia sperimentò un percorso laico ed affrancato dalle ingerenze clericali assolutamente inedito, rivoluzionario ed impensabile in una comunità a maggioranza cattolica, ieri come oggi.