Jimmy Carter e la Crisi degli ostaggi del 1979.Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.

Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.

Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciò nonostante, è possibile constatare come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come da programma, probabilmente i pur abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan, si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh, da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché i repubblicani erano riusciti ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

I Simpson e il Parlamento italiano: quando menzogna e pregiudzio si tingono di giallo.

Il caso Jimmy Carter e le elezioni del 1963.

Da qualche giorno a questa parte sta rimbalzando da un capo all’altro del web la notizia secondo cui in una puntata dei “Simpson”, il celeberrimo ed osannato cartoon “stras&stripes”, una scuola indisciplinata sarebbe stata definita dal suo preside “più corrotta del Parlamento italiano”. La vicenda ha trovato immediatamente il riscontro di quel segmento nazionale incline all’autolesionismo esterofilo più compiaciuto (“guarda cosa dicono di noi all’estero!”) e il pregiudizio, sebbene confezionato in un cartoon ed affidato alla sua ambasceria, è tornato ad essere, ancora una volta e per l’ ennesima volta, elemento didascalico e normativo, quando buonsenso e buongusto imporrebbero la sua espulsione dai paradigmi e dai tessuti intellettuali e culturali di qualsiasi comunità abbia la pretesa di definirsi civile. E’ vero, il Parlamento italiano non è/o non è stato, nella sua storia unitaria, sinonimo di limpidezza e rettitudine adamantina, ma che cosa dire di quello statunitense? Davvero gli americani hanno le carte in regola per attribuire patenti ed imprimatur di agibilità democratica o morale a questo e a quel Paese? Forse no. Anzi, no. No di sicuro. Si, perché gli Stati Uniti hanno, fin dalla loro indipendenza (1779) malcostume morale e corruzione come scomodo corollario alla loro vita politica: dalle costosissime (per il contribuente) manie verrine del presidente William Henry Harrison, allo scandalo del “Whisky Ring” , che per poco non costò l’impeachment al Generale Grant, al dominio dei trust e degli affaristi della speculazione edilizia, della Borsa e delle ferrovie, sul quale si scagliò un’agguerrita pattuglia di cronisti senza macchia e senza paura (“i Muckrackers ”), alla lottizzazione parlamentare da parte di questa o quella setta evangelica o di questa o quella compagnia, lobby o multinazionale, al “Watergate”, al caso Iran-Contra per arrivare alla contestata elezione di G.W.Bush, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente), il tutto nel silenzio assordante del tanto decantato giornalismo americano, che insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

C’è però un episodio che ci sembra utile portare all’attenzione del lettore, perché poco conosciuto e per questo paradigmatico di quello che avviene con consueta ed accetta regolarità nel sottobosco della politica degli USA2, in special modo al di sotto della “Mason-Dixon Line”: era il 1963, e un giovane e intraprendente ingegnere della Georgia correva per un seggio al Senato dello Stato. Si chiamava James Earl Carter, futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. Il 39eseimo. Carter era in gamba, un giovane con già alle spalle una prestigiosissima carriera come ufficiale di marina, una laurea in ingegneria navale e adesso un’azienda che andava a gonfie vele. Era in gamba, si, ma ingenuo, perché credeva che in Georgia come nel resto dell’ Unione le lezioni si svolgessero nel rispetto e nell’osservanza della legge, ma dovette presto ricredersi. Giunto nel collegio di Georgetown, nella Contea di Quitman, assistette ad episodi che lo lasciarono a bocca aperta: il presidente di seggio, nonchè notabile locale, non soltanto invitava gli elettori a votare per il suo antagonista (“questo è un brav’uomo ed è amico mio”) ma addirittura metteva le mani nelle urne, tirando fuori le schede per esaminarle. Sconvolto e incredulo (come dargli torto!), Carter chiamò immediatamente il giornale più vicino, nella contea di Columbus, salvo trovare uno dei redattori in amichevole conversazione proprio con quel notabile che aveva manomesso le schede elettorali. Fu soltanto dopo giorni e giorni di spese legali, ricorsi ed estenuanti trattative con testimoni intimiditi, avvocati, cronisti e scrutatori, che Carter potè vedere riconosciuta la sua vittoria da una sentenza dell’allora giudice Crowe

Tempo dopo, l’ormai Presidente tornò sull’argomento, nella sua autobiografia: “Cominciai a capire quanto il nostro sistema politico era vulnerabile di fronte al potere illegale incontestato. Persone oneste e coraggiose si rassegnavano al silenzio rendendosi contro che un’aperta opposizione era infruttuosa. I pavidi e gli incerti venivano intimiditi. I disonesti si alleavano dividere il bottino ed eleggevano facilmente funzionari che, il più delle volte sembravano rispettabili , ma collaboravano per assicurarsi un titolo o una carica”

Meditiamo su queste parole e sui fatti di oggi e di allora, prima di consentire ad un cartone animato tinto di giallo di mortificare la nostra dignità e la nostra storia..