Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.

Pregiudizi sinistri?

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intollerabilmente qualunquistica, spaventosamente semplicistica, sorprendente puerile, in poche parole, stupida, dimostra e palesa tutta la fragilità argomentativa e la connotazione ultrastica di una certa sinistra internazionale (è stato postato da una pagina vicina ai democratici statunitensi ma gira e trova spazio anche nella piattaforma facebookiana italiana). Il sillogismo, bizzarro, che ci viene proposto, vuole la donna occidentale “schiavizzata” dal modello comportamentale e culturale maschile (e qui entriamo nel perimetro del sessismo misandrico, tematica che però dubito i “liberal” conoscano) al pari di chi, sempre donna, vive nei paesi islamici. Spiegare la stupidità di un simile messaggio non è agevole, data la sua manifesta chiarezza, ma ci proveremo ugualmente : in Occidente la donna PUO’ scegliere (e sceglie) tra una miriade di format e must stilistici, estetici e comportamentali; nessuno la metterà a morte, umilierà pubblicamente o riempirà di botte o frustate qualora decidesse di optare per un capo o per un altro, per una condotta o per un’altra. Lo stesso, ben lo sappiamo, non si può dire a proposito delle teocrazie e delle ierocrazie islamiche (ma non solo). Cortocircuiti cognitivi del genere sono, ahinoi, il risultato di un politically correct spinto fino alle sue propaggini più estreme, fino a lambire l’assurdo e , cosa peggiore, il paradosso, negando proprio a quelle donne che si vorrebbero tutelare la libertà (e la dignità) che qualsiasi essere umano merita e di cui ha diritto.

Chiudo, rilanciando, con una provocazione: cosa sceglierebbe, la donna “liberal”/politicamente corretta tipo, tra il suo loft sulla 27esima strada ( oppure a Piazza Navona), i suoi accessori Prima Classe e il burqa in una capanna nel Mazandaran? Su, su. Be serious.