Se la forma diventa sostanza: i “fascisti” di Colleferro

Sebbene non esista alcuna prova a dimostrare che l’aggressione di Colleferro avesse un movente razziale (Willy Monteiro Duarte è intervenuto a rissa già iniziata), come non esista alcuna prova dell’appartenenza degli assassini all’estrema destra (pare che uno di loro fosse un simpatizzante del M5S, inoltre avevano amici nordafricani e i loro raid colpivano in maniera indiscriminata italiani e stranieri), i Bianchi, Bellegia e Pincarelli sono stati associati quasi subito al Fascismo.

Un binomio suggerito non solo dalle caratteristiche della vittima (un ragazzo di origine capoverdiana) ma anche dall’aspetto esteriore dei quattro giovani e dal fatto praticassero discipline da combattimento. I tatuaggi, i fisici in evidenza e la passione per la lotta hanno cioè attivato dei “frame” in chi ha voluto vederli come fascisti (il cliché di un muscolarismo bellicista che si vuole prerogativa dei soli estremismi di destra), “frame” che hanno aderito al “campo di realtà” di costoro e ai loro sistemi di “credenza”, innescando a loro volta i meccanismi alla base del “grouping” e dell’ “omofilia”.

Detto forse più prosaicamente, anche chi condanna la forma intesa come fattore discriminante e vincolante (la nazionalità e l’etnia nel caso di specie) ha dimostrato la stessa vulnerabilità, cosa peraltro fisiologica.

Per questo, l’esame delle credenze del target e delle sue strutture culturali è un passaggio fondamentale e irrinunciabile nell’ingegneria della propaganda.

Colleferro – “E se i killer fossero stati neri?” Una domanda che allontana dal problema.

Inserendosi in un contesto rispetto al quale è estraneo e diverso, l’immigrato è sempre e comunque un elemento perturbatore, anche per le società più evolute ed aperte. Quando all’immigrazione si accompagnano criticità reali, ad esempio legate alla convivenza oppure alla sicurezza, una certa diffidenza di fondo può allora (e comprensibilmente) inasprirsi, dato che si vanno ad amplificare problematiche preesistenti o a crearne di nuove. Per questo, chi si domanda in maniera provocatoria cosa sarebbe accaduto se i quattro killer di Colleferro fossero stati neri e la vittima bianca, compie un’analisi superficiale, adagiata sulla crosta.

Di contro, è vero che una parte della sinistra tende ad una certa schizofrenia ideologica, mostrandosi razionale e lucida rispetto ai numeri della criminalità “comune” (l’Italia è uno dei paesi occidentali più sicuri) e poi cedendo all’emotività riguardo gli episodi di razzismo e i crimini razziali (anche stavolta il nostro paese è in coda alle classifiche), delineando un quadro distante dalla realtà. Non a caso lo sdegno per i fatti di Colleferro è praticamente unanime, mentre ad oggi non sono emerse prove dell’appartenenza dei “fighter” laziali all’estrema destra. Ecco perché , al di là dell’irriverenza “naïf” tipica dell satira, il contestatissimo messaggio di un Ghisberto non è del tutto scorretto o esagerato.

Come sempre, tematiche tanto complesse richiedono un approccio il più possibile maturo e distaccato, che rifugga dalle tentazioni della polarizzazione.